mercoledì 11 maggio 2016

Felicia Impastato che rifiutò la vendetta ma ottenne giustizia

Una scena del film "Felicia Impastato"
di SAVERIO LODATO
Sono tempi disgraziati per l'Antimafia che vede crollare Miti anti mafiosi di cartapesta e carriere spregiudicate, certezze processuali acquisite nel tempo e consenso dei cittadini sempre più sconcertati, disillusi al limite della rassegnazione, increduli di fronte a questo cupo sabba di notizie devastanti che inondano giornali e Tg. Il minimo che si possa dire è che l'Antimafia gode oggi di pessima salute e che le parole sono ormai ridotte a pannicelli inefficaci su un corpo malato e ulcerato. Come non bastasse, si sono fatti vivi i soliti monatti che sperano, approfittando della situazione, che il contagio si diffonda, dando così il colpo di grazia a questo malato che loro si augurano sia allo stadio terminale. Non intendiamo calcare la mano. Farla, come si dice, più tragica di com’è.
Non c'è ne sarebbe motivo, se si vedessero all'orizzonte idee intelligenti, terapie efficaci, analisi autorevoli, provvidenziali autocritiche, se si levassero voci alte e nuove, insomma tutto quello che sarebbe necessario per ripartire in una direzione radicalmente nuova. Ma sin qui, tutto questo ancora non si vede, fatta eccezione per quell'idea, che su questo giornale abbiamo definito "rancida", di un'Antimafia finalmente "equidistante dai politici e dai pubblici ministeri". E poi, lo ripetiamo, ci sono i monatti, quelli che negli ultimi trent'anni sono stati schierati zitti zitti e ventre a terra in difesa dei mafiosi e dei loro interessi, e che ora, annusando l'odore del sangue, occupano la ribalta criticando ferocemente quest'Antimafia agonizzante. E ai quali, detto per inciso, l’“idea rancida” non dispiace per niente.
Sono pensieri che mi sono passati per la mente l'altra sera, durante la visione in anteprima a Roma, in una sala della Camera dei deputati, di uno "choccante" film prodotto da Rai 1, regia di Gianfranco Albano, dedicato e intitolato a "Felicia Impastato". E che andrà in prima serata su Rai 1, martedì 10 Maggio. C'erano il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall'Orto, il presidente del Senato, Piero Grasso, la presidente della Camera, Laura Boldrini.
Felicia Impastato, per i pochi che ancora non lo sapessero, fu la madre di Peppino, il coraggioso militante di Democrazia Proletaria che a Cinisi, alle porte di Palermo, dai microfoni di Radio Aut, conduceva una durissima battaglia contro i mafiosi del paese. Venne assassinato da un gruppo di sicari al soldo del boss Gaetano Badalamenti, nello stesso giorno del delitto Moro (9 Maggio 1978), e il suo corpo trascinato sulla ferrovia, qui fatto a pezzi da un ordigno esplosivo, per simulare un attentato terroristico finito male. Storia, questa, che venne efficacemente raccontata da Marco Tullio Giordana nel suo film "I cento passi", ché tanti erano i passi che separavano la casa degli Impastato da quella dei Badalamenti. E - non è un caso - sceneggiatrice di entrambi i film sugli Impastato è Monica Zapelli, da tempo convinta che sull'argomento mafia sia preferibile far ragionare gli spettatori piuttosto che farli piangere.
Ma veniamo ora al film di Gianfranco Albano che riprende dal punto in cui Giordana aveva concluso.  
Dicevamo che è "choccante". Lo è in quel suo raccontare la storia di una madre che dopo la morte del figlio rifiuterà per 24 anni la versione di Stato: quella dell'attentato terroristico o, in subordine, quella del suicidio dello stesso Peppino. E lo farà pretendendo verità. Non, invece, quella vendetta che i suoi stessi parenti mafiosi (uno di loro nel film è Paride Benassai) le offrivano su un piatto d'argento essendo stato oltraggiato, con l'uccisione di Peppino, lo stesso Onore degli Impastato. 
Felicia, con il suo orgoglio e la sua fierezza, il suo onore di donna siciliana che né si spezza, né si piega, che crede cocciutamente che dovrà venire il "giorno della verità", busserà a tutte le porte della giustizia, da quella del giudice Gaetano Costa, a quella di Rocco Chinnici, a quella di Giovanni Falcone e Antonino Caponnetto, a quella di Gian Carlo Caselli e della sostituta procuratrice Franca Imbergamo (interpretata da Barbara Tabita).
Nel film di Albano, Felicia viene fatta rivivere da Lunetta Savino, che è riuscita in un difficile processo di immedesimazione senza il quale il film sarebbe rientrato nei canoni tipici dei film di mafia.
Va detto che sin dal primo momento del ritrovamento del corpo scempiato di Peppino, i carabinieri scelsero di infangare la sua memoria. Non fecero sopralluoghi nel casolare dove Peppino era stato massacrato. Non interrogarono i casellanti della ferrovia dove presunsero, sin dall'inizio, che fosse avvenuto il fallito attentato terroristico. E fecero di peggio. Fecero scomparire gli atti di un'inchiesta di Peppino su precisi interessi mafiosi a Cinisi. Documenti che erano stati sequestrati in casa di Felicia e di Giovanni, il fratello di Peppino (presente l'altra sera all'anteprima del film dove ha pronunciato un commosso intervento), e che nel film è interpretato da un convincente Carmelo Galati. Prove, documenti, reperti raccolti da Giovanni, dalla sua fidanzata Felicetta (è Linda Caridi), e da un gruppo di amici di Peppino che la verità per anni dovettero cercarsela da soli.
E bello sarebbe se altri registi, con la stessa mano ferma di Albano, nelle loro fiction TV raccontassero l'analoga sorte che ebbero i diari del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, quello di Giovanni Falcone, l'agenda rossa di Paolo Borsellino. Tutti documenti questi che, proprio come quelli di Peppino, furono risucchiati dalle "Aspirapolveri" di Stato, perché si alimentasse all'infinito la favoletta di una Mafia che faceva tutto da sola.
Un altro dei motivi per cui il film è "choccante" sta nel fatto che il film tutto questo lo racconta a chiare lettere. Gli italiani potranno farsi un'idea rigorosa di come agirono in sintonia, in quella squallida vicenda, quelli che io amo definire lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato. Si faranno un'idea di che significa la parola "depistaggio". Capiranno quali tesori umani rappresentarono per la giustizia siciliana uomini come Costa, Chinnici, Falcone, tutti poi puntualmente assassinati dallo Stato-Mafia e dalla Mafia-Stato. 
Ma resta il fatto che Felicia e Giovanni Impastato, alla fine, ebbero giustizia in un'aula di Corte d'Assise. Gaetano Badalamenti, fra i tanti ergastoli, collezionò anche quello per l'uccisione di Peppino.
La morale da trarre da questa storia? Che Felicia si costruì una sua personalissima antimafia. Rara per quei tempi, come quel siciliano strettissimo in cui solo sapeva esprimersi. Ma micidiale per i suoi nemici, devastante, perché animata da una determinazione straordinaria. E nel film di Albano, gli italiani questo non potranno non vederlo. Con buona pace dei monatti che di Antimafia non vorrebbero più sentir parlare.

antimafiaduemila.com, 6 maggio 2016

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