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domenica 5 giugno 2016

Il quotidiano dei vescovi italiani: "Qualcosa deve cambiare. Corleone non merita quell'inchino a Riina"

La coltivazione dei campi confiscati alla mafia
MAURIZIO PATRICIELLO
Hanno seminato terrore, sofferenza, morte. Hanno rallentato la crescita civile, economica e culturale del Paese. Hanno spento la speranza nei cuori di tanti giovani, ma ancora non si rassegnano a uscire di scena. E per rimanere a galla fanno di tutto, pur rischiando il ridicolo. Ma i tempi, ormai, sono cambiati, non sono più quelli di una volta, anche se loro, i mafiosi, possono contare ancora su un numero imprecisato di amici e spalleggiatori. La gente non è più disposta a subire, a tacere, a farsi tormentare. La gente, finalmente, lo ha capito: loro non sono i più forti, ma i più deboli. E proprio il ricorso alle intimidazioni, ai ricatti, alle armi stanno a dimostrare la loro grande debolezza. Vero è che, nel nostro Paese, la corruzione in generale ha raggiunto vette da capogiro. Vero è che il mafioso classico si va rigenerando.


Ma se a Corleone ancora si sente il bisogno di far fare un inchino al simulacro di san Giovanni, alla signora Ninetta Bagarella, un motivo deve esserci.

Perché quell’inchino? Per dire: siamo ancora forti? Comandiamo ancora noi? Il popolo ancora sta dalla nostra parte? Anche la chiesa locale ci teme? Ma non è della signora Riina che vogliamo parlare. Ci basti aver assistito con gli occhi stralunati all’ intervista rilasciata da suo figlio, qualche mese fa. Con la faccia da bravo ragazzo, costui ebbe il coraggio di presentarsi davanti alle telecamere per tentare di convincere gli italiani che la sua era una famiglia normale. E che suo padre era un padre come tutti gli altri. Capace di coccole e carezze, di attenzioni e preoccupazioni. Se poi il babbo, per assicurare la sopravvivenza dei figlioli, abbia ferocemente massacrato e fatto massacrare, al rampollo la cosa non interessa. Dopo il figlio, le telecamere riprendono la sua mamma maestrina, devota di san Giovanni Battista.

A quanto sembra, la signora non conosce il motivo per il quale i cristiani, dopo due millenni, ancora rendono omaggio alla sua santità. Ma succede. Succede, cioè, che pur festeggiando un eroe, un martire, un grande uomo, di fatto ci si allontani dal loro insegnamento. E così a Corleone si ripete quell’insopportabile gesto blasfemo, intriso di un significato che preoccupa ed inquieta. Il simulacro si ferma. La sosta è breve, ma basta a lanciare un appello, un avvertimento, un segnale.

Ma chi è che ferma la processione? Il capo della confraternita. E questi è un lontano parente dei Riina. Tutto calcolato, dunque? La magistratura ci dirà come sono andate le cose. Corleone, però, non è un paese qualsiasi. Corleone è la patria, il feudo, la fortezza di Totò Riina e Leoluca Bagarella. E prima di loro di Luciano Liggio e Michele Navarra.

A Corleone le persone perbene hanno sofferto troppo. Corleone ha bisogno di un riscatto, di gesti simbolici che dicano addio al passato. Corleone deve farsi conoscere nel mondo per le cose belle che ivi si vanno realizzando. Corleone non può correre, nemmeno lontanamente, il rischio di un ritorno al passato.

Perciò quel gesto non doveva avvenire. Assolutamente. E non deve accadere più che possa ripetersi. In nessuna parte d’Italia. Per questo occorre avere le idee chiare e il coraggio per realizzarle. Occorre fare scelte precise, non importa se impopolari o meno. Il male deve essere prevenuto. Scaltri come serpenti e semplici come colombe. Troppo e per troppo tempo siamo arrivati in ritardo. Quando il male aveva già fatto tanto male. Ma, soprattutto, occorre fare le cose insieme. Tutti. A cominciare dal popolo. E poi la chiesa con il parroco e le varie realtà parrocchiali. Le confraternite, le forze dell’ ordine e le amministrazioni locali.

Tutto deve essere previsto, messo in conto, fin nei minimi dettagli. Anche l’ eventuale, incivile, disobbedienza di qualche ingenuo o infiltrato. Niente deve essere lasciato al caso. I percorsi dovranno essere stabiliti prima, con cura e d’ accordo con i responsabili diocesani. Niente, in nessun modo, deve prestarsi ad equivoci.

Occorre avere la parola limpida, chiara, precisa, tagliente, proprio come quella di san Giovanni Battista. E, come lui, essere pronti anche a pagare un prezzo se la codardia e la cattiveria di qualcuno lo riterrà opportuno. Una cosa è certa: non deve accadere mai più che il tesoro immenso della pietà popolare venga strumentalizzato e vilipeso.

Avvenire.it

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