domenica 24 maggio 2015

Palermo. Viaggio nei rioni dell'Antistato dove il giudice Falcone diventa un boss



Il quartiere Borgonuovo di Palermo
di ROMINA MARCECA
Da Brancaccio al Borgo Vecchio, ecco la Palermo che non partecipa alla commemorazione: "E' morto perchè non si è fatto gli affari suoi"
 Visto dalla loro parte è tutto un altro 23 maggio. E' un sabato qualunque, lontano dai palloncini, dagli striscioni e dalle marce. E' il 23 maggio della città che non commemora, dei bambini rimasti a casa perché i genitori gli vietano di andare al corteo e dei quartieri dove alle domande che spingono al ricordo si risponde con parole che spiazzano. "Lo so che giorno è oggi, è il giorno di Falcone. Perché non sono andato alla commemorazione? Papà non vuole", spiega il bimbo con le lentiggini che gioca in vicolo Pipitone. Il centro del fortino dei Galatolo, i parenti di Vincenzo, boss pentito e ripudiato.
Da Brancaccio al Borgo Vecchio, dallo Sperone all'Acquasanta e fino a Ballarò, una città dentro la città in cui il giudice Falcone è uno sbirro che "non si è fatto gli affari suoi, altrimenti sarebbe ancora vivo", tiene a precisare Salvatore, 24 anni, quattro figli e qualche anno già trascorso in carcere per spaccio. "Pace all'anima sua  -  scrolla le spalle, mentre seduto su una moto posteggiata su uno dei marciapiedi sgarrupati di piazza Ignazio Calona, allo Sperone, fuma una sigaretta  -  ma qui non abbiamo che ricordare. Lo Stato, l'antimafia, ma che cosa sono tutte queste parole? Le dico io la verità. Qui siamo tutti consumati e non abbiamo che farcene delle commemorazioni. Rubando rame riesco a fare anche 600 euro a settimana ". Sono appena le dieci e la sua motoape sgangherata è già piena di chincaglierie. "Sia chiaro, qui siamo tutti tifosi della mafia. Almeno ci dà da mangiare, altrimenti nella pentola cosa ci caliamo? Falcone?", gli fa eco Francesco, accanto a un bambino a piedi nudi e con indosso un pigiama arancione che si stropiccia gli occhi assonnato.
 Nella città dell'Antistato c'è chi non sa nemmeno chi siano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, i tre uomini della scorta. "Falcone? Un boss, giusto?", dice Michele, 11 anni e capelli a spazzola, facendo capolino da un vicolo di Ballarò. In mano ha un pacchetto di patatine che stringe più forte per la vergogna quando scopre che il giudice ai boss dava la caccia. "Sì, è quello della bomba nella macchina mentre andava a trovare la nonna", lo corregge una bambina che fa un fritto misto di ricordi della lezione della maestra sui magistrati antimafia.
Sono estranei a quella fetta di storia anche allo Sperone. "Ne ho sentito parlare  -  si scervella Salvo, seduto a un tavolino del bar Splendore di via Amedeo d'Aosta, epicentro delle mattinate dei nullafacenti del quartiere  -  ma direi una bugia. Non lo so chi è". E la lotta alla mafia? "La mia lotta per la legalità è già persa e non ho ancora 20 anni. Lavoro in nero come muratore  -  stringe i pugni mentre lo ammette  -  per 250 euro a settimana ma fino all'anno scorso giocavo in una squadra di calcio di serie B. Qualcuno però pensò bene di farmi proposte sessuali oscene. Mi sono dovuto ritirare per il mio no, non ho potuto denunciare. Cosa crede che pensi adesso della legalità? La mia vita è una beffa".
Fuori dal recinto della memoria c'è un filo sottile che tiene uniti i tavolini del bar Splendore a quelli dei locali di Ballarò. Giacomo, rosario al collo e maglietta nera, dice senza fronzoli: "Qui da noi funziona così. Noi siamo come la Svizzera: neutrali. Non stiamo né di qua né di là. Di certo c'è che non porterò mai mia figlia a queste pupiate". Il ricordo è un esercizio da evitare anche per Ottavio, studente dell'Iti Volta di Settecannoli. "Non partecipo a nessuna manifestazione. La mia lotta alla mafia la faccio sui banchi di scuola  -  spiega mentre aspetta l'autobus  -  perché non voglio finire a spacciare come i ragazzi della mia borgata, la Bandita". "È tutto un business, questa è la verità ", rincara la dose Matteo, 52 anni, disoccupato da tre. Ogni mattina arriva davanti al bar Splendore e spera di trovare qualcosa da fare. "Nessuno mi dà un lavoro, ormai sono da rottamare. E secondo lei vado a ricordare il magistrato? Non scherziamo con le cose serie". Inutile accennare a Giovanni Falcone al Borgo Vecchio. Giovanni ha un banchetto di panini e bibite in piazza. "Non mi parli di quell'uomo, non ne voglio sapere”. Da Brancaccio allo Sperone dal Borgo a Ballarò: molti silenzi e qualche eccezione.


La Repubblica, 24 maggio 2015

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