martedì 19 gennaio 2016

Chiedevano la terra, furono uccisi: 123 anni fa la strage di Caltavuturo

"La memoria non si cancella". Per questo domani a Caltavuturo ricorderemo la drammatica strage di 123 anni fa, quando ben 11 contadini furono assassinati ed altri 40 feriti perchè rivendicavano i loro diritti. Io ci sarò a rappresentare la Cgil, insieme all'Amministrazione comunale di Caltavuturo, al Centro Pio La Torre e all'Anpi.
Ma che accadde il 20 gennaio 1893 a Caltavuturo?
Di fronte alla richiesta pressante di intervento per arrestare e soffocare il Movimento dei Fasci siciliani che in quegli anni era cresciuto e si era irrobustito mettendo in forse gli equilibri sociali in Sicilia, Giovanni Giolitti, il presidente del consiglio del tempo che aveva improntato la sua azione politica ad una maggiore attenzione ai fenomeni sociali e alla tolleranza nei confronti delle organizzazioni operaie, diede ai responsabili della sicurezza pubblica generiche disposizioni perché “fosse mantenuto l’ordine pubblico e impedito con tutti i mezzi consentiti dalla legge, l’uso della violenza”. Una disposizione ambigua che, certamente, non poteva soddisfare le aspettative dei “galantuomini” ma che, ancor di più, lasciava spazi all’arbitrio di quanti, fra i rappresentanti dello Stato, guardavano con sospetto e manifestavano ostilità nei confronti di quelle leghe di “cafoni” che, per la prima volta in modo organico e senza riesumare il vecchio refrain del rivendicazionismo sicilianista, mettevano in discussione i rapporti sociali nell’isola. I contadini in lotta, organizzati nelle leghe, chiedevano infatti la revisione dei patti agrari, protestavano contro le tasse comunali ed il dazio di consumo e si rivolgevano allo Stato perché ne tutelasse i diritti. Per questo motivo si erano dati infatti una prima organizzazione per affermare, anche con la forza, non esclusa l’occupazione delle terre, quei diritti che venivano loro negati.
Tale è il contesto nel quale si iscrive il cosiddetto ”eccidio di Caltavuturo”, il tragico evento consumatosi il 20 gennaio 1893, giorno di San Sebastiano. Tutto avvenne a seguito dell’occupazione simbolica delle terre, il feudo San giovannello, che il duca di Ferrandina, dopo una lunga trattativa, aveva loro concesso e che i gabelloti avevano usurpato. Al ritorno in paese, i 500 contadini che avevano partecipato alla manifestazione trovarono ad accoglierli l’esercito ed i carabinieri intenzionati, a loro modo, a ristabilire “l’ordine pubblico”. La tensione, altissima, sfociò ben presto in disordini. Alla fitta sassaiola, provocata da infiltrati, la forza pubblica infatti rispose non facendosi scrupolo di sparare sulla folla, provocando la morte di 11 manifestanti ed il ferimento di ben altri 40. Una strage che costituì il primo drammatico evento di tutta una serie di episodi di sangue frutti perversi di una irrazionale repressione voluta da chi aveva interesse a che le cose restassero immutate.
Il fatto ebbe una vasta eco, non solo locale ma anche a livello nazionale, mettendo in difficoltà lo stesso governo Giolitti che fu costretto a presentare alcune proposte di legge per migliorare le condizioni del mondo contadino che, com’era immaginabile, non furono coronate da successo. Non tardarono, inoltre, le manifestazioni pubbliche di solidarietà nei confronti di una comunità così tragicamente colpita, da parte dei dirigenti del movimento socialista regionale. I cui maggiori responsabili, Garibaldi Bosco con Bernardino Verro e Nicola Barbato, si recarono a Caltavuturo per esprimere la vicinanza dei socialisti e dove, come riferisce il foglio “Lotta di classe”, furono accolti festosamente, l’accoglienza superò le stesse aspettative.
Ma Caltavuturo fu un segnale forte perché quelle preoccupazioni della proprietà agraria siciliana, acquistassero consistenza e la spingessero, già nel maggio dello stesso anno, a richiedere formalmente lo scioglimento e la dissoluzione dei Fasci siciliani. Giolitti, nonostante le difficoltà della sua maggioranza, forse sentendo il peso della responsabilità di quel drammatico evento, non solo resistette alla richiesta di adozione di provvedimenti eccezionali ma, addirittura, accusò apertamente il comportamento scorretto di chi pensava di potere risolvere la questione sociale con la violenza inducendo così, inevitabilmente, altre violenze. Una posizione, questa, che compromise ulteriormente la posizione del presidente del consiglio già pesantemente scosso dalla questione dello scandalo della Banca romana, e che lo costrinse alle dimissioni il successivo 24 novembre di quello stesso anno. Di lì a qualche giorno il suo posto sarebbe stato preso da Francesco Crispi, l’ex rivoluzionario siciliano, ora uomo forte dello Stato, che, deciso a mettere fine alla situazione di incertezza e di disordine pubblico, chiese ed ottenne la proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia con l’obiettivo, tragicamente centrato, di mettere fine a quello che possiamo definire l’unico vero movimento di massa che ha posto in termini seri la “questione sociale” in Sicilia.






















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