martedì 27 settembre 2016

Corleone, parlano gli imprenditori coraggio. “Così ci siamo liberati dal ricatto"

di SALVO PALAZZOLOUno pagava da vent’anni, un altro da dieci. Uno era stato avvicinato da poco, un altro era stato minacciato. Qualcuno si è presentato spontaneamente ai carabinieri di Monreale, oppure ad Addiopizzo. Qualcuno è stato convocato in caserma, ed è scoppiato in lacrime, ammettendo il ricatto dei boss. Eccoli, gli otto imprenditori coraggio che per la prima volta si sono ribellati a Cosa nostra nella sua roccaforte storica, Corleone. “Persone normali, persone che vogliono solo lavorare”, dice Daniele Marannano, di Addiopizzo. “Il loro gesto è un messaggio forte per tutti gli altri operatori economici della provincia e della città che ancora continuano a pagare”. A loro si rivolge il nuovo comandante del Reparto Operativo di Palermo, il tenente colonnello Mauro Carrozzo: “Denunciate il racket - dice - liberatevi da questo peso. Le forze di polizia ed Addiopizzo sono qui, per sostenervi in questo percorso”.
Uno degli imprenditori ha raccontato nella sua denuncia: “La prima volta che li ho visti, i boss di Corleone, era il 1997. Stavo realizzando un lavoro per conto dell’Acquedotto di Palermo, mi avevano chiesto 3 milioni delle vecchie lire, era il tre per cento dell’importo dei lavori. Gliene diedi solo un milione e mezzo. Tornarono nel 2003, c’era Pietro Masaracchia, mi chiedeva altri soldi. Temporeggiai un po’, quella volta non gli diedi nulla”. Tre anni dopo, i boss tornarono a farsi sentire, anche quella volta l’imprenditore riuscì a resistere. “Nel 2014, mi bruciarono due mezzi. Era un segnale chiaro”. Poco prima, il boss si era presentato all’imprenditore offrendogli il suo aiuto per l’aggiudicazione di un appalto.
 
Un altro imprenditore racconta che il reggente del clan di Corleone, Antonino Di Marco, agganciava le sue vittime in Comune. D’altro canto, lavorava lì, aveva tutti gli appalti sotto controllo. “Si rendeva disponibile per problematiche di qualsiasi tipo. Una volta, con la scusa di offrirmi un caffè, mi portò in un sottoscala del Comune di Corleone. Mi disse: vedi che qua ci sono io, per qualsiasi cosa, però vedi... E mentre diceva queste cose mi faceva il segno dei soldi fregando le dita. Proseguì: per tutto Corleone, comando io, tutto quello che c’è, ci sono io. Impaurito, e preso alla sprovvista, risposi che qualche
regalo avrei potuto farlo, senza eccedere. Lui disse che andava bene, l’importante era che mantenessi la parola. Gli dissi che avrei fatto il possibile, per la crisi economica. Qualche tempo dopo, gli diedi una prima trance di 5.000 euro”.
 
Intanto, i boss si organizzavano. Le intercettazioni hanno registrato il manifesto programmatico della mafia del racket. "Devono tremare tutti", dicevano. "Dobbiamo bussare" e poi "dare una lezione".

La Repubblica – Palermo 27.09.2016

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