martedì 19 luglio 2016

Borsellino, gli anni passano ma le ferite sono ancora aperte

GIUSEPPE LUMIA
Gli anni passano, ma le ferite rimangono aperte. Il 19 luglio di 24 anni fa la storia del nostro Paese fu sconvolta dall’ennesima strage di mafia, la strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina. A molti fu chiaro, anche in quelle drammatiche ore, che si trattava della cronaca di una strage annunciata. Ed era anche chiaro che l’accertamento della verità sarebbe stato un percorso tutto in salita, una sorta di “mission impossible”.

La strage di via D'Amelio
Con l’avvio del maxiprocesso del pool antimafia di Palermo tra lo Stato e la mafia si creava una rottura senza precedenti. Andavano in crisi tre capisaldi del sistema delle collusioni: la segretezza di Cosa nostra, l’impunità garantita dallo Stato e l’omertà diffusa.
Con il Maxiprocesso si dà il via ad un percorso in grado di aggredire l’organizzazione Cosa nostra, la sua strutturazione in famiglie, mandamenti, commissioni provinciali e regionali. Con la celebrazione di questo processo e la sentenza della Cassazione del gennaio del ’92, che convalidava definitivamente le condanne a decine di boss, si abbatte il muro delle indagini raramente compiute, dei pochi processi celebrati e delle tante assoluzioni che hanno contrassegnato la storia giudiziaria di Cosa nostra. Così anche subisce un colpo non da poco il muro del silenzio del minimalismo sull’esistenza stessa di Cosa nostra, del negazionismo che dilagava nella coscienza di gran parte della società italiana, nonchè la scusa secondo la quale “la mafia non esiste” adottata da molti rappresentanti delle istituzioni.
Cosa nostra va fuori di testa, ma non i mandanti esterni alle stragi. Si determina così quella convergenza di interessi che porta la mafia a consumare una vendetta di sangue e ad imbastire una trattativa con le istituzioni per collocarsi nei nuovi scenari politico-istituzionali dopo la crisi irreversibile della Prima Repubblica. La stessa cosa hanno fatto pezzi dello Stato, della politica, dell’economia … pensando di trarne tutti i vantaggi possibili derivanti da una situazione di grave incertezza e difficoltà della nostra Repubblica.
Borsellino era consapevole di tutto questo. Altro che! La sua bocca lo ha espresso chiaramente prima e dopo la strage di Capaci. Il suo sguardo parlava. Vivo e brillante prima del 23 maggio e spento dopo che Cosa nostra aveva ucciso il suo caro collega e amico Giovanni Falcone e gli agenti della sua scorta.
Gli anni passano, ma le ferite rimangono aperte. Decine di processi non sono stati ancora in grado di fare piena luce sul sistema di collusioni e sulle diverse trattative che in mezzo alle stragi hanno fatto capolino nel nostro Paese.

Molte cose le conosciamo. Conosciamo gli errori fatti in alcuni accertamenti giudiziari, conosciamo soprattutto i buchi neri su cui bisogna ancora lavorare per svelare le diverse verità: quella giudiziaria, quella storica, quella delle collusioni con la politica, quella relativa alle responsabilità istituzionali.
Nel 2006 e nel 2013 in due atti ufficiali della Commissione antimafia descrivevo alcuni di questi buchi neri. Queste due relazioni sono state il mio impegno e il mio contributo più importante per la ricerca della verità e per il raggiungimento della giustizia.

Oggi alla luce del dibattito che si è generato dopo la morte di Bernardo Provenzano penso che sia indispensabile che lo Stato faccia di tutto per convincere Riina a collaborare, in modo genuino e trasparente. Riina è custode di segreti che ci consentirebbero di sapere cosa è successo, di accertare tutte le responsabilità sulla morte di Borsellino e dei tanti servitori delle istituzioni che in quegli anni sono caduti nella lotta alla mafia. Lo Stato, anche di fronte alle più tremende verità, ha il dovere di provarci fino in fondo. È questo il modo migliore per rendere onore alle vittime delle mafie.
L’impegno continua perché la ferita è ancora aperta e nessuna coscienza civile potrà mai rassegnarsi.
Giuseppe Lumia
19 LUGLIO 2016 


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