domenica 16 ottobre 2016

Abbiamo trovato un posto al sole

Il 21 ottobre la più longeva soap opera italiana compie vent’anni Siamo andati a Napoli per capire il miracolo della fabbrica di fiction. Dove, tra una puntata e l’altra, nascono veri amori
NAPOLI - SONO LE FOTO NEI CORRIDOI A RACCONTARE come sono cambiati i protagonisti. Per alcuni fortunati il tempo sembra essersi fermato, per gli attori bambini le decine e decine di episodi segnano la crescita, come le foto scolastiche. Luca Turco (Niko) aveva nove anni quando è entrato nella grande famiglia di Un posto al sole, oggi è un bellissimo ragazzo di ventisei. Tra cinque giorni, il 21 ottobre, la più longeva soap opera italiana, un miracolo industriale made in Napoli, compie vent’anni. La fabbrica della fiction è il centro di produzione Rai di Fuorigrotta, a due passi dallo stadio. «Quando c’è la partita qui bisogna organizzarsi per tempo, i napoletani hanno due amori: Un posto al sole e il Napoli» sorride Alberto Rossi, ovvero Michele Saviani, volto storico della soap. «Più che storico, preistorico, vent’anni sul set, tutti i giorni: devi reggere fisicamente. La prima scena che ho girato è stata quella di un funerale, ma ha portato bene».
Con decine di attori “abita” in questa sede Rai austera e vitale, inaugurata dall’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani nel 1963. L’Auditorium alla fine degli anni Sessanta ospitò uno dei gloriosi varietà della tv, Senza rete, dove sfilavano, da Mina a Venditti, le star della musica. Oggi, negli studi trasformati in salotti e cucine, Marina Tagliaferri (Giulia Poggi) come se fosse a casa sua cerca una pentola: «L’avevo lasciata sul tavolo, non capisco chi l’abbia spostata». È qui che s’intrecciano amori, dubbi, tradimenti, della più grande famiglia televisiva allargata, quella dei condomini di Palazzo Palladini a Posillipo (per gli esterni si sono alternate Villa Lauro e la magnifica Villa Volpicelli), microcosmo di cui gli italiani conoscono segreti e virtù e meta di pellegrinaggio, tappa del turismo da fiction nato con Montalbano e I Cesaroni. Seguito da oltre due milioni di spettatori (con l’8,5 di share), Un posto al sole è il programma più visto di RaiTre, con una community (alta percentuale di laureati) da nord a sud. Tanto che Diego Bianchi, in arte Zoro, chiamaUn posto Alcoa lo spazio che, in Gazebo, dedica alla battaglia degli operai sardi usando la sigla della soap.
Esempio virtuoso di coproduzione tra pubblico e privato (Rai Fiction, FremantleMedia Italia e Centro di produzione Rai di Napoli), la fabbrica di Un posto al sole non chiude mai. Ideata da Giovanni Minoli, nasce dal format Neighbours, serie australiana (sulle famiglie che vivono nell’immaginaria Ramsay Street) scritta in Italia da Wayne Doyle con Adam Bowen e Gino Ventriglia. Rielaborata, la soap rivive a Napoli. «È la nostra Downton Abbey» ironizza Patrizio Rispo, che interpreta Raffaele, il portinaio del palazzo di Posillipo dove tutte le storie s’intrecciano, «è lo stesso principio di Upstairs and Downstairs, la vita ai piani alti che s’incrocia con quella dei piani bassi». Rispo — compagno per fiction di Marina Giulia Cavalli (la dottoressa Ornella Bruni) — è quello che ha girato il maggior numero di scene: diecimilaquattrocento.
La produttrice esecutiva Renata Anzano è il generale sul campo assegnata a questa macchina che impegna duecentoventi persone: «Il nostro è un sistema industriale, ci sono quattro registi perché dobbiamo produrre cinque episodi a settimana e un episodio al giorno, giriamo dal lunedì al venerdì, sempre, dalle nove alle diciannove. L’unica settimana che siamo fermi è quella di Natale. Qualunque cosa succeda, andiamo avanti, grazie alla bravura degli attori. Quando Marzio Honorato (Renato Poggi) ebbe un incidente, abbiamo scritto che era caduto e si era fatto male al braccio. Il segreto è il rapporto strettissimo che c’è con la scrittura. Paolo Terracciano e gli autori capiscono le esigenze produttive, si adattano, a volte rinunciando alla loro creatività. Terracciano è il caposcrittore e poi ci sono tre editor, cinque story liner, quelli che scrivono la puntata, più una serie di dialoghisti a cui viene dato il trattamento».
La visita guidata continua, Anzano spiega che tutta la Rai diventa set: «Il cortile è bello, vero? Abbiamo girato anche qui: lo abbiamo trasformato nel cortile dell’ospedale». Un posto al sole segue il calendario. La puntata va in onda diverse settimane dopo rispetto a quando è stata scritta. Ma avvengono magie: «Magari in un episodio c’è la battuta: “Certo che quest’estate è caldo record” e quel giorno a Napoli fa veramente caldo. Gli spettatori sono entusiasti ma è pura fortuna» scherza Ter- racciano che scrive la soap con Sara Rescigno e Guglielmo Finazzer: «Cerchiamo di non tradire mai il patto di verosimiglianza, e teniamo alla commistione tra dramma e commedia. Il racconto quotidiano deve dare anche positività. In questi anni abbiamo trattato tutti i temi, dalla camorra all’omosessualità ». «Nel format di Un posto al sole », aggiunge Rescigno, «c’è la possibilità di avere un certo numero di guest, e questo elimina “l’effetto acquario”». «Napoli è grande protagonista », dice Finazzer, «la raccontiamo con le sue ombre, ci siamo spostati dal mare nel centro storico». Gabriele Immirzi, direttore generale di Fremantle Italia sottolinea come «la collaborazione con la Rai sia perfetta, siamo un’unica squadra». E il vicedirettore di RaiFiction Francesco Nardella, che segue Un posto al sole da sempre, annuisce: «Ormai quando vengo a Napoli non so più chi lavori per noi o per loro. Il successo della soap nasce dal fatto di potersi fidare reciprocamente, perché si può parlare di tutto. La media di età del pubblico è ringiovanita, abbiamo attratto nuovi spettatori. È venuta a trovarci l’ambasciatrice di Milk, l’associazione gay, per come avevamo raccontato la storia dei due adolescenti omosessuali, una grande soddisfazione. Nella soap c’è l’assenza di manicheismo che non significa buonismo, ma accettare i punti di vista più diversi. Si sarebbe potuta girare in un’altra città? Forse no, Napoli la cultura dell’accoglienza ce l’ha nel Dna».
Al cast fisso, diciassette protagonisti, si aggiungono una trentina di “attori ricorrenti” e le guest star: ce ne sono state tante — da Amanda Lear a Pupo, da Luigi De Filippo a Peppino Di Capri. Il set è stato galeotto: Michelangelo Tommaso (Filippo Sartori) fa coppia con Samanta Piccinetti (Arianna Landi) e hanno una avuto una bimba, Sole (guarda un po’) Caterina (in omaggio a Santa Caterina da Siena); Serena Rossi, che interpretava il personaggio di Carmen, è la compagna di Davide Devenuto (Andrea Pergolesi) ed è in attesa di un figlio. La soap ha lanciato registi come Gabriele Muccino, Stefano Sollima, Lucio Gaudino. «Un mondo», sorride Francesco Pinto, direttore della sede Rai di Napoli, seduto alla sua scrivania con alle spalle un magnifico dipinto del Vesuvio: «Un posto al sole ha cambiato la concezione industriale della fiction. L’anno prossimo faremo una puntata speciale: in diretta. È una grande sfida ma siamo pronti. Pure gli attori ne sono entusiasti».

La Repubblica, 16 ottobre 2016

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