giovedì 12 maggio 2016

Sola contro la mafia. Francesca Serio, storia di una madre coraggiosa

Salvatore Carnevale e Francesca Serio
di Ester Rizzo 
Il 16 maggio 1955 fu ucciso dalla mafia, a Sciara, il sindacalista Salvatore Carnevale. A sessant’anni da quel giorno, vogliamo ricordare la figura di sua madre, Francesca Serio, una donna coraggiosa nella Sicilia degli anni Cinquanta dominata dall’omertà mafiosa.Il 16 maggio 1955 fu ucciso dalla mafia il sindacalista Salvatore Carnevale. A sessant’anni da quel giorno, vogliamo ricordare la figura di sua madre, Francesca Serio, una donna coraggiosa nella Sicilia degli anni Cinquanta dominata dall’omertà mafiosa. Francesca, nata nel 1903 a Galati Mamertino, si sposò con Giacomo Carnevale e, dopo essere rimasta vedova, si trasferì a Sciara per allevare con grande fatica ma anche con grande dignità il figlio Salvatore.

“Andavo a lavorare per campare questo figlio piccolo, poi crebbe, andò a scuola ma era ancora piccolino, così tutti i mestieri facevo per mantenerlo. Andavo a raccogliere le olive, finite le olive cominciavano i piselli, finiti i piselli cominciavano le mandorle, finite le mandorle ricominciavano le olive, e mietere e zappare mi toccava… Io dovevo lavorare tutto il giorno e lasciavo il bambino a mia sorella…”
Crescendo Salvatore diventò un dirigente sindacale che lottò per la terra e per gli operai e si batté per la riforma agraria scontrandosi duramente con mafiosi e proprietari terrieri, come i Notarbartolo, padroni di Sciara.
Francesca raccontava che dopo uno sciopero il maresciallo chiamò suo figlio e gli disse: “Tu sei il veleno dei lavoratori”; Salvatore rispose che voleva solo far rispettare la legge ed il mafioso Mangiafridda, che era accanto al maresciallo, gli disse: “Picca n’hai di sta malandrineria”…
Ma Salvatore non si arrese. I mafiosi minacciarono e tentarono la “carta delle promesse”: se si fosse ritirato avrebbe avuto “una buona somma”, ma se avesse continuato sarebbe finito male. E Salvatore rispose: “Chi uccide me uccide Gesù Cristo”…
Il mattino del 16 maggio sulla strada per la cava, Salvatore cadde sotto i colpi di mafiosi perfettamente individuabili ma rimasti impuniti. Il dolore straziante di questa madre e la sua determinazione a continuare la lotta del figlio li troviamo mirabilmente “fotografati” dallo scrittore Carlo Levi in “Le parole sono pietre” : “E’ una donna di cinquant’anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell’aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti; di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana”.
Francesca dopo la morte del figlio ne raccolse l’eredità, accusò i mafiosi e denunciò la complice passività delle forze dell’ordine e della magistratura. Dopo l’assoluzione, celebrò quotidianamente davanti a tutti coloro che la visitavano nella sua casa poverissima, un suo processo, civile e politico.
Scrive ancora Levi: “Niente altro esiste di lei e per lei se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta nella sua sedia di fianco al letto; il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre…”
Riteniamo doveroso, senza altro aggiungere, riportare alcuni stralci inviati da questa madre al Procuratore Generale della Repubblica ed al Comandante dei Carabinieri di Palermo.
“Poiché un insieme di circostanze mi inducono a ritenere con certezza che gli autori del delitto debbano ricercarsi tra gli esponenti della mafia di Sciara e di Trabia… sono venuta nella determinazione di rivolgermi alle Signorie Loro per pregarLe di intervenire energicamente e sollecitamente nelle indagini richiamandole presso i Loro uffici.
Anzitutto intendo precisare che il mio povero figlio non aveva da tempo altri rancori se non quelli che potevano derivargli dall’attività sindacale svolta in favore dei braccianti disoccupati del Paese, né ebbe mai rapporti con la giustizia, se non in occasione delle occupazioni simboliche delle terre incolte, da lui promosse ed organizzate… Nel 1952 mio figlio cominciò a riunire e ad organizzare i contadini di Sciara, e li indusse a richiedere l’applicazione delle nuove leggi sulla ripartizione dei prodotti agricoli. Preciso che tutti i terreni vicini al paese di Sciara sono di proprietà della principessa Notarbartolo… Pertanto i contadini furono indotti da mio figlio a chiedere l’integrale applicazione della legge…
Io appresi nelle prime ore del mattino che un cadavere era stato trovato lungo la strada che portava alla cava e, come altre donne, mi precipitai nella via… Le pietose bugie di alcuni congiunti, che pur assicurandomi che non si trattasse di mio figlio, cercavano di dissuadermi dal recarmi sul posto, lungi dal tranquillizzarmi fecero nascere in me i primi dubbi sull’accaduto. Io mi avviai a piedi sola… e, poco dopo, da lontano, dalle scarpe, da un po’ di calze che si intravedevano sotto la stuoia che copriva il cadavere, ebbi la certezza che l’ucciso fosse mio figlio.
Questi i fatti e le circostanze che hanno preceduto l’assassinio della mia creatura. Questi i motivi per i quali ritengo che sia opportuno che le indagini siano condotte direttamente dagli uffici di Palermo e sottratte all’ambiente locale, tristemente dominato dalla mafia. E’ necessario che tutti coloro che sanno vengano incoraggiati a parlare, e parleranno solo se si renderanno conto che le indagini sono affidate a buone mani, e che la loro incolumità non corre per| 14 maggio 2015icoli…”


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