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giovedì 28 maggio 2015

La pasta che affama e non sfama...

di GERY PALAZZOTTO
Tornano i pacchi di pasta in cambio di voti. O forse non sono mai finiti. Forse il rito dello scambio tribale tra cibo e consacrazione sociale, tra ciò che nutre il corpo e ciò che nutre l'ego, non si è mai interrotto. Nell'era della convivenza più evanescente, in cui ci si professa amici senza essersi mai conosciuti, resiste lo zoccolo duro del do ut des più fisico e dirompente: l'acquisto di un favore per mezzo di un bene primario. Il candidato alle comunali del 2012 Giuseppe Bevilacqua (Pid-Cantiere popolare), secondo la Procura distrettuale antimafia, spartiva pacchi di pasta per raccogliere voti e in quest'operazione faceva convergere due linee di scaltrezza storta: il regalo dal simbolismo profondo (la pasta è il fondamento della piramide dell'opulenza ancor prima di quella alimentare) e l'estrema convenienza, dato che la merce era sottratta al Banco opere di Carità, cioè ai poveri veri, quelli che non hanno il doppio lavoro di alcuni Pip e che non evadono il fisco intestando panfili a poveri centenari rincoglioniti.

La sensazione di degrado che promana da queste vicende è inversamente proporzionale rispetto al valore dell'oggetto del contendere che, badate bene, in questo delicato frangente è 
il pacco di pasta e non il voto. Meno vale il bene brandito per il raggiungimento del patto, più si è vicini al fondo del baratro. Meno costa il deragliamento da una vita decorosamente onesta, più il problema diventa culturale: non è certo per fame che si accetta quel chilo di rigatoni, ma per cedere all'afflato di una socialità trasversale e perversa in cui si ruba ai poveri per dare ad aspiranti poveri che non sanno ancora di esserlo.
La Repubblica

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