venerdì, settembre 30, 2016

Domenicani a Palermo, otto secoli di potere

di AMELIA CRISANTINO
L’arrivo nell’Isola nel 1217, l’espansione in tutte le provincie e l’apertura di oltre sessanta conventi: ombre e luci dei frati che rappresentarono il volto più feroce dell’Inquisizione
In Sicilia l’Ordine domenicano scrive un importante capitolo della sua lunga storia, che proprio quest’anno celebra l’ottavo centenario dalla fondazione. È il castigliano Domenico di Guzmán a costituire il nuovo Ordine: è il 1215, i tempi sono accelerati. Nel 1216 arriva l’approvazione di papa Onorio III e appena un anno dopo i domenicani sono a Palermo, dove vengono ospitati dai frati dell’Ordine teutonico della Magione. Nell’agosto del 1221, quando Domenico muore, i suoi confratelli hanno una sede a Palermo, a Messina e a Siracusa; presto si aggiungono Piazza Armerina, Catania, Augusta e Trapani. Nel 1304 il francese Bernard de Guy conta oltre sessanta conventi, e accanto a ogni convento è stata aperta una scuola.

L’Ordine domenicano ha il preciso compito di opporsi alle eresie, soprattutto le intransigenti dottrine dei Catari, combattendole sul loro stesso terreno: viene per questo scelto un modello di vita povera, in tutto dipendente dalle offerte dei fedeli, dedicata allo studio. Sullo sfondo lottano papato e impero, mentre il popolo dei fedeli sente l’esigenza di un ritorno alle origini evangeliche. La gerarchia ecclesiastica è molto guardinga. Nel 1210 papa Innocenzo III ha approvato l’Ordine francescano, che però non ha le pretese dottrinali dei predicatori. Gli inizi sono quindi piuttosto travagliati, poi la giovane età dell’imperatore Federico II consente ai domenicani di diffondersi per l’Europa senza incontrare ostacoli.
Fino al 1239 i Predicatori sono protetti e incoraggiati nella lotta contro l’eresia: Federico non si oppone nemmeno alla proposta papale di inviare dei frati domenicani a Lucera, per provare a convertire i musulmani deportati dalla Sicilia. Quando però, nel 1239, Federico viene per la seconda volta scomunicato, i Predicatori si trasformano nei più zelanti agenti della campagna di propaganda papale contro l’imperatore. Vengono per questo costretti ad abbandonare il Regno.
I frati domenicani tornano in grande favore con la dinastia angioina. Pare che fosse Carlo d’Angiò – il re contro cui sarebbe scoppiata la rivolta del Vespro – a ritrovare in Provenza le reliquie di Santa Maria Maddalena, che secondo una tradizione di stampo esoterico era lì vissuta per trent’anni in penitenza e contemplazione. Presto la Maddalena sarebbe stata proclamata santa protettrice dei Domenicani, con una scelta piuttosto originale per i paladini dell’ortodossia.
Nella lunga storia dei Frati Predicatori i primi decenni sono i più esaltanti e alla prima generazione appartiene Tommaso d’Aquino, il domenicano più famoso: è il teologo che compie la sintesi più profonda e completa della dottrina cattolica, per secoli le sue tesi domineranno incontrastate. Proprio a san Tommaso è legato un curioso traffico di reliquie verso la Sicilia, non andato a buon fine ma che molto ci dice sul clima dell’epoca.
Il corpo del sommo teologo era stato smembrato dopo la morte avvenuta nel 1274, nascosto in luoghi tenuti segreti. Il suo valore era enorme. E, nel 1349, misteriose trattative intercorrono fra Ludovico d’Aragona re di Sicilia e un certo conte di Piperno, che possedeva la testa e progettava di impadronirsi del resto del corpo. Re Ludovico era un ottimo acquirente, amico dei Predicatori, con un gran desiderio di custodire una reliquia tanto potente. Lunghe trattative coinvolgono anche il padre Provinciale, infine si rinuncia per difficoltà pratiche: mostrandoci però come, con la sua fitta rete di conventi e la devozione che si manifesta anche nella reggia, la Provincia domenicana di Sicilia sia ricca non solo di beni ma anche di fervore. Per tutto il Quattrocento e il Cinquecento troviamo domenicani in ogni pubblica circostanza: sono i secoli del loro potere, con il controllo dell’Inquisizione e le tante cariche vicine alla Corte. Nella capitale, nei pressi delle mura del Cassaro, c’è il monastero femminile intestato a santa Caterina dove, per tutto il Quattrocento, troviamo suore provenienti dalla famiglia Abatellis: accanto al monastero c’è l’ospedale che accoglie non solo malati ma anche poveri, anziani, pellegrini.
La lotta contro l’eresia diventa facilmente ossessione inquisitoria, e non lascia molto spazio all’indagine conoscitiva. Eppure è un domenicano, Tommaso Fazello da Sciacca, autore della prima ricerca storico-geografica sulla Sicilia moderna: nel 1558 pubblica a Palermo il De rebus siculis, ponendosi come caposcuola ancora rispettato.
Poi vennero tempi meno gloriosi. Arrivarono altri Ordini come i Gesuiti, e le rivalità furono continue. I Domenicani di Sicilia non sembrarono più tanto gloriosi, e non sempre venne coltivato l’amore per lo studio: nel 1937, nella prefazione a La Provincia domenicana di Sicilia, l’autore Matteo Angelo Coniglione poteva scrivere che nessuno dei tanti eruditi maestri aveva lasciato uno scritto per tramandare la memoria di sé e del proprio operato. Con grande fatica Coniglione ricostruisce la serie cronologica di abati, vescovi, inquisitori e predicatori, ma la storia dei Domenicani di Sicilia conserva ancora molte sorprese. Dalla metà dell’Ottocento la chiesa palermitana intitolata a San Domenico accoglie il Pantheon dei siciliani illustri: solo per fare qualche nome, vi troviamo Francesco Crispi e Giovanni Corrao, il marchese di Villabianca e Michele Amari, la poetessa Giuseppina Turrisi Colonna e il chimico Stanislao Cannizzaro, Vincenzo Florio e Pasquale Calvi. C’è grande abbondanza di patrioti risorgimentali, vale a dire di accesi anticlericali. Sembra abbastanza. Ma, nella chiesa ricca di opere d’arte, il reperto più sorprendente si nasconde in un vano di passaggio: è un affresco datato 1723, incornicia l’ingresso a quella che forse era la biblioteca del convento ed è un calendario perpetuo. Sommando dati matematici, astronomici, consuetudini agresti e ricorrenze liturgiche copre un arco temporale che va dal 1700 al 2192, mentre un motto latino avverte che siamo di fronte alla “Porta Perpetua del Tempo”.

La Repubblica-Palermo, 29.9.16

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