martedì 14 giugno 2016

CI SCRIVONO sulla processione."La lotta alla mafia non si fa col silenzio"

di BIAGIO CUTROPIA
Se dovessi tentare di spiegare, sinteticamente, la mafia ai miei alunni (o ai miei figli) userei tre aggettivi per definirla: prepotente, violenta e silenziosa, combinato disposto che l’ha resa e la rende tragica oltre che legata fortemente ai fatti simbolici, specialmente, in alcuni luoghi del meridione e della Sicilia dove è nata e dove si è sviluppata per poi globalizzarsi e diventare un fenomeno planetario. Questi luoghi, dove il fenomeno è nato, non sono però covi di mafiosi, (seppur, per le ragioni storiche ricordate, questi luoghi hanno dato i natali e hanno dato, e danno ancora le residenze, ai fondatori e agli ideologi di questo tragico fenomeno), ma sono luoghi abitati da gente normale, quasi tutta più vittima che complice della mafia.
Sono ormai passati più di 50 anni dalle lotte mafiose locali (corleonesi e dintorn) dei vari padrini e molte generazioni sono cresciute con approcci generazionali diversi al fenomeno. Tutte però sempre più unite nel dilagante fenomeno dell’oblio e dell’indifferenza verso temi che invece non andrebbero dimenticati e che dovrebbero far parte del DNA di ognuno di noi. Le giovani generazioni, in larga parte (dai 40 ai 20 anni), ignorano quasi completamente il fenomeno mafia così come ignorano tutto ciò che nel tempo si è messo di traverso alla mafia (Fasci siciliani, Bernardino Verro, Placido Rizzotto, tutto il sindacalismo militante e le decine di vittime tra magistrati, forze dell’ordine e giornalisti e sindacalisti, etc.) il tutto ricordato, sempre con meno partecipazione e consapevolezza responsabile, ogni 23 maggio.
C’è quindi, a mio parere, un problema sociologico e culturale che porta i giovani e purtroppo anche i meno giovani ad ignorare la storia, sia quella fatta da eroi che quella fatta da delinquenti e mafiosi, presi come siamo nel tentare di risolvere i problemi quotidiani e personali. Questi fenomeni hanno assunto nel tempo dimensioni qualitative e quantitative preoccupanti (scomparsa dei sindacati e dei partiti, scarsa partecipazione alle scelte politiche, sfiducia nelle istituzioni, etc.) tutti fenomeni complessi che incidono pesantemente nello sviluppo di un Paese e nello specifico incidono pesantemente nel sottosviluppo del Sud e delle aree interne del Sud quale l’intera area del Corleonese, la
quale in aggiunta deve convivere con una forte stigmatizzazione di natura mafiosa.
E proprio per queste ragioni, in questi luoghi storicamente segnati, è doveroso avere una memoria responsabile più lunga e capire, meglio e di più che in altri posti, che alcuni fatti possono diventare, o essere letti, quali simbolici e contigui con la mafia.
Non conosco bene Leoluca Grizzaffi, il confrate “accusato”, per quello che lo conosco mi sembra un bravo lavoratore e un bravo ragazzo. Così come non conosco bene il Sindaco Savona ma certamente sembra una brava persona lontana da ambienti mafiosi. Credo che in entrambi i casi ci sia una scarsa conoscenza della storia tragica della mafia, una scarsa considerazione e un atteggiamento di leggerezza verso fatti che possono diventare simbolici (negativamente simbolici) e che in luoghi come Corleone rischiano di diventare elementi di contiguità, quanto meno culturale, con il mondo della mafia. Mi riferisco alla mancata costituzione quale parte civile del Comune di Corleone dopo l’arresto De Marco e alla sosta in Via Scorsone.
A Corleone vi è il dovere di essere più attenti, ed è un dovere dell’intera comunità, la quale non è certamente mafiosa o paramafiosa ma semplicemente una comunità presa da fatti quotidiani (come tante altre comunità) la quale però credo non pensi minimamente a genuflettersi innanzi a nessuno, famiglia Riina compresa. Forse una comunità desiderosa di normalità ma ignara del fatto che la normalità, in questa città, dovrà essere frutto di impegno e responsabilità da esercitare non nel silenzio o nella indifferenza o dimenticando ma ricordando responsabilmente e con grande attenzione anche verso fatti apparentemente innocui.
La lotta alla mafia credo vada fatta usando la parola (la cultura) e non il silenzio, vivendo la solidarietà e il senso di appartenenza ad una comunità onesta seppur in difficoltà sociali ed economiche ma da aprire al mondo e ricordando sempre come la violenza mafiosa abbia martoriato Corleone, la Sicilia e l’intero paese. Si fa anche evitando che le processioni passino da alcune strade e si fa costituendosi senza se e senza ma nei processi per mafia. Si eviterebbero così equivoci e la Chiesa locale potrebbe dare segnali diversi e precisi forse anche quale segno di redenzione per i propri lunghi silenzi sulla mafia. Credo che la stampa sia stata e sia fondamentale nella lotta alla mafia e certamente Bolzoni è un giornalista che ha dato un grande contributo nel fare chiarezza su molti fatti di mafia. Leggendo l’articolo di oggi su repubblica (domenica) è come leggere un articolo di “archeologia mafiosa”. Nessun contributo, a mio parere, alla riflessione ma soltanto una specie di riassunto di fatti noti fatto utilizzando la “leggerezza" di una sosta equivoca e sbagliata. Sbaglia però il Sindaco Savona a chiederne la sospensione dall’Ordine dei Giornalisti, dovrebbe invece invitare Bolzoni e anche altri uomini di cultura per una riflessione comune sulla anticultura mafiosa e sulla cultura, e far diventare così l’occasione utile a ricordare, specialmente alle nuove generazioni, cosa sia stata e cosa sia la mafia, facendo così un servizio utile all’intero paese e specialmente a Corleone e ai Corleonesi onesti.
Soltanto il mio convincimento dell’esercizio della parola contro il silenzio mi permette di scrivere questo mio punto di vista.
Corleone 5 giugno 2016

Biagio Cutropia

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