domenica 3 maggio 2015

Un Paese cantato, recital per traghettare i valori del 25 Aprile



di Giovanni Perrino
Per il 70esimo Anniversario della Resistenza e della Liberazione italiana dal nazi-fascismo Giovanni Perrino, riflettendo sui possibili percorsi didattici che riguardano l’insegnamento della storia contemporanea, si è dedicato, insieme all’ANPI e al cantautore mantovano Daniele Goldoni, alla produzione di un recital musicale ricco di canzoni che ha debuttato il 23 aprile. Lo scopo è di raccontare in musica nelle scuole, nei teatri e sulle piazze del paese, la storia recente e le trasformazioni socioculturali dell’Italia, dai canti di guerra e resistenziali fino ai nostri giorni. Un progetto, quello di “Un Paese Cantato”, nato dal bisogno di elaborare nuove proposte per colmare il vuoto di memoria storica di cui sono vittime specie le nuove generazioni.
Un esempio ed un lavoro meritorio.
Affrontare nei dibattiti e nelle riflessioni comuni il problema del recupero memoriale è una vexata quaestio che chiama in causa una pluralità di motivi ed una nutrita serie di possibili soluzioni sul modo di preservare la memoria collettiva, difenderla dai ricorrenti tentativi di rilettura dei fatti storici, conservarla a beneficio dei giovani e della loro formazione civica e trasmetterla alle generazioni future. Nonostante i tentativi fatti in passato, il crollo delle conoscenze di storia fra gli studenti è verticale e, se l’Italia non è agli ultimi posti nelle statistiche OCSE, lo si deve al fatto che il disimpegno nell’acquisizione delle conoscenze legate alla storia moderna e contemporanea è generale nei sistemi scolastici e negli universi giovanili di molti Paesi europei. Dalla Prima Guerra Mondiale in poi i giovani hanno scarsa conoscenza né posseggono memoria dei fatti, persino dei più recenti.
Primo Levi descrive assai bene tale afasia. Nel suo libro “I sommersi e i salvati”, a pag.163, così lucidamente riflette: ” Essi sono assillati dai problemi di oggi, diversi,urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi…Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati.”
Chi ha visto il film di Veltroni “ Quando c’era Berlinguer” non si è stupito del fatto che molti ragazzi affermino di non aver mai sentito parlare di Enrico Berlinguer. Dagli anni novanta, quando proprio il Ministro On. Luigi Berlinguer pose l’accento sulla necessità dello studio della storia contemporanea e di una conseguente revisione dei programmi di storia nei tre gradi d’istruzione, il problema viene posto con crescente impegno ma con risultati piuttosto modesti. In quegli anni i docenti, costretti a spiegare più volte gli stessi argomenti, pressati dalla preoccupazione di finire il programma, non riuscivano quasi mai ad esaurire gli argomenti e, per molte cause giustificate nelle relazioni di fine anno, si fermavano, nel migliore dei casi, agli anni successivi alla prima guerra mondiale. Oggi, l’ansia di dover seguire un programma rigido si è attenuata, ma il problema è in molti casi rimasto a testimonianza di un disagio nell’insegnamento della storia contemporanea accresciuto dalla marginalizzazione oraria della disciplina. Viene autorevolmente riconosciuto che, a parte la pressione insostenibile dello studio diacronico, in quegli anni i docenti non possedevano strumenti didattici idonei ad affrontare con efficacia un periodo storico ritenuto troppo vicino per essere trattato con la dovuta obiettività e troppo complesso per ridurlo a uno studio prevalentemente mnemonico e inefficace. Molte attività di formazione si sono svolte nelle scuole anche in vista della costituzione degli auspicati laboratori didattici della storia contemporanea, ma gran parte delle iniziative non ha raggiunto gli obiettivi sia per carenza di finanziamenti sia per gli aumentati impegni dei docenti seguiti alla realizzazione dell’autonomia scolastica.
La conseguenza è un’acritica e spesso difficile accettazione del presente nel cui rispecchiarsi sono più i vuoti del silenzio sofferto e indifferente che un’analisi delle cause di questo difficile passaggio al futuro. Alla deriva della memoria contribuiscono molti elementi che non è difficile individuare: basti solo citare la contrazione del linguaggio e l’evoluzione della comunicazione, la diffusione delle strumentazioni digitali, la prevalenza sugli altri del linguaggio visivo e di quello promozionale, la preferenza dilagante per un sistema di conoscenze apprese dal vivo attraverso l’esperienza rispetto a quella prima appresa sui libri e sul lavoro in classe.
Compito degli istituti di ricerca e delle associazioni è quello di arginare tale deriva collaborando con i docenti per riqualificare gli apprendimenti scolastici e ricondurre le conoscenze storiche al loro ruolo primario nella formazione giovanile. Istituti e Associazioni come l’Anpi, nata nel 1948 con lo scopo di trasmettere alle generazioni future l’enorme materiale storico, documentale e testimoniale della lotta di liberazione dal nazi-fascismo, hanno contribuito alla crescita nel nostro Paese di un’autentica cultura democratica attraverso una severa difesa dei valori resistenziali.
Il compito attuale consiste nel traghettare nei tempi convulsi che viviamo non solo “quella” storia, ma anche i valori che veicola e che spesso attendono sotto i nostri occhi di essere riconosciuti e tradotti in codici comportamentali all’interno di un quadro istituzionale di efficienza e funzionalità.
Per questa ragione è stato ideato e progettato dall’A.N.P.I. di Mantova il recital “Un Paese Cantato”, che ha preso avvio da una riflessione sulla musica dei più famosi cantautori degli anni ‘70 e ’80, i cui contenuti si legano senza soluzione di continuità alle scelte di tolleranza e di pace che indussero molti giovani al rifiuto della guerra e all’impegno antifascista. L’ipotesi di lavoro riguarda le fonti d’ispirazione di importanti artisti come De Gregori, Guccini, Dalla, De Andrè etc. che trova continuità con il vasto repertorio di musica popolare sparso per tutta Italia e custodito negli archivi. Tali musicisti, legati ad un contesto sociale e spesso ideologico definito, nelle loro composizioni, oltre all’amore, fanno riferimento ad espressioni valoriali come la solidarietà, la lotta per una società più libera e giusta, la libertà, il bisogno di verità, il lavoro che rappresenta oggi un’ideale colonna sonora degli ultimi decenni e delle trasformazioni sociali del Paese.
Ci si è chiesti, in pratica, se non valesse la pena verificare se i valori espressi dalle canzoni, che i giovani conoscono a memoria e cantano nei concerti, siano legati come un filo d’Arianna ai canti popolari della Resistenza, a quella stessa voglia di libertà e di giustizia che aveva animato i partigiani e persino gli alpini ed i soldati nella guerra del 1915-18. E’ ormai accreditata, infatti, da parte di autorevoli studiosi come Roberto Leydi che il movimento partigiano, più che esprimere sue canzoni, elaborò, adattandoli, testi e melodie risalenti alla prima guerra mondiale come ad esempio “Il bersagliere ha cento penne” (rimasto intatto anche nel titolo) e canti popolari o appartenenti al filone socialista e anarchico come, ad esempio, “Addio Lugano bella”.
Affascinante, anche se non comprovata, appare l’ipotesi di un’origine popolare padana di “Bella Ciao”, la cui melodia potrebbe risalire a un canto delle mondine in seguito divenuto canto partigiano nella zona della Libera Repubblica di Montefiorino, sull’Appennino bolognese dove erano attive le Brigate Garibaldi. Altro esempio riguarda l’origine di “Fischia il vento” che Felice Cascione, comandante partigiano della Brigata di cui farà parte Italo Calvino, scrive sulla melodia popolare russa di Katiuscia cantata da un suo compagno che aveva partecipato all’invasione russa sul fronte del Don. “Bella Ciao”, dopo la Liberazione, divenne un successo internazionale quando venne cantata dai partigiani padani nei vari Festival Internazionali della Gioventù, che in quegli anni si svolgevano in molte capitali dell’est europeo. Il canto ebbe invece sorte diversa in Italia dove rimase patrimonio dei valori resistenziali e solo nel ‘63 Giorgio Gaber potè cantarla, insieme a Maria Monti, nella trasmissione televisiva “Canzoniere Minimo”, ma senza l’ultimo verso “questo è il fiore del partigiano morto per la libertà”. Il cantante la registrò su 45 giri solo nel 1965.
Allo stesso modo è interessante sapere che “ Dio è morto”, la famosa canzone di Francesco Guccini portata al successo dai Nomadi, partecipò al Cantagiro nel 1967, ma la Rai ignorò il brano ritenuto blasfemo. La canzone, invece, venne apprezzata e trasmessa per prima dalla Radio Vaticana. Un’analisi di tal genere ha confortato l’idea guida generatrice del progetto, che si potesse raccontare ai giovani la storia del Paese Cantato attraverso le sue musiche, partendo dai canti di guerra per giungere, attraverso la canzone popolare e della Resistenza, alle canzoni dei più noti cantautori. Dopo una prima verifica dei titoli delle più note canzoni, si è ritenuto di intercettare l’interesse del mondo giovanile e non solo, riflettendo sul fatto che le parole e le musiche spesso eleganti degli artisti originano, quanto ad ispirazione, dagli stessi temi di quei canti “storici”. In questi testi il bisogno di sussidiarietà, la voglia di giustizia, i problemi occupazionali non configgono con il tema amoroso tipico di tanta musica leggera ma, piuttosto, vi si accompagnano in modo originale diventando canti contro la guerra, contro i padroni, canti di dolore e di libertà in un Paese che faticosamente ha cercato negli anni la strada per essere degno di quello sognato dai martiri della Resistenza. Il titolo del recital musicale, affidato ad un bravo cantautore come Daniele Goldoni ed alla sua Band, dichiara esplicitamente lo scopo di raccontare la storia recente e le trasformazioni socioculturali del Paese dai canti di guerra e resistenziali fino ai nostri giorni.
Il titolo, semplice ed immediato, è venuto da sé: “Un Paese cantato”, perché un recital musicale potesse indicare a chi ascolta che la Resistenza non è un problema di memoria storica, quanto piuttosto un problema di democrazia e cittadinanza agita e quotidianamente testimoniata come, in forme diverse, fanno i giovani d’oggi nelle scuole, nelle piazze e nei luoghi di lavoro. La storia della musica, da quella lirica a quella sinfonica o leggera, può essere ancora una volta importante strumento di conoscenza e di ricerca.
Un grimaldello, una chiave come tante con cui rivolgersi ad un pubblico giovanile raccontando, anche con le parole delle musiche preferite, che essere cittadini vuol dire vivere ancorati a quei valori, a quelle scelte di libertà che furono proprie dei partigiani, che sostennero fino alla morte la loro fiducia nel futuro.
Un modesto quanto indispensabile lavoro di TRADUZIONE della TRADIZIONE, che consente di individuare più facilmente nel linguaggio quotidiano parole chiave non obsolete o rese tali dalla ripetitività dei media, ma che siano attuali e legate da un lato alle modalità odierne della comunicazione giovanile, dall’altro all’acquisizione di un sapere che sappia rispecchiare nel presente e quindi anche nel futuro la memoria del passato.
Giovanni Perrino

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