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venerdì 15 luglio 2016

Dino Paternostro: "Vi racconto perché mi sono dimesso..."

Dino Paternostro
La sera di venerdì 10 giugno ho annunciato le mie dimissioni da consigliere comunale, che ho formalizzato questa mattina, insieme agli altri consiglieri del Pd, consegnandole all’ufficio protocollo del nostro comune. 
Non credevo che si dovesse concludere così questa mia esperienza istituzionale al comune di Corleone. Ma è necessario dare questo taglio netto, altrimenti si rischia di diventare complici (anche involontari) del degrado amministrativo, politico e morale delle istituzioni cittadine.
Ormai è chiaro a tutti che Corleone non è governata da nessuno. La città è allo sbando, i servizi non funzionano, le tasse sono alle stelle. Per circa venti giorni è stata interrotta l'erogazione dell'acqua potabile, senza che il comune abbia informato adeguatamente i cittadini e garantito un servizio alternativo con le autobotti.

Il paese è molto sporco, ma l'amministrazione comunale continua ad affidare il servizio in emergenza da oltre quindici mesi, senza effettuare la raccolta differenziata (la relativa multa comporterà un ulteriore aumento delle bollette per i cittadini) e lasciando disoccupati tutti gli operai e i dipendenti ex Ato. 
La città di Corleone è veramente "al buio". Lo è metaforicamente perché ormai più nulla funziona; lo è concretamente perché l'Enel ha cominciato a staccare la corrente elettrica dagli edifici comunali (emblematico è il caso del complesso architettonico di Sant'Agostino rimasto al buio nei giorni 17-18-19-20-21 giugno), perché da mesi non vengono pagate le bollette. 
L'operazione "Grande Passo" ha tolto a tutti, anche ai "benpensanti", l'alibi della mafia che non c'è più. Ha "svelato", invece, che c'è ancora ed è anche dentro la "casa" comunale. Ma non ha insegnato al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di maggioranza che bisogna mantenere sempre la schiena dritta, opponendosi ad essa con decisione, anche attraverso la costituzione di parte civile al processo, che invece non c’è stata. Una scelta incomprensibile, di cui i cittadini onesti ancora si vergognano. 
Corleone è una città sotto la lente d'ingrandimento del ministero dell'interno, che ha effettuato un accesso per verificare eventuali pericoli di infiltrazione mafiosa. Non era mai accaduto prima. Un evento inquietante, che riporta indietro l'orologio della storia a quando "comandavano" loro: i boss mafiosi e i politici boss. 
Sarebbero questi motivi sufficienti per staccare la spina e ridare la parola ai cittadini-elettori, sperando che trovino essi "la chiave" per rinnovare la politica, disinquinandola dalle troppe "incrostazioni". 
Nella seduta del consiglio comunale del 10 giugno, però, c'è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Abbiamo appreso che lo scorso 7 giugno la giunta, col voto unanime del sindaco e di tutti gli assessori, aveva approvato la delibera n. 80, con cui decideva di proporre denuncia/querela contro il giornale La Repubblica e tutti gli altri giornali che avevano diffuso la notizia della processione di San Giovanni dello scorso 31 maggio e del presunto inchino davanti casa Bagarella/Riina. E, come se non bastasse, il 9 giugno ancora la giunta aveva approvato la delibera n. 84 con cui si dava mandato all’avv. Trovato di querelare La Repubblica e Palazzolo.
Abbiamo constatato con amarezza che l’amministrazione comunale ha manifestato la volontà di procedere alla querela nei confronti del mondo dell'informazione, mentre non si è costituita parte civile contro i mafiosi. E a poco vale che la giunta, qualche giorno dopo, constatando di averla fatta davvero grossa, abbia revocato entrambe le delibere di querela. Significa solo che nel “palazzo” c’è tanta confusione.
È assurdo che l'amministrazione comunale decida "la guerra totale" contro i mezzi di informazione, che magari a volte, parlando di Corleone, “colorano” le notizie, senza entrare nel merito della sostanza di quello che è accaduto. Ed è accaduto che la processione di San Giovanni la sera del 31 maggio ha fatto davvero una sosta non programmata davanti casa delle famiglie Bagarella/Riina, che a Corleone rappresentano il simbolo della mafia più feroce, quella delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. 
Probabilmente non c'è stato il famoso inchino, ma fermarsi davanti a quella casa è stato lo stesso - al di là della stessa volontà dei confrati - un atto di deferenza nei confronti della famiglia del capo dei capi di cosa nostra. Sicuramente così l'hanno interpretato i carabinieri e i poliziotti presenti alla processione, che sono andati via, inviando un rapporto all'autorità giudiziaria. Lo stesso parroco don Domenico Mancuso ha parlato di "leggerezza" che si sarebbe potuta evitare. E l'arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi, ha accettato le dimissioni dei vertici della confraternita, e, concludendo l’indagine interna, ha sottolineato: «su questa vicenda non ci possono essere equivoci, di fronte al fenomeno mafioso le parole e i gesti della Chiesa devono essere chiari, anzi di più: chiarissimi. Nei prossimi giorni nominerò un commissario per la confraternita. Una certezza si è raggiunta: quella fermata davanti a casa Riina c’è stata, ed era meglio non farla». 
Di fronte a tutto questo, il sindaco, la giunta e i consiglieri di maggioranza non hanno speso una sola parola per sottolineare che la religione cristiana debba essere assolutamente distante dalla mafia, che mafia e Vangelo sono assolutamente incompatibili, che i mafiosi sono stati scomunicati da Papa Francesco. E non ha speso una sola parola di condanna contro le offese/minacce postate su Facebook dal genero del boss mafioso Totò Riina contro il sottoscritto, che ha avuto la “colpa” di linkare l'articolo di Repubblica sul proprio profilo. Anzi, il sindaco si è scatenata in una campagna dai toni molto esasperati e duri contro l’informazione, usando parole molto simili a quelle del genero del boss.
Per fortuna non sono mancati la solidarietà e il sostegno da parte di tanti cittadini democratici e associazioni di Corleone, della Sicilia e del nostro Paese. 
Le successive revoche non/revoche delle delibere di querela hanno dimostrato solo lo stato di confusione e di irresponsabilità in cui si trova l'amministrazione comunale. 
Mi sono chiesto, quindi, che cosa ci sto a fare ancora all’interno di un’istituzione cittadina, che ha questo livello di insensibilità. E la risposta che mi sono data è stata: non ci posso più restare. 
Piuttosto che "aprire le porte al mondo" per essere aiutata nel percorso di liberazione dalla mafia e dal malaffare, con questi amministratori la città di Corleone si è messa in guerra col mondo, si è chiusa in se stessa, si è isolata. Non è questa la strada per dare un futuro alle nostre famiglie, ai nostri giovani, alle nostre aziende, che hanno bisogno di un rapporto positivo col mondo, che hanno bisogno di parlare e di essere ascoltati dal mondo per potere crescere e svilupparsi. 
Da tanti anni ritengo che il modo migliore per difendere il buon nome di Corleone sia quello di essere i primi noi a gridare che qui c'è mafia, ovviamente aggiungendo che qui c'è anche chi questa mafia vuole combatterla. Credo fermamente che sia un nostro dovere portare avanti una battaglia culturale e civile, per fare in modo che venga fuori la Corleone democratica, che si vuole aprire al mondo, piuttosto che quella oscurantista, che si chiude, che denuncia i giornali.
Per tutte queste ragioni, ho rassegnato le mie irrevocabili dimissioni dalla carica di consigliere comunale di questa città, che in questi anni ho cercato di servire con scrupolo e coscienza, perseguendo sempre l'interesse generale, in armonia con quelli della Regione e dell’Italia. Magari non ci sarò riuscito per come avrei voluto, ma - credetemi – ci ho provato, ho fatto il possibile per riuscirci. 
Anche queste mie dimissioni vogliono essere un estremo grido d'allarme, affinché ci sia la necessaria attenzione verso i gravissimi problemi della nostra città, dai servizi inesistenti al dramma della disoccupazione, specie quella giovanile. 
Il mio impegno per Corleone, per la mia città, continuerà a tutti i livelli di responsabilità in cui mi trovo coinvolto. 
Mi auguro che al più presto Corleone e i suoi cittadini possano avere quello scatto d'orgoglio necessario a riprendere un cammino positivo, che questa amministrazione e i suoi sostenitori le hanno fatto colpevolmente interrompere. 
Dino Paternostro

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