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venerdì 12 agosto 2016

Corleone è mafia, arriva il bollo sul marchio: devastante

di SALVATORE PARLAGRECO
Corleone non è solo una piccola città della Sicilia, ma è sinonimo della mafia. Un marchio indelebile, che i cittadini di Corleone non meritano, e che la Sicilia e l’Italia subiscono perché la storia di mafia è quella che è. Ed il cinema ne ha fatto una icona.
Fuori dai confini nazionali, accanto a Venezia, Milano, Firenze, Roma, Bologna sanno tutto di Corleone. Il Padrino portava con fierezza questo nome, e i corleonesi sono l’organizzazione criminale che ha dettato legge in Sicilia per mezzo secolo.
Corleone, del resto, ha perfino utilizzato la ventura di essere diventata il simbolo di Cosa nostra, incoraggiando il turismo matrimoniale. C’è infatti chi è venuto a convolare a nozze o trascorrere la luna di miele nella terra del Padrino per potere raccontarlo agli amici prima ed ai figli poi.

Lo scioglimento del comune di Corleone per mafia, perciò, è come un bollo di autenticità. Corleone non è soltanto una icona, ma ancora oggi la patria della mafia. Il fatto che le cose non stiano affatto così, e che il grave provvedimento assunto dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro degli Interni, il siciliano Angelino Alfano, pur avendo un fondamento, non ospiti le mafie di oggi – quelle che corrompono mezzo mondo, fanno il bello e il cattivo tempo nei mercati finanziari, e sono installate saldamente nella City, o a Panama, tanto per citare – appare irrilevante. Quel che conta è la storia di ieri, raccontata da cinema, libri e tv, e la cronaca di oggi.
Ecco perché lo scioglimento del comune di Corleone non va semplicemente incasellato come l’ennesimo caso di malgoverno locale influenzato da capibastioni di paese, ma è un evento tragicamente grave, che farà pagare costi pesanti alla Sicilia, alla sua immagine nel mondo.
Forse si sarebbe dovuto intervenire per tempo. Forse sarebbe stato necessario usare un trattamento speciale per Corleone, monitorando gli eventi, i sospetti, l’evoluzione delle cose, alfine di evitare che il “pregiudizio”,  Corleone uguale mafia, fosse accreditato autorevolmente, e che la mafia siciliana fosse ancora viva e vegeta, al lavoro e alla lotta, in quella cittadina e nella stessa Sicilia come una volta. La magistratura e le polizie hanno inferto colpi mortali alle cosche siciliane, tagliando molte teste. Un grande lavoro, costato molta fatica e molti lutti.
Investigatori, esperti, autorevoli magistrati hanno preso atto, analizzando il fenomeno, che Cosa nostra siciliana è stata “declassata” dalla ‘Ndrangheta, e che le famiglie calabresi hanno invaso il pianeta. Ciò non significa che in Sicilia siano scomparsi i boss, gli intrallazzi mediati dai capibastoni, ma che “quella” mitica mafia siciliana non esiste e che Corleone non è la capitale di Cosa nostra.
Tutti danno per scontate queste verità elementari, così come danno (giustamente) per scontato che il provvedimento abbia le sue buone motivazioni, ma pochi prendono coscienza del danno provocato dal fatto che il marchio d’infamia sia stato riconosciuto dallo Stato e può perciò essere sbandierato come un virus che da Corleone può contagiare il mondo.
Lo scioglimento del comune di Corleone entrerà nei libri di storia senza averne diritto, mentre Londra, sede della City, una delle capitali del riciclaggio e degli affari delle mafie, resterà solo la patria della Regina Elisabetta e la capitale dell’ex impero britannico.

siciliainformazioni, 12 agosto 2016

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