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sabato 22 agosto 2015

La Sicilia, Emanuele Macaluso, il socialismo ed il futuro della sinistra …



Emanuele Macaluso
La lettura stamani sull’edizione di Palermo de “la Repubblica” dell’intervista ad Emanuele Macaluso, firmata da Giuseppe Alberto Falci, ci offre da siciliani e socialisti, l’occasione per qualche riflessione.
Dopo una parte dedicata alla lunga, prestigiosa carriera sindacale e politica di Macaluso credo che il punto più interessante dell’intervista sia quando Falci pungola Macaluso affinché dica la sua sull’attuale “scenario”politico. Il novantunenne Macaluso non le manda a dire e parte dicendo che l’attuale Esecutivo ignora la questione meridionale. Vero, verissimo come del resto indifendibile è nel merito e nella sostanza la “ratio” che muove questo Governo e la sua maggioranza politico-parlamentare che conta, ahinoi, numerosi meridionali e siciliani.

Macaluso, poi, con mestiere, passa subito, alla realtà siciliana e si “confronta” con la Regione e con il suo Governo, guidato da quel Rosario Crocetta, che almeno sulla carta, sarebbe espressione del progressismo democratico e/o democraticista.
L’analisi macalusiana è inappuntabile e condanna, senza se e senza ma, Crocetta, la sua esperienza di governo e la “formula” politica che questo aveva posto alla base della sua “discesa in campo”.
Macaluso, infatti, rispondendo all’intervistatore sottolinea che  Crocetta e i “crocettiani” si sono mostrati  inadeguati nel dare visibilità alla questione siciliana, cioè, detto anche  in altri termini, nel dare centralità alla battaglia per la Sicilia.
Falci a questo punto lo incalza e gli chiede, apertamente, un giudizio sul PD, che è stato ed è, non dimentichiamolo, lo “sponsor” e “l’animatore” politico del fenomeno oramai possiamo dire “localistico” del “crocettismo”.
La risposta di Macaluso è stentorea ed il canuto leader definisce testualmente il partito democratico “ un aggregato politico elettorale”. Incalzato ancora aggiunge che il PD “è interessato”, come il resto di certa classe politica, da una vocazione e da una prassi trasformista.
L’analisi del compagno Macaluso è nella sua chiarezza compiuta, senza sbavature.
Ho trovato se possibile ancor più importante, poi, il fatto che Macaluso ha posto la questione della lotta alla mafia come problema politico e sociale.
Andando oltre il detto, direi, senza penso stravolgere troppo il suo pensiero, che Macaluso distingue tra certa antimafia , che l’intervistatore definisce “farlocca” e un’esigenza di lotta alla mafia genuina e presente.
Macaluso, in questo confronto, trova l’elezione a Presidente della Repubblica del siciliano Sergio Mattarella,  un elemento positivo, testimonianza di una Sicilia diversa che non si rassegna e non si piega al vile ricatto mafioso.
Dopo aver letto l’intervista titolata in modo azzeccato: “ Che delusione la mia Sicilia senza leader né antimafia” mi sono interrogato e come cittadino siciliano e come socialista isolano su quale potesse essere, in termini etici e politici, il portato di questa, interessante e nella sua chiarezza inusuale, intervista sia per la sinistra che per l’intera società siciliana.
Il fatto anagrafico di un Emanuele Macaluso novantunenne ci indica che l’uomo, nella sua proverbiale, invidiabile lucidità di analisi coglie, scevro da preoccupazioni o interessi tattici, l’essenza di quanto accade, in termini politici, oggi in Sicilia. L’esistere, il resistere e il persistere di due modi contrapposti, antitetici di concepire la politica in Sicilia.
Un modo è quello rappresentato dalla prassi predominante che in nome degli interessi di una certa classe politica e dei suoi “clientes” sacrifica, aspirazioni, bisogni, esigenze della stragrande maggioranza dei siciliani mortificando, spesso consapevolmente spesso inconsapevolmente, le necessità e le priorità etiche e politiche della maggioranza dei nostri conterranei, come nel caso, appunto, della lotta alla mafia, al malaffare o ancora immiserendo e negando l’idea della Sicilia come Terra libera da ipoteche coloniali e colonizzanti.
Vi è poi un secondo,  altro, diverso modo di pensare e speriamo anche di amministrare politicamente la Sicilia.
Un modo che riassumerò per semplicità con una definizione non sua ma che prendo a prestito dal compianto Massimo Ganci, per cui la Sicilia deve affrontare e risolvere la questione siciliana che è parte della questione meridionale ma non si risolve necessariamente in questa.
Questione quella siciliana che può trovare finalmente soluzione solo se cambierà , copernicanamente, il modo di gestire la “cosa pubblica”. Questo “nuovo modello” di relazioni etico-politiche e socio-economiche richiede però il superamento di vecchie “prassi” proprie della “politica politicata”.
E’ chiaro che questa è una sfida per tutta la classe politica e dirigente della nostra amata Sicilia, che, in ogni caso, deve, a mio avviso, anzitutto interessare la sinistra isolana.
Una sfida concreta e non solo teorica, che appunto in virtù della sua effettività chiama in causa noi uomini e donne di sinistra. Dobbiamo, in tal prospettiva, avere dunque il coraggio di dire che le contraddizioni che indica il compagno Macaluso sono frutto non solo di contingenze politiche situazioniste ma del fallimento, insottacibile e conclamato, di un modello di relazioni praticate da un intera classe dirigente e politica.
Classe che in buona parte possiamo definire progressista e di provenienza di sinistra, eredi, diretti ed indiretti, di quelle esperienze organizzate che si riconoscevano e che militavano nei partiti e nelle organizzazioni politiche e sociali della sinistra storica siciliana e no, oggi estintesi e da cui poi hanno preso il largo per le loro lecite quanto personali scelte.
Detto ciò è evidente che occorre un cambiamento epocale delle e nelle relazioni politiche se vogliamo sottrarre spazio politico e rappresentanza a fenomeni come il “crocettismo”.
 Una necessità, che è il frutto conseguente di un lungo processo di “oggettivo incancrenimento” della rappresentanza politica, troppo a lungo e male, mediata e filtrata da apparati politico-burocratici sempre uguali a se stessi egoisti  ed immarcescibili.
Noi socialisti siciliani stiamo provando, partendo da noi, dalla nostra area politica e dalla nostra concreta esperienza a colmare questo “GAP”; proviamo a farlo cercando di riorganizzare la nostra presenza a partire dai bisogni e dalle esigenze prioritarie della gente, di quella parte onesta e lavoratrice, che è la maggioranza dei siciliani. Non ci nascondiamo dietro un dito: anche noi  troviamo resistenze ed incontriamo incomprensioni.
Poniamo, tuttavia,  come centrali, in questa prospettiva di concretezza i temi della rappresentanza politica.
Un dato questo che un socialismo,  una sinistra credibile deve aggredire.
In democrazia questo è  lo snodo centrale della rappresentanza istituzionale, che in Sicilia significa, praticamente, affrontare  il tema della rappresentanza autonomista, la cui centralità è innegabile tanto da essere stata costituzionalizzata.
In concreto si tratta per noi socialisti e di sinistra della ripresa, senza rachitismi, pregiudizi e/o callosità,  della “linea” d’indirizzo che fu propria della migliore, più lungimirante tradizione socialista, che vedeva, come ebbe a dire l’indimenticato Rodolfo Morandi, nel giugno del 1954,   nella costruzione statutaria “ un atto di portata storica  nazionale, una svolta decisiva che si è operata nei sistemi e nelle consuetudini di uno Stato accentratore e soffocatore delle libertà locali che sono il fondamento ed il presupposto delle libertà individuali”.
La difesa non paurosa, dunque, delle prerogative statutarie per non essere intesa e divenire, di fatto, mera difesa dell’esistente occorre ponga la questione perentoria della selezione di una nuova classe dirigente politica e di sinistra, che deve assumersi l’onere ed il ruolo non solo di “difesa” e di “gestione” dello strumento statutario ma della sua “piena e totale attuazione” secondo direttive generali e lontane da interessi limitati e prassi di casta.
Ciò significa intervenire sia  sulle prassi che sui meccanismi di governo, sulle abitudini inveterate, sulle basse linee di galleggiamento morale.
In poche parole significa scontentare elitè e camarille, da molto,  troppo tempo, senza limiti etici e direzione e controllo politico.
Se la sinistra vuole tornare a fare la differenza, se i socialisti vogliono essere parte di questo processo di ri-organizzazione virtuoso devono scontentare molti e scardinare equilibri dati.
Può e deve fare riflettere il fatto che una delle poche analisi lucide sull’oggi, seppure non esaustiva, venga da un compagno ultranovantenne.
Tutto ciò pur andando a merito dell’intelligenza umana e politica di Emanuele Macaluso testimonia della necessità e dell’urgenza politica di dare il via ad una nuova stagione in cui, le vecchie prassi, i vecchi paludati riti cencelliani e consociativi siano definitivamente archiviati e sconfitti.

Serve alla Sinistra isolana, serve alla Società siciliana!


Fabio Cannizzaro

Coordinatore della Federazione

per il Socialismo della Sicilia

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