lunedì 14 settembre 2015

A proposito di "buona scuola". E se a scuola si studiasse?


di Anna Li Vigni
 La provocazione di Paola Mastrocola: tutto si fa nelle aule tranne spingere gli studenti a coltivare la propria cultura

In una bella fotografia di Mario De Biasi, La scuola di Rocca Imperiale, si vede un’umile aula scolastica, e uno scolaretto intento a comporre le lettere del proprio nome su una lavagna spezzata, mentre il maestro lo osserva con attenzione. Lo scatto di De Biasi è del 1952, quella era la scuola del dopoguerra, della ricostruzione. Dopo 64 anni, molte cose sono cambiate. E non solo perché, oggi, in molte scuole italiane, le più avvantaggiate, al posto della lavagna in ardesia in classe possibilmente si trova una LIM (Lavagna Interattiva Multimediale). È radicalmente cambiato il modo di studiare. Anzi, per ragioni che esulano dai minimi contesti delle classi di scuola, ragioni imputabili alle grandi strategie globali di economia di mercato, lo studio non esiste proprio più.


Così la pensa la scrittrice Paola Mastrocola, che ha deciso di salutare un’onoratissima carriera di insegnante di lettere di liceo con un pamphlet lucidamente ironico, La passione ribelle. «Che fortuna che oggi il mondo sia cambiato e che ci si esenti da questa pratica barbarica di studiare». Non studiano più gli insegnanti, perché non viene loro richiesto e non ne hanno più il tempo, presi come sono dalle mille attività che vengono loro imposte dal fagocitante e burocratizzato sistema-scuola. Non studiano i politici, per mettere a punto strategie governative che spesso sono solo il frettoloso risultato di alleanze parlamentari. Non studiano giornalisti e intellettuali, quando sciorinano le loro idee nelle tante comparse mediatiche. E, infine, non studiano più nemmeno gli studenti di scuola e di università. Perché mai dovrebbero farlo, poverini? Aggirando argutamente una trita retorica che vorrebbe che non si parlasse di altro che di studio, l’autrice evidenzia invece un paradosso: «Quando diciamo “studiare”, intendiamo andare a scuola, avere un’istruzione, procurarsi un titolo, possibilmente una laurea (quel che oggi si chiama “percorso formativo”); non intendiamo invece quasi mai l’altro significato del verbo: l’atto in sé, lo stare sui libri».
I genitori degli alunni pretendono che i loro figlioli maturino un curriculum di tutta eccellenza, non desiderano però che i pomeriggi dei loro principini – impegnatissimi in attività sportive, musicali, ricreative – siano rovinati da troppi compiti per casa che richiedono sudore e costrizione. Quale sarebbe, dunque, il vero significato della parola “studiare”? Si tratta di perdersi, senza guardare l’orologio, nella solitaria lettura di un testo, senza essere mossi da una finalità specifica, con impegno e dedizione, per il semplice piacere di approfondire, di conoscere. Quell’attività intellettuale dalla quale scaturisce un desiderio amoroso e inestinguibile per il sapere, lo stesso di cui parlava Socrate. Studio, dal latino studere, significa impegnarsi, applicarsi a qualcosa con diligenza e fatica. La nobile e grata fatica dell’apprendimento, però, sembra ormai scomparsa dalle aule scolastiche, complice un certo permissivismo educativo e il progresso tecnologico che permette la quasi completa “esternalizzazione” della memoria, rendendo sempre disponibili le informazioni sulla rete: «Adesso i ragazzi fotografano i compiti col cellulare, o li copiano dal minischermo dell’Iphone; se affidiamo loro una ricerca, si limitano a portarci dei fogli ben stampati, con tanto di foto e link». È il nostro stile di vita a essere perlopiù in palese contrasto con l’attività di studio: i continui input mediatici di sms, email, social network, di fatto rendono ardimentoso procurarci quel silenzio esteriore e, soprattutto, interiore, utile all’otium studiosum, come lo chiamavano i latini. Siamo proprio noi gli «affaccendati» di cui parla Seneca nel De brevitate vitae, coloro i quali sprecano in attività di poco conto il prezioso tempo della loro vita che invece potrebbero conquistarsi nella solitudine della lettura e della riflessione. È un alibi ritenere che, nell’era della grande crisi economica, la scuola debba semplicemente svolgere la funzione di preparare a una professione pratica: «Non siamo più disposti a concederci che la giovinezza sia un tempo felicemente improduttivo»? un tempo durante il quale impariamo ad amare il sapere per il sapere, leggiamo per dimenticare, ci imbattiamo nelle nostre più profonde passioni? Ci confrontiamo con la nostra humanitas?
L’autrice, mossa da un nobile sentimento nostalgico, e animata da un coraggioso pessimismo della ragione, rimpiange i bei tempi andati in cui gli scolari si affaticavano sui quaderni per ricopiare le interminabili parafrasi letterarie e mandavano a memoria le poesie di Petrarca. L’ironia di Mastrocola è la stessa di chi sa che non è possibile invertire un processo culturale che pare ormai globalmente avviato e irreversibile. Eppure ciascuno di noi, nel suo piccolo, può ancora ribellarsi, avendo il coraggio di seguire le sue più importanti e “inutili” passioni: «Abbiamo solo un modo di cambiare le cose: metterci a studiare (...). Ti ribelli, spegni cellulari, computer, mail, messaggi, tivù, radio, carriere, piani finanziari, viaggi, relazioni. Spegni. Te ne vai. Tanti saluti. Pensi. Studi. Allora sì che lo studio diventerebbe il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere».
Paola Mastrocola, La passione ribelle , Editori Laterza – Festival della Mente, collana I Robinson / Letture, Bari,
pagg. 160, € 14,00

Il Sole24Ore, domenica 13.9.15

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