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lunedì 28 settembre 2015

Intervista ad Antonio Bassolino - «Clan, no alle risse istituzionali»


Antonio Bassolino
Bassolino e la scalata della candidatura «Prematuro parlarne, ascolto la città». L'ex sindaco e governatore: su di me pressing della società civile

Antonio Bassolino è rientrato l'altra notte dalle Dolomiti, dove ha scalato il Putia e ha orgogliosamente postato la foto su Facebook. A valle, nella sua Napoli che ha altitudini più difficili da scalare, s'è ritrovato nel pieno di una doppia bagarre: la polemica sulle dichiarazioni di Rosy Bindi e l'eterna domanda sulla sua candidatura a sindaco. La seconda lo perseguita. È stato l'argomento politico dell'estate. L'ex-sindaco è stato tirato per la giacca un po' da tutti. È nata persino una pagina su Facebook che lo invita a candidarsi. Sua moglie, Annamaria Cartoni, politica e parlamentare di lunga esperienza, interpellata ha risposto in modo secco; «Abbiamo già dato».
Male pressioni pubbliche su Bassolino continuano. È evidente che sia diviso e combattuto. «Sono in riflessione con me stesso e in ascolto della città» ha spiegato più volte e ripete anche adesso. Ora, presidente, si entra nel vivo. «Ma per me è prematuro parlarne». Sta ricevendo molte pressioni? «Dalla società civile e da persone che neanche conosco. Ma questo è sotto gli occhi di tutti. Però, per piacere lasciamo perdere, parliamo della Bindi». C'è anche chi come Antonio Polito le sconsiglia di riprovarci. La campagna elettorale si trasformerebbe in una rissa sul suo periodo da sindaco e governatore e non sugli anni di Luigi de Magistris. Sarebbe cosi? «Sono argomenti che appassionano la stampa. Però, questa argomentazione da negativa potrebbe essere capovolta in positiva. Invito davvero a discutere seriamente sul mio periodo da sindaco. Per piacere, però, veniamo all'attualità, a quello che è successo e non a quello che immaginate che succeda». Dirà di no anche se verranno a chiederglielo con il cappello in mano? «E chi le dice che verranno? Sono scenari che state facendo voi giornalisti, da soli». Toccherà vederla nel ruolo di sfinge ancora per molto tempo, va bene. Veniamo alla polemica sulle dichiarazioni __ della presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. Lei che cosa ne pensa? «Nella discussione, molto aspra, si sono mescolatele legittime e differenti valutazioni sulla camorra con altre questioni politiche o legate a polemiche pregresse su altri temi». Ma lei condivide il pensiero della Bindi su una camorra «costitutiva» della società napoletana? Che cosa pensa delle dichiarazioni della Bindi? «La Bindi non voleva offendere Napoli e non avrebbe avuto un motivo per farlo. Ha voluto secondo me, calcare la mano sul fenomeno camorra e sottolineare la gravita dei fatti accaduti a Napoli negli ultimi mesi e che la stampa cittadina e " II Mattino" hanno raccontato diffusamente. È evidente che il termine usato dalla Bindi, "costitutiva", si presta a discussione. Può dare involontariamente l'idea di qualcosa di "eterno". Però anche la Bindi sa bene che, come ci ha insegnato Giovanni Falcone, la mafia, e quindi la camorra, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e una fine. Ha una propria storicità». + Perché proprio «costitutiva», allora? «La Bindi l'ha usata come sinonimo di "forte", di particolarmente grave, anche per lanciare un allarme. In questo senso la sua valutazione è fondamentalmente giusta». Lei che termine avrebbe usato? «Avrei usato "strutturale" per far capire che il radicamento della camorra è profondo, ma anche per dire che le strutture possono essere modificate, scalfite, vinte in una prospettiva, purtroppo, lunga». Quindi, secondo lei, la camorra è «strutturale»? Cambia poco. «La camorra fa parte da molto tempo della realtà napoletana, come la mafia fa parte da molto tempo della realtà meridionale. Oggi possiamo e dobbiamo aggiungere che la mafia è diffusa anche in altre parti d'Italia. In Campania, la camorra ha rafforzato molto la propria presenza. Uno dei volani principali della sua espansione è stato il terremoto e gli affari della ricostruzione». Ma non ritiene che la camorra di oggi si sia trasformata? «Certo. Siamo di fronte a una nuova emergenza, direi escrescenza, di questo fenomeno strutturale. Ma dagli anni Ottanta in poi è avvenuto tante altre volte. È accaduto con la faida di Scampia, quando era sindaco la lervolino e prima ancora, negli anni Novanta, nel pieno rinnovamento della città, quando ero sindaco io. In quel periodo abbiamo avuto un numero impressionante di omicidi di camorra. Ma c'era una differenza». Quale differenza? «Questi episodi gravissimi venivano controbilanciati da uno sforzo politico e civile, nella città e fuori della città. Gli anni che vanno tra il 1996 e il 2000 sono stati gli unici anni in cui la crescita del Mezzogiorno è stata, sia pure di poco, superiore alla media del Paese. Tutti gli indicatori economici avevano un leggero segno positivo. Il numero enorme di omicidi veniva contrastato da una tendenza, un clima incoraggiante. L'emergenza criminale di oggi è dentro una grave crisi sociale del Sud e di Napoli». La camorra viene efficacemente contrastata? «Oggi siamo in presenza di una criminalità diffusa e giovanile e servirebbe una nuova e maggiore conoscenza sul campo. Magistratura e forze dell'ordine, ma anche da parte della stessa Commissione Antimafia, stanno facendo. L'auspicio è che la Commissione tomi più spesso a Napoli. Questa nuova criminalità giovanile è paradossalmente anche l'effetto dei successi che ci sono stati, dell'azione di contrasto che ha decapitato molte strutture classiche della camorra. E, aggiungo, oggi la camorra è meno presente in alcune grandi istituzioni come il Comune. È risultato dell'azione politica di contrasto indubbiamente fatta dalla giunta di Luigi de Magistris e in precedenza dalle giunte Iervolino e dalle mie giunte». La Bindi Lei non voleva offendere ma calcare la mano sul fenomeno camorra e sottolineare la gravita dei fatti accaduti Che fa? Concede l'onore delle armi a un avversario? «Le do un'anticipazione. Nel libro che ho scritto quest'estate faccio esplicito riferimento a questa azione di contrasto da parte del Comune e all'elemento di continuità, sotto questo aspetto, tra le mie giunte e quella di de Magistris. Questa considerazione l'ha fatta pure Rosy Bindi. Avrebbe potuta farla lo stesso de Magistris che ha rivendicato questa azione solo per le sue giunte e per se stesso». Avrebbe dovuto farlo il Pd? «Lasciamo stare. Ma, attenzione, la camorra è tuttora presente in diverse istituzioni come dimostra l'alto numero di comuni sciolti per infiltrazione camorristica. Guai a qualsiasi sottovalutazione della connivenza politica. Capisco de Magistris quando dice che Napoli non è Bagdad, ma lasci perdere paragoni impropri con Milano e con Bruxelles. Nella nostra città il senso di insicurezza è forte, addirittura fisico. E in molti quartieri l'atmosfera è opprimente, in quartieri del centro, non solo nelle periferie più popolari. Si respira un'aria pesante persino in molte parti di Ghiaia». Nella polemica sulla Bindi c'è chi ha parlato di camorra come patologia, malattia. È d'accordo? «Questa violenta camorra giovanile, ma anche quella gerarchizzata del passato, non è solo una malattia dentro un corpo sano. Se fosse stato un virus, separato dal corpo, sarebbe stato più facile eliminarlo chirurgicamente». Invece? «C'è una vasta zona grigia di comprensione e di connivenza. Quindi oltre alla sempre fondamentale azione repressiva che ha bisogno di avere più mezzi, forze e risorse, acquista ancora più importanza, rispetto a ieri, la risposta sodale e civile. Una cura preventiva deve essere parte
di una più generale azione delle istituzioni locali e di una più generale strategia del governo nazionale per il Sud». Sembra una prospettiva lontana, a vedere come de Magistris attacca il premier. «La polemica tra le istituzioni è sbagliata. Ed è preoccupante la zuffa dialettica tra Commissione Antimafia, Comune e Regione. Il dialogo e la collaborazione sono Renzi Inammissibile parlare di città derenzizzata ma inaccettabile anche che il governo non si faccia carico del problema Napoli indispensabili in ogni campo e a maggiore ragione bisogna collaborare nella lotta alla camorra, Per me sarebbe molto importante l'apertura di un positivo confronto, in primo luogo tra il Comune e il governo, un rapporto che deve andare ben al di là dei necessari, ma del tutto insufficienti, 50 uomini in più». Ma, come si dice a Napoli, da tempo si sono rotte le giarretelle. Come si fa a ricomporre i cocci? «Il primo passo avrebbe dovuto farlo il sindaco. Spetta a lui. La lotta alla criminalità non è strettamente di sua competenza, ma l'iniziativa per un positivo confronto non può che partire dalla città». Ma se de Magistris non lo fa? «Allora lo faccia Renzi. È il premier, si assuma lui l'onore di un'iniziativa capace superare l'impasse, come è stato fatto in altri periodi. Renzi prenda in mano la situazione in prima persona. Lo faccia a Napoli alla prefettura, ma anche a Roma, a Palazzo Chigi, convocando tutti gli interessati: de Magistris, De Luca, Alfano e i ministri del Lavoro, dell'Istruzione, della Cultura. Tra istituzioni è doveroso collaborare. I partiti possono combattersi tra di loro, nella ricerca del consenso, ci possono anche essere divisioni dialettiche all'intero dei partiti, ma le istituzioni non possono farsi opposizione tra di loro. È assurdo che il sindaco possa proclamare che Napoli è un Comune "derenzizzato", ma è altrettanto inammissibile che il governo non si faccia pienamente carico di quanto sta avvenendo in una grande città come Napoli».
Pietro Treccagnoli

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