sabato 3 settembre 2016

Carlo Alberto Dalla Chiesa, quell’uomo solo contro la mafia

L'omicido Dalla Chiesa
A Corleone, nel 2012, è stata scoperta una targa dedicata a Carlo Alberto Dalla Chiesa, nella stessa caserma da lui diretta dal 3 settembre 1949 fino al 22 giugno 1950. Si può dire, infatti, che l’impegno antimafia, in “trincea”, dell’allora giovane capitano dei carabinieri cominciò proprio a Corleone, quando volontariamente scelse di dirigere il Gruppo Squadriglie Carabinieri della città. A Corleone rimase poco più di nove mesi, ma in un così breve lasso di tempo riuscì lo stesso ad individuare ed incriminare gli assassini del segretario della Camera del lavoro, Placido Rizzotto, che la mafia aveva assassinato il 10 marzo 1948. Prima arrestò Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che confessarono il delitto, rivelando che il cadavere del sindacalista era stato buttato da Luciano Liggio in una foiba di Rocca Busambra, «affinché non venisse trovato mai più». Poi denunciò per la prima volta Liggio, giovanissimo ma già il più feroce killer della cosca mafiosa capeggiata dal dott. Michele Navarra.
Nel 1982, subito dopo l’assassinio di Pio La Torre, segretario regionale delò Pci, da lui conosciuto fin dagli anni ’40 a Corleone, fu nominato prefetto e mandato a Palermo. «Si uccide il potente quando è diventato troppo pericoloso, ma... se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue Istituzioni e delle sue Leggi. Non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti». Fu questo il “biglietto da visita” con cui Carlo Alberto Dalla Chiesa si presentò a Palermo il 30 aprile del 1982. Dalla Chiesa era il nuovo prefetto, mandato dallo Stato per alzare il livello del contrasto alla criminalità mafiosa. O meglio, era questa la convinzione dell’ex generale, che aveva sconfitto le Brigate Rosse e, perciò, pensava di godere di tanto credito istituzionale. E cominciò ad aspettare quei poteri speciali per coordinare la lotta contro la mafia, che non arriveranno mai. Non si perse d’animo e, il 10 agosto 1982, nella famosa intervista a “Repubblica”, lanciò il suo manifesto programmatico. «Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva – disse al giornalista Giorgio Bocca -: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati». Poi fece una considerazione che fu quasi un presagio: «Credo di aver capito la nuova regola del
gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché è isolato».
A Ficuzza, il 20 agosto 1982, Dalla Chiesa tenne il suo ultimo discorso pubblico. Quel giorno, volle commemorare uno dei suoi più fidati collaboratori, il colonnello Giuseppe Russo, che i “corleonesi” avevano assassinato il 20 agosto 1977. La sua presenza nella “tana del serpente” volle avere il significato di una sfida ai “corleonesi” nel loro stesso “regno”. Con voce alta e chiara, Carlo Alberto Dalla Chiesa gridò tre volte «Vigliacchi!» ai killer di Russo. Poi tornò a chiedere i poteri speciali al ministro degli interni Virginio Rognoni, che era con lui sul palco. Ma si capì che il prefetto era davvero solo. Il 3 settembre 1982, intorno alle 21.15, la A112 bianca sulla quale viaggiava Dalla Chiesa, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro Carini, a Palermo, da una Bmw con a bordo i killer mafiosi Antonino Madonia e Calogero Ganci. Madonia sparò numerosi colpi con un fucile automatico AK-47. Nel disperato tentativo di farle da scudo, Dalla Chiesa si buttò col suo corpo sulla moglie. Ma i proiettili lunghi 10 centimetri spazzarono via entrambi. Contemporaneamente, l’auto con a bordo l’autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del prefetto, venne affiancata da una motocicletta guidata da Pino Greco “Scarpuzzedda”, che lo freddò all’istante. «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», scrisse una mano anonima sul luogo del delitto. Ma non fu così. Sull’onda dell’emozione, il Parlamento approvò la legge La Torre-Rognoni, che costituì una vera e propria svolta nella lotta alle mafie.

D. P.

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