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giovedì 8 settembre 2016

Ventuno anni fa moriva Nino Gennaro, scrittore, poeta e operatore sociale corleonese

Nino Gennaro
di Aldo Migliorasi
Ventuno anni fa moriva Nino Gennaro, scrittore, drammaturgo, poeta corleonese, attivista gay. Negli Anni 70, nel regno mafioso di Luciano Liggio, destò scandalo con la sua voglia di rivoluzione culturale, morale e politica. A Palermo con Maria Di Carlo e la sorella Giusi fondò il "Teatro madre", e scrisse tantissimo contro ogni logica di dominio
Se Nino Gennaro fosse morto ammazzato, state sicuri che della sua vita ne avrebbero fatto un film. Invece Nino morì di Aids. A quarantasette anni, nel 1995, a Palermo, dove si era trasferito dal suo paese natale, Corleone. “Trasferito”, forse, non è la parola giusta: Nino della sua intelligenza, del suo corpo, della sua omosessualità, ne aveva fatta una bandiera inconciliabile con, come lo chiamava lui, il “tardo impero mafioso” corleonese. È qui, nella “repubblica indipendente” di Luciano Liggio, che Nino - coscienza civile scomoda e poetica - raccoglie intorno a sé un gruppo di giovani tra cui, con grande scandalo e ostilità dei parenti, alcune ragazze minorenni. Con loro, sin dai primi anni ’70, dà vita al primo circolo Arci, a uno della Fgsi (Federazione Giovanile Socialista Italiana), al circolo popolare “Placido Rizzotto” e, l’otto marzo 1975, alla prima Giornata della Donna mai festeggiata a Corleone. Grazie a Nino arrivano libri, temi di discussione proibiti o sconosciuti; e con essi il vento di libertà del ’68, il desiderio di cambiamento che in quegli anni accomunava le nuove generazioni in tutto il pianeta. Nino aveva palle da vendere. Tutte iniziative che hanno però vita precaria: i circoli chiusi per la loro indipendenza, i giovani e le poche donne che lo seguono spiati, perseguitati, rinchiusi. «Maria Di Carlo, una di noi – racconta lo stesso Gennaro -, viene picchiata dal padre medico… ne parlano tutti i giornali. Il pretore, un giudice di Magistratura Democratica, condanna il padre».

Maria Di Carlo e Nino Gennaro
Maria Di Carlo e Nino Gennaro
Appena la ragazza compie i diciotto anni si rifugia a Palermo dove Nino, assieme alla sorella Giusi, si era trasferito da poco: cercando la libertà si può trovare la propria. È il 1977. Nino porta le sue poesie alla facoltà occupata di Lettere scrivendole su grandi fogli d’imballaggio che appende alle pareti: saranno poi raccolte in un volume dal titolo “Rivoluzione culturale meridionale”. S’impegna nella lotta per i diritti degli omosessuali, per il diritto alla casa (“la casa è come il pane” è lo slogan che conia e scrive su muri, manifesti, magliette). Nel 1986 è fra i fondatori del Cocipa (Comitato cittadino di informazione e partecipazione) e fra gli ispiratori del Centro Sociale San Saverio all’Albergheria, uno dei quartieri più degradati del centro storico di Palermo; sempre in quegli anni ritorna simbolicamente al suo paese natale collaborando a "Città Nuove", il primo giornale antimafia di Corleone.
Infine, all’inizio degli anni Ottanta, assieme a Maria e Giusi, crea il “Teatro Madre”, un'idea, un luogo dove riversa la propria passione, una rappresentazione viva dalla poesia che pervade la sua esistenza. Un cuore rosso trafitto da una svastica nera ne è il simbolo. «Nino l’aveva ideato in seguito ad un corto circuito – racconta Massimo Verdastro, curatore del libro di Gennaro “Teatro Madre” -, una libera associazione nata dalla contemporanea lettura del Mein Kampf e dall’ascolto di un’edizione dello Stabat Mater di Pergolesi al Teatro Biondo. Quell’inquietante vessillo stava a sottolineare ‘il nazismo’ insito nei rapporti materno-filiali, e comunque nei legami di amore-possesso. Era come un avvertimento a lasciare alle spalle le ‘antiche viscere’ e allo stesso tempo un doverci fare i conti».
Un teatro, quello di Nino Gennaro, dove gli attori sono autori che interpretano se stessi; un pretesto, una confessione, un resistere, quasi un reading clandestino, randagio, senza fissa dimora, fatto di corpi, voci, che va nei luoghi extra teatrali di Palermo, di casa in casa, illuminandoli con candele, lampadine tascabili e bellezza. Questo teatro, il suo linguaggio frammentato e provocatorio, messo poveramente in scena senza mai richiedere alcun contributo di denaro pubblico, fu definito da Goffredo Fofi, in sarcastica opposizione al sempre più ingessato e prevedibile teatro “civile” di quegli anni, teatro “in-civile”.
Nino Gennaro scrive sempre (tra i suoi libri “Una calia al completo” con Nicola di Maio, “La via del sexo”, "Una divina di Palermo", “Rosso Liberty”) e continua anche durante la sua malattia: un esercizio manuale che chiama "puntina spirituale". Libretti di poesie scritti a mano, oltre duemila copie di ”Gioiattiva” e più di trecento di “Tra le righe”, che regala personalmente ad amici e conoscenti. Quasi un moderno cantastorie che per cartellone espone il proprio corpo e che, alla fine della recita, lascia dietro sé i suoi “fogli volanti”. 
Gennaro, in uno scritto a Marco Palladini, riassume così il proprio pensiero e la propria poetica: «Tutta la mia vita, tutta la mia produzione, vogliono dire e dicono dei nostri territori-corpi colonizzati da fascismi, mafie, clericalismi, oppressioni-repressioni e di lotta senza quartiere per dis-interiorizzare, non collaborare. Perché il capolavoro di ogni potere è rendere labile o annullare i confini tra vittima e carnefice, farti complice del suo dominio, della sua logica di dominio. Mondo di lutto, di sottomissione, di psicofarmaci, di miseria e di morte. Ripeto, io dico no, a questa morte…». 
Nino Gennaro e Massimo Verdastro
La malattia ha inizio nel 1987 e in questi suoi ultimi anni Nino scrive una riflessione ironica ed amara che accomuna il disfacimento di un pianeta e di un corpo malato; una sorta di diario che chiamerà “Alla fine del Pianeta”. «Prima di andare in un altro pianeta, bisogna assolutamente raccogliere i ricordi della terra, fissarli indelebilmente nella nostra memoria/ci dobbiamo preparare per la grande partenza».
Nino Gennaro a Palermo
Dieci anni dopo la sua scomparsa, l’attore e regista Massimo Verdastro l’ha ricordato a Palermo con lo spettacolo-omaggio “O si è felici o si è complici”. Nel 2010, invece, il consiglio comunale di Corleone ha bocciato la proposta di dedicargli il centro sociale di contrada Santa Lucia ritenendo che la sua è una “figura controversa, poco conosciuta”. Su venti consiglieri dodici assenti, più il sindaco e i suoi assessori; degli otto presenti in aula, due hanno votato contro, due si sono astenuti e quattro hanno votato a favore. Scrive Dino Paternostro su “La Sicilia” del 14 novembre 2010 che dopo la seduta consiliare, usando dei versi di una poesia di Gennaro come giustificazione per il rifiuto, il sindaco ha detto: «Quanto tempo serve a una ghianda per diventare quercia? Il tempo necessario...». 
Scultura per il Premio Nino Gennaro istituito
dal Sicilia Queer FilmFest
«La ghianda che diventa quercia – ha risposto Maria Di Carlo, compagna di vita di Gennaro – è forse per il sindaco la scusa pilatesca per rimandare a un dopo in cui questa questione se la spirugghieranno i prossimi. Per Nino era invece la pazienza di chi sa che bisogna lavorare senza stancarsi, senza scoraggiarsi mai»
Ma in giro a Corleone, forse gli stessi che erano stati muti e complici quando Totò Riina aveva espugnato il loro paese terrorizzando e ammazzando, dicevano che il vero motivo della bocciatura era un altro: Nino Gennaro era un frocio. E, già che c'erano, anche un drogato e altre schifezze. Questi sì, veri imperdonabili peccati. Com’è quella cosa che i complici non sono mai felici?
Il Sicilia Queer FilmFest di Palermo quattro anni fa ha istituito il premio Nino Gennaro. Per il ventennale, il 31 maggio 2015, alle 10, alla sala De Seta dei cantieri alla Zisa hanno consegnato il premio omonimo al filosofo Paul Beatriz Preciado, quinto premiato dopo Wieland Speck, Eduardo Mendicutti, Vittorio Lingiardi, Ricci/Forte.

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