lunedì 23 marzo 2015

ATTUALITÀ / Un italiano in Yemen



di Agostino Spataro
C'era una volta il viaggio nell’Oriente islamico che faceva sognare, e partire, schiere d’artisti vagabondi, scrittori, eremiti, esteti, avventurieri e dame stravaganti. Si andava per deserti sconfinati, sotto cieli di vivide stelle, alla scoperta di luoghi e città favolose per abbeverarsi alle fonti della sapienza antica, alla ricerca di emozioni forti e nuovi stili di vita o di “qualcosa” d’indefinito, di magico, ch’era vano cercare in Occidente. Bagdad, Damasco, Beirut, Gerusalemme, il Cairo, Tripoli, Alessandria, Istanbul, Aden, Sana’a, erano le gemme più preziose di questo mirabolante Oriente. Oggi, l’Oriente è in fiamme e queste favolose metropoli ci vengono propinate come “nemiche”, soltanto come ricetto di truci dittature e d’intrighi menzogneri, evocatrici di odio e di vendette e stragi sanguinose, di miserie e lussi scandalosi.

Immagini ripugnanti che si vorrebbero cancellare con una lunga serie di guerre “preventive”. Non resta che andare in massa a Sharm el Sheikh, a Hurghada… ovvero due lembi di costa romagnola trapiantata sulle rive del Mar Rosso. Le guerre e i fondamentalismi di tutte le risme stanno deteriorando i rapporti fra Occidente e mondo arabo e deformando l’idea che nell’immaginario collettivo si aveva  degli Arabi e dei loro paesi. E viceversa. Se in Occidente cresce una forma ottusa di arabofobia che mira a rimuovere l’Arabia dai nostri orizzonti, fra gli Arabi si sta diffondendo un anti-occidentalismo cieco, astioso, ideologico.
Tutto ciò, mentre sullo sfondo si sente aleggiare la minaccia più grave: la cosiddetta “guerra fra civiltà”, propugnata ( e fors’anche programmata) dagli sciovinisti d’entrambi le parti.
SCRIGNO DEI TESORI D’ARABIA
Perciò, il viaggio nelle terre d’Arabia, un tempo tappa obbligata per introdursi nei meandri di un Oriente fascinoso, esoterico, oggi sta perdendo molto della sua attrattiva poiché è considerato rischioso e, da taluni, perfino antipatriottico.
Anche nel caso di un paese bellissimo e gentile qual è lo Yemen riunificato: un piccolo mondo a sé stante, incuneato fra l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e l’infuocato deserto del Rab-Al Khali o “Quarto vuoto” su cui si propaga l’Arabia dei Saud, il più ricco stato petrolifero del Pianeta.
Purtroppo, dello Yemen si parla e si scrive assai di rado e solo in occasione di qualche “rapimento” di turisti un po’ avventati e di qualche attentato magari avvenuto a migliaia di chilometri per accreditare l’idea di un Paese non più erede del regno della favolosa regina di Saba, ma feudo di Bin Laden, l’ineffabile capo di Al Qaeda, la cui famiglia ha origini yemenite.
Se questa idea dovesse passare si correrà il pericolo di aprire un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente e di distruggere un Paese da favola, una civiltà, sapiente e raffinata, patrimonio dell’intera umanità.
Non è ammissibile che per favorire la vendita di nuovi sistemi d’arma e/o di costose tecnologie antiterrorismo e per giustificare l’impotenza di governi e di una miriade di servizi d’intelligence (deviati o incapaci?) nella caccia ad un “fantasma” ubiquatario da loro stessi creato ed armato, si debba distruggere un altro Paese, massacrare un altro popolo.
Dopo Iraq, Afghanistan, Pakistan, potrebbe essere, infatti, il turno dello Yemen. Per non dire della tremenda tragedia (da 60 anni insoluta) del popolo martire di Palestina.
IL PIÙ BEL PAESE DEL MONDO  
Peccato, davvero, poiché «lo Yemen - scrive Pier Paolo Pasolini (in “Corpi e luoghi”, 1981) - architettonicamente, è il più bel Paese del mondo. Lo stile yemenita, un enigma solo parzialmente risolto, o di cui solo pochi sanno, se c’è, la soluzione».
Visitandolo si prova la gradevole sensazione di viaggiare dentro la favola di un Oriente mitico che, nonostante tutto, resiste alle tentazioni del falso modernismo e si propone come soggetto del dialogo fra le  civiltà.
Il viaggio nello Yemen è come un cammino a ritroso nel tempo, dentro un medioevo islamico che sopravvive, isolato, a contatto con una natura aspra e incontaminata, aggrappato a città e villaggi popolati di gente fiera ed ospitale, di torri e minareti e palazzi carichi di storia.
Lo Yemen è come un grande scrigno che contiene i tesori più pregiati di tutta l’Arabia: da Sana’a, la capitale, con i suoi famosi “grattacieli” ad Aden il grande porto coloniale (un tempo importante quanto quello di New York); da Mareb, con i ruderi della grande diga (costruita 3700 anni fa) e i templi di Bilqis, la celebrata regina di Saba a Taiz coi palazzi- fortezza degli ultimi folli Imams (sovrani il cui potere millenario fu abbattuto da un golpe militare nel 1962); da Zabid, nel cuore della Tihama, dove Pasolini girò il film “Il fiore delle mille e una notte” a Mokka il porto da dove partì il primo carico di caffè verso le corti di Vienna e di Parigi; da Jiblah, città-presepe dominante la montagna yemenita, già capitale dei regni medievali di altre due celebri regine, Asma e Arwa, al deserto infinito che da Sa’da scende fino al porto di Mukallà, passando per la vasta distesa dell’Hadramaut, fino al confine con l’Oman.
Nomi e luoghi che illuminano di luce smagliante i superbi resti di una fra le più antiche e celebrate civiltà che, ancor oggi, emana un magnetismo esotico a cui è difficile sfuggire. Per illustrarla, tenterò, qui, una descrizione sintetica dei luoghi più rinomati che ho visitato qualche anno addietro.
FRA I “GRATTACIELI”  DELL’ANTICA SANA’A
Eccomi a Sana’a, la capitale dello Yemen riunificato, situata a 2000 metri d’altezza.
Oltrepassato il mercato delle erbe, retrostante la porta Bab el Yemen, s’imbocca un’ampia strada brulicante di donne interamente velate, di uomini smilzi, con la guancia rigonfia da un bolo di foglie di qat, che portano un “jambia” (pugnale tradizionale) attaccato alla pancia, di mendicanti storpi e/o con gli occhi cuciti, d’asini stanchi che paiono nuotare in quei budelli che scompaiono nell’intricato labirinto della casbah.  
La selva dei “grattacieli” è lì di fronte. Finalmente si possono ammirare da vicino: sei, sette, otto piani di pietra granitica su cui si aprono finestrelle sbarrate da grate lignee di un azzurro tenue che contrasta col bianco accecante delle eleganti geometrie di stucchi; ai piani alti le finestre sono molto più grandi e decorate con lastre di alabastro e vetri colorati che compongono motivi floreali.
I grattacieli di Sana’a rappresentano uno stile costruttivo unico al mondo che ha dato vita a questo fantastico tessuto urbano, per fortuna tutelato dall’Unesco.
Si tratta di case-torri concepite per difendersi dagli assalti dei nemici e dalle razzie dei predoni (nel passato molto frequenti anche all’interno delle città) che, al contempo, materializzano lo status economico e politico del proprietario nel quartiere e il suo prestigio nell’ambito della gerarchia sociale e familiare.
Dalle terrazze si ammira uno spettacolo fantasmagorico, indescrivibile: da ogni lato scorrono filari di torri imbacuccate di fregi e cromature un po’ naïf.
Improvvisamente, fra un grattacielo e l’altro, spiccano le chiazze verdi di orti di legumi e verdure e di giardini di palme e di altri frutti tipici, fra i quali molto diffusi il melograno, il fico, gli agrumi, il carrubo, ecc.
na corona di montagne brulle cinge l’abitato di Sana’a. Fra queste spicca, per la sua perfetta forma conica, il Jebel Nogum sulla cui vetta si possono ammirare i ruderi di un’antica fortezza costruita - si dice - sui resti del castello di Sem, figlio di Noè e capostipite della stirpe semitica (poiché il “semitismo” non è una prerogativa dei soli ebrei).
IL SUQ, LUOGO DI CONFLUENZE  E DI LIBERTÀ 
Nel centro storico di Sana’a tutte le strade confluiscono al suq (insieme di mercati), uno spazio enorme, intricato che costituisce il cuore pulsante della città. Nei Paesi arabi il suq è anche il principale luogo di libertà e di socialità.
Sotto le tettoie di stuoie di paglia si condensa un’eterna frescura che, anche nelle ore più torride, rende piacevole lasciarsi trasportare dalla corrente umana.
Il suq è anche lo spazio eletto della confluenza dove si stempera il dualismo, altrimenti insanabile, fra la città dominata dai mercanti e la campagna dominata dalle tribù. Il suq è un palcoscenico della vita sociale della città araba e anche un indicatore attendibile della congiuntura economica e politica.
Il mercato di Sana’a, il più antico della penisola arabica, è ripartito in circa 40 settori merceologici, con 1700 fra botteghe commerciali e laboratori artigianali.
Il più ricco e variegato è quello dei tessuti.
Nel quartiere degli artigiani si lavorano il legno, il cuoio e vari metalli. Una particolare attrazione destano i fabbricanti di “jambia”, il caratteristico pugnale a punta ricurva che gli uomini, anche le più alte cariche dello Stato, portano in bella mostra poiché esprime un forte valore simbolico e di prestigio.
A MAREB, FRA I TEMPLI DELLA REGINA BILQIS     
Viaggiamo in direzione di Mareb, l’antica capitale del mitico regno dei Sabei. Qui sono custoditi i grandiosi templi di Bilqis, la celebre regina di Saba, i resti della grande diga del 1700 a.c. e altri tesori di quella fiorente e raffinata civiltà.
Sull’altopiano s’incontrano case isolate in mezzo a campi di granoturco, di angurie e piantagioni di alberi del qat (la malapianta da cui si ricava una droga molto diffusa) che ha soppiantato le floride colture di caffè che offrivano al mondo il rinomato “Moka”. Oggi, col qat i contadini ricavano un reddito 4-5 volte superiore a quello del caffè.
Superata la catena del Rem, c’immettiamo in una sterile vallata che “non produce da almeno 1000 anni” - ci dice la guida - “da quando è crollata la Dam (diga), definitivamente”. Il paesaggio è arido, monotono, spezzato da rari gruppi di tende nere beduine. Sono nomadi che vagano nel deserto, da un’oasi all’altra, alla ricerca di acqua e di pastura per gli armenti.
Qui il nomadismo è ancora diffuso soprattutto lungo tutta l’ampia fascia desertica, detta “terra di nessuno”, che dovrebbe segnare i contesi confini con l’Arabia e l’Oman.
Il beduino (dall’arabo “badawi”, abitante del deserto) non riconosce i confini convenzionali degli Stati, per casa ha la tenda e per patria il deserto infinito, senza barriere, coi suoi segreti e suoi tormenti. Ed è qui, nella solitudine delle sabbie, che inevitabilmente incontra Dio. Non è casuale che le tre principali religioni monoteiste (ebraica, cristiana ed islamica) siano nate nei deserti a nord dello Yemen, fra la Palestina e la Mecca.
L’attuale città di Mareb è la terza edificata negli stessi luoghi. La prima, la florida e potente capitale del regno di Bilqis, è sepolta sotto la sabbia; la seconda, ancora in piedi, la si scorge a pochi km, disabitata, ombra impietrita di un vile passato, abbandonata per vendetta dai vincitori repubblicani che vollero punirla per aver stretto alleanza col nemico (saudita) durante gli otto lunghi anni di sanguinosa guerra civile. 
Di quella colossale diga (una delle 7 meraviglie dell’antichità) restano due enormi bastioni che segnano le estremità della barriera e alcuni canali interrati.
A poche centinaia di metri, il governo ha fatto costruire un nuovo invaso e la nuova Mareb che senza acqua non potrebbe sopravvivere.
La gran parte della città sabea riposa sotto dolci colline di sabbia finissima, dalla quale emergono due gruppi di colonne quadrate, alte anche 7 metri, che sono i resti dei templi dove officiava Bilqis.
Quello più grande è dedicato al dio Illumquh (la Luna) che nel pantheon astrale dei sabei  era la divinità preminente e di sesso maschile, mentre il Sole era la sua sposa.
Oltre le colonne, s’incontra un muro ovale nel quale si aprivano numerose finestre, cosicché l’orante poteva scorgere il sole in ogni ora del giorno.
All’interno di questo tempio risiedeva la regina di Saba, il cui nome ogni yemenita porta nel cuore, poiché essa simboleggia l’apogeo della potenza e della gloria yemenite.
Bilqis creò un nuovo ordine economico e politico che si espanse in tutta l’Arabia meridionale, fin oltre le coste abissine del Mar Rosso dove sorsero colonie commerciali e importanti avamposti militari sabei. Mareb divenne il centro di un formidabile sistema di traffici carovanieri che assicuravano il flusso di merci preziose (spezie, oro, incenso, gemme, profumi, ecc.) dalle Indie e dall’Hadramaut verso i ricchi empori del Mediterraneo: egizi, fenici e romani.
Oggi, tutto questo è soltanto un intimo ricordo di pochi appassionati, giacché l’Islam zaidita (la confessione sciita dominante nello Yemen) non ammette che una donna avesse potuto creare e governare un regno così potente e rinomato.
Quasi che Bilqis fosse stata Satana in persona nelle sembianze di una bellissima regina. 

Nessun commento: