martedì 1 marzo 2016

Corleone oggi rinnova un'importante tradizione: festeggia Leoluca, il suo santo patrono

La processione di S. Leoluca
di DINO PATERNOSTRO
Come ogni anno da secoli, anche oggi, 1° marzo, Corleone festeggia il «dies natalis» di San Leoluca, suo Santo Patrono, che fu un abate basiliano vissuto in Calabria più di mille anni fa. Il «giorno della nascita», per la Chiesa cattolica, corrisponde alla data della morte terrena, che apre le porte alla vita eterna. Per i corleonesi la festa di San Leoluca ha un sapore tutto particolare. È un santo che amano molto, insieme all’altro santo corleonese, San Bernardo. Stasera si farà la consueta processione, con la statua del Santo che attraverserà le principali vie del paese, seguito dalla sua confraternita, dalla banda musicale e da tanti fedeli. E stasera saranno accese le consuete «luminiane» (i falò) in tante strade e piazzette, con la legna (prevalentemente, ramaglie di ulivo) ammassata dai giovani devoti già qualche giorno prima. L’ultima domenica di maggio, invece, si terrà la classica “corsa di S. Leoluca”, per ricordare quando il santo, il 27 maggio 1860, salvò la città dal saccheggio dell’esercito borbonico. Ancora una volta, il pensiero di tutti non poteva non andare all’eccezionale ritrovamento dei resti del Santo, reso pubblico il 9 dicembre 2006 dall’archeologo Achille Solano e dalla sua equipe. Si trovavano in una grotta sotto la chiesa di Santa Ruba, nel comune di San Gregorio d’Ippona, un paesino calabro, poco distante da Vibo Valentia, dove un tempo sorgevano tanti monasteri basiliani. Un ritrovamento a cui ha dato credito lo stesso vescovo della diocesi di Mileto- Nicotera-Tropea, competente per territorio, che ha inviato sul posto un suo rappresentante, don Filippo Ramondino. La curia di Monreale, forse perché lontana dal luogo della scoperta, ha assunto una posizione più prudente, ma pare che adesso sia orientata a seguire l’orientamento della chiesa calabra.
La classica "luminiana" di S. Leoluca 
Per la verità, di questo santo in Sicilia si è sempre saputo poco. Nel 1657 il gesuita Ottavio Gaetani aveva pubblicato un testo in latino sulla vita di Leone Luca, precisando «di averlo ricavato da tre manoscritti rinvenuti in Sicilia: uno a Palermo, un altro a Mazara e un terzo a Corleone», dice Maria Stelladoro, docente di Lettere classiche e specialista in Paleografia e codicologia greca presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica ed Archivistica. Ma non era un testo divulgativo. Qualche anno dopo, i Bollandisti pubblicarono un’altra Vita del Santo, pure in latino, rinvenuta nella biblioteca di Giuseppe Acosta.
Un grande merito va alla studiosa siciliana Maria Stelladoro, che ha tradotto in italiano il testo del Gaetani, vi ha aggiunto una sua introduzione, un commentario e gli indici, e nel 1995 l’ha pubblicato (“La vita di San Leone Luca di Corleone”, Edizioni Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, Grottaferrata, Roma, 1995). Il volume non è l’unico contributo della Stelladoro per una migliore conoscenza del Santo. Nel settembre 1999, sul n. 27/28 della prestigiosa rivista tedesca «Codices Manuscripti», ha pubblicato anche il «Codice di Mazara» sulla vita del Santo, già citato dal Gaetani e recentemente ritrovato. «Leone Luca – ci racconta Maria Stelladoro – nacque a Corleone di Sicilia da Leone e Teotiste, contadini e pastori. Ancora in giovane età rimase orfano di entrambi i genitori, abbandonò i lavori agricoli ed entrò novizio nel monastero di S. Filippo di Agira, dove ricevette la prima tonsura da un anziano monaco e il consiglio di emigrare in Calabria a causa della violente incursioni dei Saraceni in Sicilia. Raggiunta la Calabria, incontrò una pia donna, alla quale manifestò le tribolazioni dell’animo suo e le domandò un consiglio sul da farsi. E fu proprio tale donna che lo indusse ad abbracciare la vita monastica cenobitica. Dopo la “peregrinatio ad limina Apostolorum”, si stabilì in Calabria, nel monastero sui monti Mula, divenendo discepolo dell’igumeno Cristoforo, che lo rivestì dell’abito monastico e gli cambiò il nome in Luca. Fondarono insieme un monastero nel territorio di Mercurio e un altro in quello di Vena e in quest’ultimo dimorarono fino alla morte. Designato igumeno del monastero di Vena dallo stesso Cristoforo morente, vi esplicò una funzione taumaturgica polivalente. In punto di morte designò suoi successori Teodoro ed Eutimio».
«Leone Luca – spiega ancora la Stelladoro – iniziò il suo ministero pastorale con due pabula, sia per alimentare nei suoi confratelli la carità, sia per esortarli a sfuggire i pettegolezzi». Si tratta di due racconti-parabole abbastanza semplici, come semplice era la vita dei monaci basiliani. Ecco la prima. Un tempo, essendo un frate rimasto da solo e con un solo pane nel monastero, poiché gli altri erano usciti per lavorare, vide arrivare alcuni cacciatori stanchi e affamati, che gli chiesero del cibo. Mosso da carità verso il prossimo, non esitò a donare loro quell’unico pane che aveva e qualche mela. Rimasto a digiuno, per tutto il giorno faticò nei lavori domestici fino a sera, quando, stanco e affamato, aperto l’uscio della sua cella, vi trovò tre pani caldi e bianchi, mandatigli da Dio in premio della sua generosità verso i cacciatori. L’altro racconto-parabola risale al tempo dell’igumeno Cristoforo, quando un confratello aveva offeso un umile. Per espiare la colpa del suo pettegolezzo si sottopose ad una rigida penitenza: soffrì per venti giorni e venti notti nudo il freddo sui monti di Mormanno. Ma un giorno, per sfuggire ad alcuni cacciatori proprio a causa della sua nudità, si immerse, per pudore, nell’acqua gelida fino al collo. «Quale che sia la natura dei due episodi, veri o inventati, rimane sicuro il loro intento pedagogico: Leone Luca è il maestro e i confratelli sono discepoli (ivi compresi Teodoro ed Eutimio, designati suoi successori e precisamente: il secondo quale aiuto del primo)», dice Stelladoro.
Ma era istruito San Leoluca? Pare proprio che non lo fosse e che non sapesse nemmeno leggere e scrivere. «Proprio la tradizione orale, cui Leone Luca fa affidamento per esporre i due episodi a scopo didascalico ai suoi confratelli discepoli, non può provare – dice ancora Stelladoro – che il santo fosse istruito. Ricordiamo, inoltre, che anche Pertusi menziona Leone Luca tra quei monaci “assolutamente illetterati” assieme a Filareto il Giovane, perché non avrebbero ricevuto in gioventù alcuna istruzione religiosa e non si sarebbero applicati allo studio della Sacra Scrittura, del Salterio e dell’innologia sotto la guida di un maestro spirituale». «L’unica istruzione che ci sembra di riscontrare nel testo della Vita – conclude la studiosa – è quella morale, impartita, cioè, dai genitori al proprio figlio, che educarono alla semplicità. Non sappiamo – a meno che altri studi non daranno nuovi risultati – se Leone Luca sapesse leggere e scrivere tanto da accostarsi alla lettura e quindi allo studio delle Sacre Scritture, guidato da un maestro. Né sappiamo come avvenne l’educazione religiosa impartitagli da Cristoforo. Possiamo ipotizzare – ma solo ipotizzare, in considerazione della mancanza di qualsiasi riferimento al libro manoscritto nella Vita e al suo uso –, che gli insegnamenti fossero impartiti oralmente e che lo stesso Leone Luca si facesse istruttore di insegnamenti da lui stesso impartiti oralmente».
D.P.


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