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giovedì 15 settembre 2016

LA CITTÀ SCOPERTA. “Sette e mezzo” di rivolta e repressione, i monumenti sfregiati dalle cannonate

di LINO BUSCEMI
Domani il 150° anniversario della sommossa Dal Palazzo pretorio e dai Quattro Canti furono trafugate opere d’arte, carte e suppellettili
DOMANI ricorre il 150° anniversario della cruenta sommossa palermitana detta del “Sette e mezzo”, appunto perché durò sette giorni e mezzo, dal 16 al 23 settembre 1866. Una massa di oltre trentamila rivoltosi, delusa dalle promesse e vittima della miseria, mise a soqquadro la città. La repressione fu sproporzionata e violenta. Il governo proclamò lo stato d’assedio, inviando a Palermo 40 mila soldati. Fra i militari si contarono più di 200 morti, mentre non si è mai saputo il numero delle vittime civili (forse oltre tremila). Sono state arrestate 2.427 persone, di cui 127 condannati. I tragici fatti non produssero alcun risultato utile per la comunità. Anzi, le condizioni sociali ed economiche si aggravarono ulteriormente. La rivolta del 1866 è ignorata dalla quasi totalità dei libri di storia. In città nessuna targa lapide o cippo ricordano l’evento post-risorgimentale.
Non è superfluo raccontare anche le tante “ferite” inferte dalle cannonate, dai fucili e dagli incendi al patrimonio monumentale, storico e edilizio della città. Gli edifici più colpiti furono il Palazzo Pretorio con l’area circostante (ristrutturati solo nel 1874) e Palazzo di Rudinì ai Quattro Canti (abitazione privata del sindaco Antonio Starrabba di Rudinì). La facciata e le finestre del municipio subirono lo sfregio prodotto dal piombo delle forze contrapposte, mentre alla casa del sindaco fu appiccato il fuoco con qualche conseguenza. Da entrambe le dimore, però, vennero trafugate suppellettili, opere d’arte e carte d’archivio.
Nelle improvvisate barricate, erette nelle vie principali, si distinguevano beni immobili “prelevati” da siti pubblici e privati. Il Palazzo reale, ben protetto e strapieno di autorità lì rifugiatesi, fu accuratamente risparmiato dalle cannoniere. Tuttavia “mani interne” fecero sparire pregiati arredamenti, mai più ritrovati.
L’arcivescovado e la cattedrale furono appena scalfiti dalle armi. L’anziano cardinal Naselli seppe conquistarsi la simpatia dei rivoltosi e, con molta riluttanza, quella degli alti comandi militari. Il Castellammare, già mutilato dalla furia garibaldina del 1860, il Palazzo delle finanze alla marina e le nuove carceri dell’Ucciardone resistettero all’assedio concentrico delle parti belligeranti. Qualche scaramuccia si verificò, danneggiando i portoni d’ingresso e qualche finestra. Danni molto seri, invece, furono inferti dalle palle dei cannoni delle truppe assedianti al monastero di San Giuliano. Non si ebbe il tempo di ripararli, in quanto, qualche anno dopo, il sito religioso venne abbattuto per consentire la costruzione del teatro Massimo. Peggior sorte toccò alla caserma dei pompieri di via dei Crociferi: con l’indiscriminato bombardamento del 22 settembre l’edificio quasi scomparve. La potenza di fuoco, oltre a fare vittime, fiaccò la foga dei rivoluzionari perché le vie principali si trasformarono in piste delle palle di ferro che, al passaggio, travolgevano tutto: barricate e abitazioni. Diversi rinomati palazzi nobiliari furono centrati e, dunque, caddero tetti, balconi e facciate riccamente rifinite. Per creare disagi i rivoltosi collocarono ai Quattro Canti un enorme telone, impedendo alle autorità del Palazzo reale di comunicare (con gli specchi) con le navi ancorate nel porto antistante Porta Felice. In corso Scinà un migliaio di soldati, dopo avere spazzato via una barricata, raggiunsero piazza Politeama da un punto della quale attaccarono spietatamente e con tutti i mezzi Porta Maqueda, fino a comprometterne la stabilità. La porta oggi non esiste più, anche a causa dei contemporanei lavori di costruzione del teatro lirico e della sistemazione della piazza circostante.

La Repubblica-Palermo, 15 settembre 2016

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