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giovedì 21 maggio 2015

#iostoconSandra

Sandra Amurri
Se fai il tuo dovere devi pagare 15 mila euro a Mannino
Una persona fa il suo dovere di cittadina e giornalista: ascolta per caso in luogo pubblico una conversazione tra il politico di lungo corso Calogero Mannino e un suo amico o sodale. Come giornalista scrive su "Il Fatto" il resoconto della conversazione (che potrebbe configurare "notizia di reato" per i processi sulla trattativa Stato-mafia), come cittadina chiamata a testimoniare in aula dice la verità, tutta la verità, niente altro che la verità. Se avesse detto il falso sarebbe scattata l'incriminazione, la sua testimonianza è invece agli atti.
Mannino in pubbliche occasioni non trova di meglio che gratificarla di: "mitomane", "spia", "agente volontario in servizio della Stasi in Germania o del Kgb nell'Urss", e di trattare la sua testimonianza di "fantasia eccitata", "delirio", "menzogna organizzata".

La giornalista, Sandra Amurri, lo querela. Il magistrato, incredibilmente, la condanna a risarcire a Mannino le spese di giudizio perché il politico di lungo corso avrebbe avuto il diritto di trattarla così. Chi intende ancora dire la verità in tribunale e scriverla sui giornali è avvisato.

Per raccogliere i 15 mila euro che costa a Sandra Amurri essere cittadina e giornalista senza se e senza ma è stata lanciata una sottoscrizione. Questo è il link [http://buonacausa.org/cause/iostoconsandra], accompagnato dall'articolo con cui il direttore di "Il Fatto", Marco Travaglio, ricostruiva giorni fa la tristissima (per la democrazia italiana) vicenda.
(pfd'a)

DAGLI AL GIORNALISTA

di Marco Travaglio, da il Fatto

È dell’altro giorno la sentenza del Tribunale di Roma che dà torto a Sandra Amurri, giornalista del Fatto Quotidiano, e ragione all’ex deputato Dc e poi Udc Calogero Mannino, tuttora imputato a Palermo per violenza o minaccia a corpo dello Stato nel processo sulla trattativa Stato-mafia. L’antefatto è noto, almeno ai nostri lettori.

Il 21-12-2011 Sandra Amurri, trovandosi al Bar Giolitti di Roma, a due passi da Montecitorio, ascoltò casualmente una conversazione fra due politici. Uno lo riconobbe subito: Mannino. L’altro lo identificò poi dalle foto scattate con l’iPhone: Giuseppe Gargani. Sentì dire fra l’altro a Mannino: “Stavolta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello, il padre, di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”. E a Gargani: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. Un caso di scuola di inquinamento delle prove.

La Amurri raccontò sul Fatto quanto aveva visto e sentito e, chiamata dai giudici di Palermo a testimoniare sotto giuramento, confermò tutto. Mannino la insultò: “Mitomane”, “spia”, “agente volontario in servizio della Stasi in Germania o del Kgb nell’Urss”, “fantasia eccitata”, “delirio”, “menzogna organizzata”. La Amurri gli fece causa. Intanto, sentito come teste al processo Trattativa, Gargani confermava il colloquio (non, ovviamente, le parole) con Mannino nella data e nel luogo indicati. E il deputato Aldo Di Biagio, che l’aveva incontrata alla sua uscita dal bar Giolitti, testimoniava che subito la nostra giornalista gli aveva raccontato ciò che aveva appena sentito dai due politici.

Ora il giudice di Roma dà ragione a Mannino e condanna la Amurri a pagargli 15 mila euro di spese legali. Ma, quel che è peggio, scrive nella motivazione che gli insulti sanguinosi di Mannino – i peggiori che un giornalista possa ricevere – sono “espressioni riconducibili all’esercizio del diritto di critica… proporzionate e strettamente collegate alle accuse mossegli nell’articolo” e “all’indebita interferenza della giornalista in una sua conversazione privata”. Già, perché qui la colpevole è la cronista: ha “abusivamente origliato il colloquio” e, anziché starsene zitta come fanno i conigli che non cercano rogne, l’ha denunciato e poi confermato ai giudici per aiutarli ad accertare la verità.

La domanda è semplice: se io, comune cittadino o giornalista, ascolto al bar due persone che progettano un omicidio, o una rapina, o uno stupro, che devo fare? La sentenza non lascia dubbi: devo farmi i cazzi miei e lasciare che i due portino a termine il crimine. Altrimenti, se faccio il mio dovere di denunciarli, quelli potrebbero diffamarmi e, se reagisco, rischio di incontrare un giudice che mi accusa di averli abusivamente origliati violando la loro sacra privacy, e mi obbliga pure a rimborsarli con 15 mila euro. Una lezione di educazione civica.

(17 maggio 2015)

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