lunedì 8 giugno 2015

E’ morto lo storico Giuseppe Casarrubea. Aveva 69 anni



Giuseppe Casarrubea Jr.
Con Casarrubea va via un esempio di straordinario impegno civile. Era figlio di Giuseppe Casarrubea Sr., assassinato dalla mafia la sera del 22 giugno 1947 a Partinico, insieme a Vincenzo Lo Iacono. Autore di moltissimi libri, l’ultimo sul sociologo Danilo Dolci, ha pubblicato diverse opere sulla strage di  Portella della Ginestra, su Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, la cui salma è stata riesumata nel 2010 a seguito proprio di un esposto in Procura dello storico partinicese. Il professore ipotizzava che la tomba custodiva il cadavere di un’altra persona, ma il test del DNA avrebbe dimostrato che il profilo genetico era compatibile con quello di Giuseppe Sciortino, nipote di Giuliano, con il quale Casarrubea ebbe aspri scontri, diverse le querele presentate da entrambi.
I funerali si svolgeranno domattina nella chiesa del Sacro Cuore a Partinico.

Affetto da una malattia che l’ha portato alla morte, il 13 maggio scorso sul suo blog
 aveva scritto una lunga riflessione sulla vita in ospedale, ve lo proponiamo:
“Gli uomini hanno una caratteristica di cui durante tutta la loro vita non si accorgono. Da giovani o da persone più mature amano borse, borsellini, borsoni, borselli. Da anziani, però, si riducono con la borsa delle loro urine in mano.
E’ l’impatto con la malattia. A prescindere da tale caratteristica, comunque, esiste un popolo di ammalati che la società considera ai propri margini perché gli anziani sono considerati, anche dallo Stato, improduttivi, pensionati, da mandare in “quiescenza”. In realtà, però, l’ospedale è un osservatorio importante dell’andamento della società, e non solo in riferimento agli anziani o a qualche tipologia patologica. Se ci si sta dentro qualche giorno si scoprono realtà imprevedibili. Ad esempio personaggi che sembrano usciti da un mondo reale impensabile. Solo l’incontro con questo mondo ti consente di capire meglio gli uomini. In ospedale essi abbandonano le loro maschere tradizionali e sono solo se stessi, esposti come esseri senza protezione. A differenza della variegata popolazione scolastica, quella che abita gli ospedali non mistifica. Dentro ci sono i personaggi più vari. Artigiani, disoccupati, pensionati, impiegati e via di seguito. Ciascuno di loro è portatore di una storia, che si esprime attraverso la patologia: punto nodale di una lunga cronologia di comportamenti. Così c’è anche il fontaniere al quale è stato tolto un tumore perché aveva respirato per anni polveri di eternit. Un tipo bizzarro che millanta di aver fatto centinaia di chilometri al giorno con la bicicletta, di avere viaggiato in tutto il mondo e che suo padre percorreva a piedi da Palermo a Piana degli Albanesi come fosse una passeggiata, e che lui, grazie alle bombolette di aerosol che i medici non hanno voluto procurargli, ritenendole nocive, era uno dei più grandi atleti del momento. La sua seconda vita l’ha vissuta in Belgio dove ha due figli. Gli altri due in Italia. E’ alto, portatore di una tradizione religiosa antica che richiama il Natale e altre feste. Parla sempre in dialetto, con tono di voce alto e ce l’ha con i medici, con gli stupidi e le persone impreparate. A suo modo di vedere lui ne sa molto di più. E così si potrebbe continuare con tanti altri personaggi, alcuni assai pittoreschi altri meno, che popolano giornalmente le corsie e le stanze degli ospedali.
In questo mondo in primo piano ci sono i medici e gli infermieri che qui, alla U.O. di Medicina Clinica e Respiratoria sono giovani e molto preparati. Essi hanno saputo costruire, nel tempo, un amichevole rapporto con gli ammalati, rendendoli partecipi del piano terapeutico loro riservato. Dietro questo livello primario compaiono sulla ribalta un numero notevole di volontari, apprendisti, tirocinanti, studenti, crocerossine e, in ultimo, gli erogatori di alcuni servizi come quello gastronomico.
Ignorare questa realtà della vita quotidiana è da folli perché questo mondo è ricco di insegnamenti e ci aiuta a capire che non tutto nella società e nelle istituzioni è da buttare come spesso siamo soliti fare senza cognizione di causa”.

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