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venerdì 30 settembre 2016

IL PERSONAGGIO. Cataldo Naro, la lezione del vescovo innovatore

Cataldo Naro
di SALVATORE FALZONE
CITAVA spesso il titolo di una raccolta di lettere e poesie del pastore protestante Bonhoeffer, impiccato in un campo di concentramento nazista: Resistenza e resa. Da Bonhoeffer volava dritto a Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio che sapeva di andare incontro alla morte ma non si rassegnava alla vittoria del male. Anche lui, Cataldo Naro, arcivescovo di Monreale scomparso all’improvviso il 29 settembre di dieci anni fa, ha vissuto tra resistenza e resa il paradosso della logica cristiana. Al male ha resistito fino all’ultimo, per quel che poteva, nel suo piccolo, nelle stanze dell’episcopio normanno di fianco alla basilica cattedrale coi suoi mosaici mozzafiato, nelle strade e nelle parrocchie della diocesi. Il male era la rassegnazione che gli lievitava attorno, il no al rinnovamento, la rinuncia alla speranza, le minacce. Il male era il prete che un giorno gli disse: «Finché la barca va, lasciala andare».

Era la rampa di scale che lo separava dagli appartamenti del predecessore Salvatore Cassisa, che dal piano di sopra continuava a manovrare i suoi burattini. Ed erano i beghini inferociti di Cinisi che lo aggredirono all’uscita della messa strappandogli la croce dal petto. Il male era tutto ciò che era contrario al Vangelo. Mafia compresa.
IL PROGETTO “Santità e legalità” rimane un capolavoro di pastorale ecclesiale: la criminalità organizzata non si vince con la semplice repressione, e la Chiesa deve fare la sua parte. Come? Rendendo i fedeli consapevoli di ciò che sono: battezzati e dunque testimoni del Vangelo.
A Monreale era arrivato nel 2002, dopo aver guidato la Facoltà teologica di Sicilia e il Centro studi Cammarata (lo stesso che ne ricorderà la figura con due convegni: domani a San Cataldo, suo paese natale, nell’auditorium della Banca Toniolo, e il 12 ottobre a Palermo nella Facoltà teologica). Storico della Chiesa apprezzato anche fuori dei confini nazionali, nato da una famiglia modesta, primo di sei figli. Gli studi nel seminario di Caltanissetta, poi nella Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale a Napoli, poi ancora a Roma alla Gregoriana e presso l’archivio segreto vaticano. Presidente della Commissione culturale della Cei, vicepresidente del comitato preparatore del convegno nazionale di Verona cui non fece in tempo a partecipare.
Complesso e semplice nello stesso tempo. Uomo di pensiero e azione, versatile, schietto. Affrontò con lucidità il problema della trasmissione della fede alle nuove generazioni e della ricerca di efficaci canali di comunicazione. Avviò una riflessione originale sul confronto tra cristianesimo, modernità e postmodernità. Ma anche tra cristianesimo e islam. Siamo «condannati al dialogo», diceva. Il dialogo comporta che l’Europa sappia comprendere e coltivare la propria identità. Quell’Europa sinonimo di cristianità per i musulmani, ma in realtà secolarizzata… Il Vangelo, il male, la mafia. Sosteneva che i «nostri eroi non sono i capicosca della mafia o i pericolosi capibanda di fuorilegge che tanta sofferenza e tanto odio hanno seminato in questa terra. I nostri eroi sono le figure eminenti di un cristianesimo semplice e robusto, fedele e coraggioso, cioè i santi e le sante che lo Spirito Santo ha continuato a suscitare nella Chiesa monrealese lungo i secoli, ma con una sorta di accelerazione ed anche di infoltimento proprio nel Novecento». Così Corleone non era solo la patria di Riina e Provenzano, ma del frate spadaccino, Bernardo, vero eroe della carità e della fede. E Partinico era soprattutto il paese di Pina Suriano, dolcissima ragazza che dell’amore aveva fatto un distintivo. «Abitando in un territorio come questo – scriveva - il cristiano non può non vivere con l’intento di essere santo, santo ogni giorno. E questo vale per tutti: per il carabiniere, per il politico, per il professore, per il bidello, per la guardia municipale...».
Dalla Sicilia, già prima di essere nominato vescovo, con la pazienza dei contadini dell’entroterra, Naro aveva tracciato una nuova via per il cattolicesimo italiano. A 55 anni si apprestava a percorrerla come capo fila. Ma il tempo della resa era già arrivato. E come Bonhoeffer, come Puglisi, anche lui doveva alzare le braccia con espressione un po’ sorpresa.

La Repbblica, 29 sett 2016

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