lunedì 14 dicembre 2015

Dopo il caso La Torre. Che succede in Libera…



di UMBERTO SANTINO 
La notizia è stata data come se fosse un fulmine a ciel sereno, e invece si tratta di una replica, di un déjà vu. Comprendo la reazione di Franco La Torre, figlio di Pio, che si è visto recapitare un messaggio da don Ciotti in cui lo si avvertiva che era venuto a mancare il rapporto di fiducia e quindi non avrebbe fatto più parte del consiglio di presidenza di Libera, ma quel che è accaduto si spiega se si guarda alla storia del coordinamento antimafia più noto e prestigioso a livello nazionale e al suo funzionamento, almeno per quello che sono riuscito a capire negli anni in cui come rappresentante del Centro Impastato ne ho fatto parte. Ma prima vediamo quale sarebbero le “colpe” di Franco La Torre che avrebbero incrinato la fiducia del sacerdote che dirige Libera dai suoi primi passi. In un’assemblea nazionale La Torre, da alcuni anni dirigente nazionale e internazionale delle reti di Libera, ha mosso delle critiche all’operato dell’organizzazione su alcuni temi di fondo, come l’inchiesta su Mafia capitale, i recenti avvenimenti sul fronte dell’uso dei beni confiscati, il processo di formazione dei dirigenti e la mancanza del confronto necessario per raggiungere decisioni condivise.

La risposta di don Ciotti è stata un sms che corrisponde a un licenziamento. Lo dicevo già: non è la prima volta che succede e bisogna rifare, anche se sinteticamente, il percorso che ha portato alla nascita di Libera. L’associazione di associazioni è nata nel 1995 con un’assemblea a cui sono state invitate l’Arci, le Acli, la Sinistra giovanile, era la logica dei comitati Prodi che si formavano in quel periodo. Ricordo una lettera inviatami da Luciano Violante, uno dei padrini di battesimo, in cui spiegava il mancato invito al Centro e ad altre realtà di Palermo e della Sicilia come un “disguido”. Ma si trattava di qualcos’altro, tanto che il primo nucleo di Libera era formato dalle sezioni locali di quelle associazioni nazionali e come referenti regionali vennero nominati, non eletti, i loro rappresentanti. In Sicilia toccò a una rappresentante delle Acli, che mai si era particolarmente impegnata in iniziative antimafia. In un’assemblea svoltasi a Palermo, il Centro Impastato e il Centro sociale san Saverio dell’Albergheria posero il problema, don Ciotti non ritenne di doverlo affrontare, invitando genericamente all’unità, e i due centri decisero di non aderire. Alle elezioni regionali del 2001 la rappresentante regionale di Libera si candidò con Forza Italia e fu indotta a dimettersi. Si riaprì la discussione e, fiduciosi in un nuovo clima, noi del Centro decidemmo di associarci. Negli anni successivi nacquero problemi che portarono alla “sparizione” di due vicepresidenti nazionali e al dimissionamento delle rappresentati nazionali del lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, due militanti siciliane. Chi invitava ad aprire una discussione fu messo alla porta, come il gruppo di Palermo, uno dei più attivi a livello nazionale. In un articolo pubblicato su queste pagine, il 18 novembre 2006, scrivevo che “una gestione di tipo carismatico rischia di vanificare anni di lavoro e di emarginare esperienze preziosissime. C’è da augurasi che si faccia strada una democrazia interna indispensabile in un’organizzazione che più che una monarchia dev’essere una confederazione di realtà diverse e un laboratorio di analisi, di progetti e di iniziative, nel rispetto della storia e dell’identità di tutte le componenti”. Successivamente mi arriva un messaggio in cui mi viene detto che don Ciotti mi sospende, “temporaneamente”, dall’organizzazione. Un trattamento da scolaretto discolo. Preferisco dimettermi.
Quello che è accaduto adesso a La Torre dimostra che quel tipo di gestione non è un ricordo del passato. Qualcuno ha scritto che il carisma è una risorsa, ma può diventare un problema se l’invito alla discussione, qualsiasi accenno di critica, anche la più seria e costruttiva, vengono considerati un’offesa personale e aprono la strada all’esclusione.
Con tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi, con imprenditori che passavano per antimafiosi incriminati o arrestati per mafia, l’ufficio del tribunale di Palermo per il conferimento degli incarichi ai liquidatori giudiziari dei beni confiscati, il più importante a livello nazionale, gestito con criteri clientelari, le giuste critiche all’associazionismo antimafia del presidente del Senato Pietro Grasso, con il rischio però di mettere tutti nello stesso mazzo, bisognerebbe fare del confronto la scelta indispensabile per venire a capo di problemi che mettono in forse i principi fondamentali su cui dovrebbe fondarsi l’antimafia. Ci si può solo augurare che sulle lacerazioni e contrapposizioni prevalgano le ragioni del dialogo e dell’impegno comune.

Pubblicato su Repubblica Palermo dell’8 dicembre 2015, con il tutolo: La gestione carismatica fa male all’antimafia.

Nessun commento: