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venerdì 6 maggio 2016

Dall'11 maggio l'omaggio del teatro Biondo di Palermo al poeta Nino Gennaro

Nino Gennaro e Massimo Verdastro in una foto dei primi anni '90
"Non ho tempo di badare ai miei killer", di Massimo Verdastro e Giuseppe Cutino: è l’omaggio del Teatro Biondo di Palermo al poeta Nino Gennaro.
A vent’anni dalla sua scomparsa, il Teatro Biondo di Palermo, in collaborazione con la Compagnia di Massimo Verdastro, rende omaggio a Nino Gennaro, poeta eccentrico e anticonvenzionale, corleonese di nascita e palermitano di adozione, testimone e cantore di un’umanità tanto “esclusa” quanto vitale e creativa. Autori e registi dello spettacolo “Non ho tempo di badare ai miei killer”, che comprende alcuni testi di Gennaro e che debutta in prima nazionale nella Sala Strehler del Teatro Biondo mercoledì 11 maggio 2016, sono Massimo Verdastro e Giuseppe Cutino. Interpretato dallo stesso Verdastro, che per anni si è dedicato alla divulgazione e interpretazione dell’opera di Gennaro, e da Giuseppe Sangiorgi, lo spettacolo si avvale delle scene di Giuseppe Marsala, dei costumi di Daniela Cernigliaro, delle luci di Giuseppe Calabrò e dei movimenti coreografici di Alessandra Fazzino. Repliche fino al 15 maggio.
“Non ho tempo di badare ai miei killer” è una frase dello stesso Gennaro, non priva di ironia, coniata durante gli anni della malattia e presente in uno dei suoi ultimi scritti, il libretto Gioiattiva, opera amanuense replicata in oltre duemila esemplari.
Lo spettacolo recupera alcuni dei testi più rappresentativi di Nino Gennaro: “Una divina di Palermo”, che rivelò la forza poetica e drammaturgica dello scrittore di Corleone, “La via del sexo”, “Rosso Liberty”, ed altri scritti editi e inediti. Un corpus in grado di offrire una visione ampia e approfondita del lavoro di un autore che ancora oggi si rivela di sorprendente attualità. Brani di diversa natura, che trattano gli argomenti più disparati, con i modi e i registri più diversi, ma con una comune urgenza: “l’urgenza di essere detti”.
“Teatrosi”, dice l’autore dei suoi scritti: poesie, stralci di diario, racconti, dialoghi, parole inventate, tenere e arrabbiate, che sono commozione, ironia, disperazione, impegno sociale e politico. L’attore si fa corpo di questa urgenza, la porta in scena e la vive su di sé.
Il titolo dello spettacolo non si riferisce soltanto a un fisico minato dall’AIDS, ma a tutti quei fattori che oggi determinano l’assopimento delle coscienze; da qui la necessità di combattere questi attacchi anche ignorandoli, rivendicando il diritto alla “gioia di vivere”, nonostante tutto.

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