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mercoledì 28 settembre 2016

Corleone, scatta la riscossa antiracket dei commercianti. Dodici arresti nel paese di Riina e Provenzano Le vittime: “C’è crisi, il pizzo non è sostenibile”

di SALVO PALAZZOLO
A Corleone, otto imprenditori ammettono di aver pagato il pizzo. Una scelta senza precedenti nella terra in cui hanno continuato a comandare gli eredi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, il primo è al carcere duro dal 1993, l’altro è morto in cella il 13 luglio scorso. Le parole di chi non vuole più sottostare alla legge del racket hanno fatto scattare un blitz: all’alba, i carabinieri del gruppo di Monreale e della compagnia di Corleone hanno arrestato 12 persone, sono i nuovi boss di Corleone, questo dicono le indagini dei sostituti procuratori Sergio Demontis, Caterina Malagoli, Gaspare Spedale e dell’aggiunto Leo Agueci. Il nome più autorevole fra gli arrestati è quello di Carmelo Gariffo, il nipote prediletto di Provenzano.
«Se prima si aprivano quattro occhi, ora se ne devono aprire otto», sentenzia un vecchio boss di Corleone, Carmelo Gariffo, il nipote prediletto di Bernardo Provenzano. La Cosa nostra che ha segnato una luna stagione di sangue e complicità è in crisi. Per le indagini e gli arresti. È soprattutto crisi economica. «Una volta si respirava un’aria diversa», ammette il padrino tornato in libertà da tre anni.
Ma è una mafia che fa ancora paura sul territorio. Lo dicono le indagini che hanno portato allo scioglimento del Comune di Corleone per mafia, ad agosto: il gruppo legato a Provenzano controllava gli appalti per la gestione dei rifiuti e per la riscossione dei tributi. Ora, le intercettazioni dei carabinieri svelano che il clan di Corleone continuava a imporre estorsioni agli imprenditori che si sono aggiudicati lavori piccoli e grandi fra Palazzo Adriano, Contessa Entellina e Corleone. E alcuni di loro, otto, hanno deciso di rompere il muro della paura e dell’omertà.
Uno si è presentato spontaneamente ai carabinieri, un altro ad Addiopizzo. Entrambi erano stanchi di subire da vent’anni i ricatti del pizzo. Si sono fatti avanti dopo un attentato in cantiere. «La crisi economica è ormai tanta - ha messo a verbale una delle vittime - la tassa mafiosa non è più sostenibile». Un altro imprenditore ha precisato: «Ho ancora tanta paura, ma è venuto il momento di cambiare vita». Tutti gli altri sono stati convocati in caserma, e messi davanti all’evidenza delle intercettazioni hanno ammesso di aver pagato. Qualcuno, in lacri- me.
«Sono persone normali, persone che vogliono solo lavorare», dice Daniele Marannano, di Addiopizzo. «Il loro gesto è un messaggio forte per tutti gli altri operatori economici della provincia e della città che ancora continuano a pagare». In queste ultime settimane, il muro dell’omertà si sta sgretolando in diverse zone franche. Dal Borgo Vecchio, il cuore di Palermo, alla provincia. Dice il colonnello Giuseppe De Riggi, il comandante provinciale dei carabinieri: «L’organizzazione mafiosa continua ad alzare barriere che sembrano impenetrabili, punta a controllare un intero territorio in modo esclusivo. Ma le indagini e le risposte positive arrivate dagli imprenditori superano tutte le barriere». Una strada non facile, che si può ripercorrere negli ultimi racconti del riscatto.
«Io l’esattore del pizzo l’ho incontrato al Comune - racconta un imprenditore dove ero andato a risolvere alcuni problemi ». Il boss del pizzo era il dipendente comunale Antonino Di Marco, già arrestato nei mesi scorsi. «Si rendeva disponibile per problematiche di qualsiasi tipo. Una volta, con la scusa di offrirmi un caffè, mi portò in un sottoscala del Comune. Mi disse: vedi che qua ci sono io, per qualsiasi cosa, però vedi... E mentre diceva queste cose mi faceva il segno dei soldi fregando le dita. Proseguì: per tutto Corleone, comando io, tutto quello che c’è ci sono io. Impaurito, e preso alla sprovvista, risposi che qualche regalo avrei potuto farlo, senza eccedere». I primi 5000 euro. Poi, altri 5.000. Intanto, i boss si organizzavano, per cercare di scansare le indagini.
Le intercettazioni hanno registrato il manifesto programmatico della mafia del racket. «Devono tremare tutti», dicevano. «Dobbiamo bussare» e poi «dare una lezione». Gariffo, prima di tutti gli altri, aveva già capito che «l’aria era davvero cambiata». Ed era il fautore di un pizzo meno soffocante per gli imprenditori, già alle prese con la crisi e le tasse. «Prima dobbiamo prendere tutte le informazioni possibili», consigliava. Per prudenza. «Poi, dobbiamo essere intelligenti». Cosa vuole dire essere «intelligenti» per un mafioso di questi tempi? Gariffo lo spiega chiaramente: «Appena tu chiami a uno e lo stringi, gli dici tu devi portare le cose... appena tu lo lasci stare... puoi andarti a fare la valigia a casa». Ovvero, aspettare l’arrivo delle forze dell’ordine. Meglio chiedere con garbo il pizzo.
La Repubblica – Palermo, 28 settembre 2016



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