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domenica 23 agosto 2015

Dopo i funerali di Casamonica a Roma. L'arcivescovo di Monreale: sono disgustato

Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale
di Pietro Scaglione
Monsignor Pennisi, che nella sua diocesi ha negato funerali solenni ai capi della mafia, commenta "quel funerale trasformato in una sceneggiata napoletana che aveva come scopo non tanto quello di invocare la misericordia di Dio su un uomo che aveva tanti peccati da farsi perdonare, ma quello di esaltare un capo di un clan di stampo mafioso”.
I funerali in pompa magna per i boss indignano monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, da sempre impegnato contro la mafia e contro i suoi tentacoli nel mondo della politica e delle istituzioni. Per anni sotto scorta a causa delle minacce e delle intimidazioni,  in qualità di vescovo di Piazza Armerina,  Pennisi aveva proibito il funerale pubblico e solenne del boss di Gela Emmanuello. Dopo essere stato nominato alla guida della Curia di Monreale, invece, ha stabilito, con decreto, che le confraternite della sua Diocesi non possono accogliere nei loro organigrammi, tra gli altri, gli autori di “reati disonorevoli” e “gli appartenenti ad associazioni mafiose”.
Impedire beatificazioni dei boss attraverso funerali ostentati e grandiosi, nonché evitare infiltrazioni nelle confraternite e nelle processioni, sono, dunque, da sempre due chiodi fissi del prelato, preoccupato di salvaguardare i sacramenti e la religiosità popolare da chi li strumentalizza per fini di potere e di consenso. Per questo l'arcivescovo non ha gradito la cerimonia hollywoodiana per le strade di Roma in onore di Luciano Casamonica, esponente del clan di origini abruzzesi trapiantato nella capitale sin dagli anni Settanta. “Sono rimasto  disgustato – spiega senza mezzi termini monsignor Pennisi - nel vedere  il video  e le foto di un funerale  trasformato in una sceneggiata  napoletana che aveva come scopo non tanto quello di invocare la misericordia di Dio su un uomo che aveva tanti peccati da farsi perdonare, ma quello di esaltare un capo di un clan di stampo mafioso”.
L’ indignazione non si esaurisce qui: “Sono rimasto poi negativamente colpito dagli striscioni appesi alla facciata della Chiesa in cui il defunto veniva rappresentato come un papa con tanto  di croce pettorale e come un re che, dopo aver spadroneggiato nella capitale, doveva regnare  anche in cielo. Era necessaria maggiore vigilanza e coordinamento tra pubblici poteri e parrocchia. Bisogna ricordare che già nel 1900, oltre un secolo fa, don Sturzo scriveva che la mafia aveva i piedi in Sicilia ma la testa a Roma”. Monsignor Pennisi rievoca la sua decisione presa circa 8 anni fa: “A Gela, conoscendo il costume dei mafiosi, ho proibito il funerale solenne del capo mafia in accordo con le autorità ma ho permesso il funerale privato al cimitero per i soli parenti. Nessuno  può essere escluso dalla misericordia di Dio, ma occorre ricordare che essa ci è stata donata a caro prezzo con il sacrificio di Cristo e non può essere svenduta a prezzo di liquidazione. Per evitare simili episodi ci vorrebbe maggior coraggio e chiarezza da parte del clero e una maggiore collaborazione con le autorità che potrebbero vietare simili manifestazioni”.
Il messaggio di monsignor Pennisi è chiaro e inequivocabile: tutti hanno il diritto alla sepoltura e alla misericordia di Dio, ma non tutti meritano il funerale pubblico e solenne.
Famiglia Cristiana, 21/08/2015

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