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sabato 10 settembre 2016

Niente tasse ai boss: dossier su Corleone l’accusa al Comune

 di SALVO PALAZZOLO
Ecco le motivazioni dello scioglimento per mafia Appalti affidati ad aziende legate alle “famiglie”. Per l’emergenza immondizia scelte ditte amiche dei clan. Al festival russo un imprenditore vicino alla sindaca Savona
A Corleone troppi boss mafiosi e i familiari di alcuni politici non pagavano le tasse. L’hanno scoperto gli ispettori del prefetto di Palermo Antonella De Miro durante l’ispezione al Comune, che ad agosto è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Una vera sorpresa. «Dall’esame della situazione del Comune, si registra un calo di oltre quaranta punti percentuali nella riscossione ordinaria dei tributi, che è passata dal 73 per cento al 25». Questo ha scritto il ministro dell’Interno Angelino Alfano nel decreto di scioglimento pubblicato due giorni fa nella gazzetta ufficiale. Corleone, l’ultimo paradiso fiscale in terra di Sicilia.
L'ex sindaca Lea Savona
L’artefice è un imprenditore che tre anni fa venne incaricato dall’amministrazione della sindaca Lea Savona di gestire l’esternalizzazione del servizio di accertamento e riscossione dei tributi. Un incarico da 412 mila euro all’anno per un imprenditore davvero particolare: il cognato del capomafia di Belmonte Antonino Spera che è attualmente in carcere, Spera è un pezzo da Novanta di Cosa nostra, molto vicino all’ultimo padrino di Corleone, Rosario Lo Bue. Gli ispettori del prefetto si sono fatti consegnare la lista dei morosi, così sono saltati i nomi dei boss. A cui nessuno, negli ultimi tre anni, è andato mai a chiedere conto dei tributi da pagare. Una vera pacchia. In sei pagine, il Viminale tratteggia un durissimo atto d’accusa.

I mafiosi non pagavano la tassa sui rifiuti e invece incassavano i soldi del Comune per la raccolta dell’immondizia (fatta in modo approssimativo). Scrive il Viminale: «Il Comune ha perseguito gli interessi delle locali famiglie fin dai primi momenti di crisi dell’Ato, ostacolando le procedure per l’istituzione dell’Area di raccolta ottimale, prevista dalle norme regionali». L’ufficio tecnico comunale aveva predisposto tutto, ma la sindaca Savona preferì piuttosto assegnare incarichi in via d’urgenza a due ditte poi risultate vicine ai boss. Il decreto di scioglimento è una lista di favori, saltati fuori grazie alle indagini di carabinieri e polizia. Ancora una storia eclatante: a San Pietroburgo, il Comune mandò un’altra ditta molto particolare a rappresentare Corleone. Alla manifestazione dove si celebrava l’eccellenza dell’agroalimentare siciliano arrivò un’impresa vinicola che appartiene alla famiglia di un grande elettorale della sindaca Savona. Un imprenditore che il Viminale descrive come pregiudicato e frequentatore di esponenti mafiosi. La ditta ambasciatrice di Corleone andò in Russia con un bel contributo del Comune. E, adesso, sulla trasferta c’è un’indagine della procura di Termini. «Una serie di condizionamenti — scrive il Viminale — volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, che determinano lo svilimento e la perdita di credibilità dell’istituzione locale, nonché il pregiudizio degli interessi della collettività».
La Repubblica, 10 settembre 2016

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