martedì 16 giugno 2015

Lunedì a Partinico la Cgil ricorda i caduti nella strage del 1947

 Il 22 giugno a Partinico la 68° commemorazione degli omicidi politico-mafiosi di Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono e degli assalti alle Camere del lavoro dell’estate del 1947. Un documento storico che ricostruisce quei crimini mafiosi
Palermo – Lunedì 22 giugno ricorre il 68° anniversario dell’uccisione di Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono e dell’assalto alle Camere del Lavoro di Borgetto, Carini, Cinisi, Monreale, San Giuseppe Jato. Alle 10 un corteo  partirà dalla  Camera del Lavoro di via Roma 29, a  Partinico, per raggiungere in  Corso dei Mille, al numero 321, la  vecchia sede della Camera del Lavoro del 1947,  luogo dell’eccidio,  dove sarà deposta una corona di fiori. Alla commemorazione, alla quale partecipano  i familiari delle due vittime, e che prevede l’intervento del segretario della Cgil di Palermo Enzo Campo, è invitata l’amministrazione comunale. A Casarrubea e Lo Iacono sono intitolate a Partinico due strade e l’aula consiliare. 

    Il 22 giugno del 1947 un “commando” terroristico  prese d’assalto a colpi di mitra e di bombe a mano la sede della Camera del Lavoro di Partinico, In quella strage furono assassinati i dirigenti sindacali Giuseppe Casarrubea, 47 anni, falegname, comunista, e Vincenzo Lo Iacono, 38 anni, contadino, e ferite altre quattro persone. “Quest’anno il ricordo delle due vittime della strage di Partinico del 22 giugno del 1947  acquista un valore più alto perché l’appuntamento cade a pochi giorni di distanza dalla morte del figlio di una delle vittime, il professore Giuseppe Casarrubea, lo storico che ha dedicato tutta la sua vita  alla ricerca di  verità e giustizia per questa strage e per la morte di tutti i sindacalisti uccisi in quegli anni – dichiara il segretario della Cgil di Palermo Enzo Campo – Noi, per  proseguire sulla scia di questo grande impegno, chiediamo che la mole di documenti conservata negli archivi di Casarrubea  non venga dispersa  ma sia acquisita e ospitata in locali pubblici, per essere messa a disposizione di studenti e ricercatori. Da quest’anno la Cgil è particolarmente impegnata nel ricordo di tutti i suoi morti, per togliere quel velo di silenzio calato sui tanti esponenti sindacali, alcuni dei quali poco conosciuti e mai commemorati prima, che in quegli si sono esposti da soli con le loro battaglie contro la mafia e  fino a perdere la vita. Vogliamo far riemergere la storia di un movimento sindacale, fatto di contadini e lavoratori, dai fasci siciliani in poi, che ha avuto come bandiera quei valori di legalità e democrazia  che sono state le  basi su cui si è fondato il  movimento antimafia degli anni Novanta”.
“I documenti di Casarrubea, molti dei quali acquisiti dai servizi segreti americani, inglesi e sloveni -  aggiunge Dino Paternostro, responsabile del dipartimento Legalità della Cgil di Palermo - rappresentano un importantissimo patrimonio,  su  cui Casarrubea aveva cominciato a rivelare verità importanti circa il clima in Sicilia nell’immediato dopoguerra, allorquando mafia, agrari, forze di destra e pezzi di servizi segreti anche stranieri operarono  per destabilizzare la Sicilia, da Portella della Ginestra agli assalti alle Camere del Lavoro. Tra le notti del 22 e del 23 giugno vari  raid interessarono i paesi vicini  con bombe esplose dietro le caserme e sventagliate di mitra dietro le  porte delle sezioni delle Camere del lavoro”.

“Per noi è molto importante il ricordo dei nostri martiri e dei nostri valori: ci aiutano  in quel ruolo di forza sociale  a tutela dei lavoratori che la Cgil da oltre 100 anni svolge -  dichiara il segretario della Camera del Lavoro di Partinico Giuseppe Gagliano - Abbiamo un debito nei confronti di Casarrubea e di Lo Iacono,  attivisti sindacali,  che ogni anno ricordiamo per estenderne la memoria alle nuove  generazioni.  Sono  loro le nostre  radici.  Sarebbe bello e utile che il Comune, o un altro ente pubblico,  accogliessero la richiesta di renderlo fruibile”.    

A seguire una nota di Dino Paternostro: “Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono”, ap. “Una strage ignorata - sindacalisti agricoli uccisi dalla mafia in Sicilia 1944-48” (pagg.154-157), Ed. AGRA, Roma 2014

Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono
Il 22 giugno 1947, un “commando” terroristico prese d’assalto a colpi di mitra e di bombe a mano la sede della Camera del Lavoro di Partinico, che allora ospitava anche la sezione del Pci. In quella strage furono assassinati i dirigenti sindacali Giuseppe Casarrubea nato il 1 ottobre 1899 a Partinico (Palermo), falegname, comunista, e Vincenzo Lo Iacono, nato a Partinico il 12 novembre 1909, contadino, e ferite altre quattro persone, che si trovavano davanti la sede sindacale. Dopo la strage, la CGIL nazionale dichiarò uno sciopero nazionale di mezz’ora e le fabbriche si fermarono in tutta Italia per protestare contro il fatto di sangue, attribuito al tentativo della mafia e delle forze politiche neo fasciste di impedire il cammino della nuova Italia repubblicana. La matrice terroristica dell’attentato fu sottolineata anche dal quotidiano “L’Unità” del 24 giugno 1947, che riportava in prima pagina il titolo Sanguinose aggressioni fasciste in Sicilia e un articolo di fondo di Pietro Ingrao sulle Forze del disordine.
L’Assemblea Costituente sospese i lavori ed espresse la condanna contro i mandanti e gli assassini. Lo stesso ministro dell’Interno Mario Scelba, anche se indicava nel bandito Giuliano la pista su cui indagare, informava De Gasperi sulla natura terroristica degli attentati del 22 giugno e la Presidenza del Consiglio dei Ministri si rivolgeva al Governo siciliano parlando apertamente di “minaccia terroristica”. Gli assalti del 22 giugno rappresentarono la diretta prosecuzione della strage di Portella della Ginestra, come dimostrarono i giudici di Viterbo che unificarono le indagini giudiziarie relative ai due gravi fatti e li esaminarono come unico episodio di una stessa manovra stragista. “Dopo l’assalto alla Camera del lavoro in cui mio padre perse la vita (allora avevo poco più di un anno) io e mia madre restammo soli”, ha raccontato in una struggente lettera del 22 settembre 2002 Giuseppe Casarrubea, insegnante e dirigente scolastico per 40 anni. Adesso è in pensione, ma continua a dedicare il suo tempo alla ricerca storica sul movimento contadino e sulla catena di stragi e omicidi del secondo dopoguerra. È autore di diversi saggi storici e, da qualche anno, insieme a Mario Cereghino, ha costruito un imponente archivio che contiene documenti desecretati dei servizi segreti americani, inglesi e sloveni. Ecco come prosegue il suo racconto: «Abitavamo in una piccola casa a Partinico, in via La Perna, che ricordo ancora benissimo, come gli inverni, il vento furioso che scuoteva le porte e filtrava attraverso le fessure; le notti in cui ero accucciato con lei, che mi dava, col suo respiro caldo, una certezza interiore che non ho mai smarrito: mi teneva abbracciato come se avesse paura che qualcuno le togliesse l’unica cosa che le era rimasta, anche questa indifendibile. Le notti della mia infanzia sono state notti di continui soprassalti e di persistenti certezze: i soprassalti della violenza che sentivamo attorno a noi per l’uccisione di mio padre; la certezza che i mandanti e persino i killer erano ancora liberi, e magari ci guardavano di giorno commiserandoci; il soprassalto del trauma che accompagnò mia madre dopo la tragedia, lo scuotimento che la travolse lasciandole addosso i segni dell’angoscia e della paura; la certezza del suo affetto e le sue mani sempre protese verso di me, come un tesoro da custodire in uno scrigno. Ma c’è in questa memoria la luce solare delle estati, i fichi secchi della vicina stesi al sole, la vita quotidiana delle famiglie della borghesia di Partinico....
L’alba era segnata dal rituale dei carri che si uscivano dalle stalle e s’attaccavano ai cavalli, dal rumore delle ruote che lentamente scorrevano lungo i selciati e si allontanavano verso le campagne. Poi ci eravamo trasferiti da mia nonna, anche lei vedova, a pochi metri dalla sede del PCI/Camera del Lavoro presa d’assalto quel giorno, e dove mio padre era stato portato dopo la strage in cui aveva perso la vita anche un altro militante sindacale comunista: Vincenzo Lo Iacono. Ricordo quando le due povere donne andarono a Viterbo nel 1950-’51, perché erano state citate come testimoni al processo che si doveva tenere in quella città. Ero rimasto solo, per qualche tempo, con mia nonna e di quel processo non ho altro ricordo che il regalo che mi portò mia madre quando finalmente fu di nuovo con me. Ai giudici disse: “Voi che mi state interrogando ne sapete più di me. Cosa volete che vi dica io? Consegnatemi gli assassini e i mandanti dell’uccisione di mio marito”. Allora erano stati convocati anche i feriti presenti a Portella, in quanto il processo per le due stragi era stato unificato».
Le vedove Casarrubea e Lo Iacono rimasero alcuni giorni a Viterbo, poi ritornarono deluse a Partinico. «I giudici non ci consegnarono nessun mandante; assolsero i mafiosi e presero atto che i principali testimoni che avrebbero potuto dire la verità erano stati già ammazzati – si disse – in regolari conflitti a fuoco. Ma le stragi non si cancellano col passare del tempo, la nostra memoria è scritta sulla nostra pelle e nessun morto va in prescrizione».

Testo di Dino Paternostro, tratto dal volume “Una strage ignorata - sindacalisti agricoli uccisi dalla mafia in Sicilia 1944-48” (pagg.154-157), Ed. AGRA, Roma 2014

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