sabato 3 gennaio 2015

L’ideologia renziana all’attacco del pubblico impiego

di Carlo Gubitosa
Matteo Renzi è stato per due anni consecutivi il sindaco più assenteista d’Italia (con il 59% di assenze in consiglio comunale nel 2013 e addirittura l’82% nel 2012), ma adesso che è diventato premier ritiene giusto che in futuro paghi col licenziamento “un impiegato pubblico che sbaglia, partendo dai furti e arrivando all’assenteismo a volte vergognoso“, e su questo principio si dichiara “pronto al confronto in parlamento“. Ma c’è ben poco da confrontarsi: forse Renzi ignora che la legge italiana ha già introdotto da diversi anni la possibilità di licenziamento a seguito di un procedimento disciplinare per i dipendenti pubblici ladri o nullafacenti, che falsificano documenti, dichiarano il falso, riportano condanne penali definitive o hanno una insufficiente valutazione del rendimento nell’arco di un biennio. Il licenziamento non è ancora previsto, invece, per le cariche elettive ricoperte in seno alle istituzioni pubbliche, che consentono ancora di assentarsi a piacimento dal luogo di lavoro, come ha potuto fare il “sindaco d’Italia” quando era ancora sindaco di Firenze.
L’ipotesi alternativa all’ignoranza del premier sulla normativa in vigore è che queste dichiarazioni siano funzionali alla preparazione del terreno per una inconfessabile agenda politica: rendere licenziabili anche senza una giusta causa tutti i dipendenti pubblici a prescindere, in modo da poterli trasformare in esuberi a convenienza, per semplici ragioni di efficienza economica e indipendentemente dalla loro onestà e dal loro rendimento.

Del resto, i licenziamenti senza giusta causa sono appena stati legalizzati nel settore privato con il crudele sillogismo alla base del “Jobs Act”: Voglio diritti uguali per tutti. C’è qualcuno senza diritti. Allora togliamoli a tutti per affermare nobili principi di uguaglianza. In questo modo la disparità di trattamento tra precari e contrattualizzati è stata eliminata alla radice: adesso sono tutti licenziabili a piacimento, fannulloni e stakanovisti. E’ il libero mercato, bellezza, dove i problemi si possono scaricare dai piani alti fino ai livelli più bassi della piramide sociale.

Il passo successivo sarà quello di far notare che adesso i dipendenti pubblici hanno più diritti di quelli del settore privato, e in nome dell’uguaglianza bisognerà negare questi diritti con un nuovo livellamento verso il basso, che renderà tutti i lavoratori ricattabili perché nessuno sarà più tutelato da licenziamenti arbitrari, nemmeno chi lavora sodo e si trascina in ufficio anche con la febbre.

Una ipotesi che il giuslavorista Ichino aveva frettolosamente descritto come realtà già in vigore per effetto del “Jobs Act”, costringendo Renzi a smentirlo: “il Jobs act e il disegno di legge Madia sono due cose diverse - ha dichiarato il premier - per questo ho chiesto di togliere il riferimento al pubblico impiego dal Jobs act“.

Nella nuova sinistra, infatti, non bisogna essere impazienti come Ichino: i diritti vanno tolti poco per volta, una legge dopo l’altra, senza strappi bruschi e convincendo il popolo che è l’unica strada possibile verso l’”uguaglianza reale”, cominciando dai precari per poi risalire ai contrattualizzati del settore privato e culminare con la rimozione delle tutele di quelli che nel nostro immaginario collettivo sono i tutelati per antonomasia.

E dopo il regalo di Natale del Jobs Act, si intravede già che cosa ci porterà la primavera grazie al botticelliano ministro Madia e alla sua annunciata riforma del pubblico impiego: raccogliere a sinistra quello che aveva seminato Brunetta da destra, aggiungendo alla possibilità di licenziamento senza giusta causa per i dipendenti pubblici altre forme mascherate di licenziamento, come il demansionamento che altri chiamerebbero mobbing o il trasferimento forzato in un raggio di cinquanta chilometri da casa, pagando il rifiuto con la perdita del posto.

La “perla” di Renzi sui ladri e i fannulloni, dipinti come inamovibili anche se è già possibile licenziarli, non è una gemma isolata, ma va incastonata in quel teatrino della politica dove i “rottamatori dei diritti” hanno costruito sapientemente nel corso degli anni un ricco cast di personaggi: i “lavoratori flessibili” di Maroni, da flettere fino allo schiavismo, i “dipendenti pubblici fannulloni” di Brunetta su cui far convergere l’odio dei meno abbienti, gli “annoiati dal posto fisso” di Monti che rifiutano le sfide della modernità, i “disoccupati schizzinosi” della Fornero che non lavorano per colpa loro, e dulcis in fundo i “contrattualizzati privilegiati” di Renzi, spogliati delle loro misere tutele per renderli nudi tanto quanto i precari davanti ai loro datori di lavoro.

A questo si aggiunge l’artificio retorico dei futuri contratti a “tutele parziali” che vengono spacciate per “tutele crescenti”: a parità di condizione sociale dovremo decidere se le tutele che un tempo coprivano tutti vanno fatte crescere nei contratti destinati al giovane o all’anziano, al neoassunto o allo specializzato, allo sposato con prole o al divorziato, al disabile o alla vedova. Il risultato di questa compartimentazione dei diritti è la perdita di ogni umana solidarietà tra lavoratori, dove i nemici sono sempre altri lavoratori: gli autonomi evasori se sei tassato alla fonte, gli statali fannulloni se sei libero professionista, le caste delle libere professioni se sei un dipendente pubblico, i giovani rampanti se sei anziano, gli anziani baroni se sei giovane, i precari malpagati che svalutano la tua professione se sei assunto, gli assunti privilegiati se sei precario.

Il meccanismo culturale che porta le classi meno abbienti a sbranarsi politicamente e culturalmente a vicenda, sgretolando ogni brandello residuo di solidarietà tra onesti lavoratori, è stato illustrato in modo magistrale già da tempo da Alessandro Robecchi, che fa i conti con un imprescindibile “dato ideologico” (grassetti miei):

“la vera vittoria del renzismo - scrive Robecchi - [è] aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società. Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale“, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (né per gli ottanta euro, né per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perché se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia”.

Sul palco di questo teatrino ideologico dove i pupi sono spinti a darsi randellate a vicenda, gli unici che non sono esposti ai fischi e al lancio di pomodori sono i burattinai che restano dietro le quinte a custodire l’ideologia: i finanzieri con la residenza fiscale all’estero che pontificano alla Leopolda contro il diritto di sciopero, i banchieri che tappano i loro buchi privati di bilancio grazie ai miliardi erogati con decretazione d’urgenza, le multinazionali che fanno profitti in Italia ma li fanno tassare in altri paesi grazie a quel legalissimo e convenientissimo gioco delle tre carte chiamato elusione fiscale, i vip alla Ezio Greggio che portano in dote a Montecarlo i profitti maturati nella televisione italiana, i faccendieri alla Briatore che si spacciano per grandi capitani d’industria con “sogni” e visioni innovative mentre sono semplicemente degli ex latitanti con conoscenze altolocate.

Il dibattito sul diritto di licenziare i dipendenti pubblici come ultima frontiera verso l’uguaglianza dei diritti (negandoli a tutti in egual misura) si preannuncia come intenso e appassionante. Ma prima di affrontarlo, fermiamoci un attimo a riflettere su altri dibattiti già persi in passato. Com’è finito il dibattito sul precariato? Con Maroni che approva la legge sedicente “Biagi”. Com’è finito il dibattito sulle pensioni? Con la Fornero che alza l’età pensionabile. Com’è finito il dibattito sulla macelleria sociale? Con l’aumento di Monti dell’Iva e delle accise per non toccare profitti finanziari, patrimoni e redditi milionari. Com’è finito il dibattito sull’articolo diciotto? Con Renzi che lo rottama dipingendo una tutela come privilegio.

A questo punto non ci vuole un indovino per capire come andrà a finire il dibattito sui dipendenti pubblici da licenziare a convenienza e assumere a progetto con contratti stagionali, come già avviene del resto per gli insegnanti. Da qui il dubbio: anziché accanirci sui dibattiti, non sarebbe meglio mettersi a studiare perché finiscono sempre nel modo peggiore per chi lavora, che casualmente coincide con quello auspicato da chi comanda?

Del resto, vista la scelta tra Gesù e Barabba, cosa possiamo aspettarci da un popolo imbevuto dall’ideologia del teatrino quando viene chiamato a scegliere tra il dipendente pubblico (archetipo del parassita) e l’intraprendente finanziere con residenza fiscale all’estero, archetipo del determinato e salvifico uomo di successo che porterà in italia gli investitori, ma solo a condizione che si smetta di scioperare nel settore dei trasporti?

Alla dozzina di discepoli del keynesismo, ostili al potere politico dei macellai sociali e al potere religioso del culto neoliberista, non resta che restare nelle catacombe del mondo intellettuale dove saranno pereguitati come “professoroni”, mentre cercano di predicare la buona novella del ‘900, quella a cui avevano creduto in molti: un mondo che verrà, dove la spesa pubblica è orientata al lavoro socialmente utile come “moltiplicatore keynesiano dell’economia”, e non a Ilva, Banche, Confindustria, Mercanti d’armi, mafie private camuffate da servizi pubblici, grandi opere inutili, e tutto per poi piangere miseria ogni luglio, licenziando anche gli insegnanti che si riassumeranno con certezza il settembre successivo.

Se il rischioso percorso della licenziabilità è la strada che ha deciso di intraprendere la maggioranza politica del paese, non possiamo che inchinarci alle regole del gioco democratico. Ma in ogni caso io introdurrei per gli sperimentatori di queste ricette economiche un principio di “accountability”, obbligandoli a rispondere delle loro decisioni.

I detrattori del pubblico impiego che applaudono con la bava alla bocca le ipotesi di licenziabilità senza giusta causa dei dipendenti statali dovrebbero mettere per iscritto la loro presa di posizione, per renderne conto politicamente (o almeno moralmente) nel caso in cui questa ennesima sforbiciata alla rete di tutela del lavoro dovesse innescare in Italia la spirale che dalla crisi porta verso la profonda e conclamata depressione economica, terreno fertile per la trasformazione del conflitto sociale in guerra civile.

Per quanto mi riguarda, è palese che lo Stato col pubblico impiego fa girare l’economia italiana più di quanto non faccia la grande industria, e che piegare anche il settore pubblico alla logica del profitto (per alcuni fortunati che resteranno nella macchina statale a prescindere dal loro rendimento) significa condannare il paese alla miseria (per tutti quelli che non avranno santi in paradiso e si vedranno licenziati anche lavorando sodo, perché i bilanci si faranno quadrare coi licenziamenti e i tagli orizzontali).

A conferma del ruolo centrale del pubblico impiego come motore dell’economia, ci sono i dati di realtà raccolti in una ricerca pubblicata dal Forum PA, da cui risulta che i dipendenti pubblici in Italia sono il 14,8% rispetto al totale degli occupati, e di conseguenza rappresentano una fetta consistente della popolazione lavoratrice, che con il suo reddito e le sue spese aiuta a tenere in piedi l’economia del paese, e in molti casi ne compensa anche le diseconomie, come avviene nelle famiglie in cui il reddito di un dipendente pubblico compensa l’intermittenza di reddito di un familiare precario.

Ma si sbaglia chi pensa che i dipendenti pubblici “sono troppi e vanno sforbiciati in qualche modo”, come suggerirebbe l’ideologia renziana: in Francia i dipendenti pubblici sono il 20% degli occupati, in Inghilterra il 19,2%, e sono molti meno anche in termini assoluti e in rapporto alla popolazione complessiva. In Italia abbiamo 3,4 milioni di dipendenti pubblici pari al 5,6% della popolazione, contro 5,5 milioni in Francia (dove rappresentano l’8,3% della popolazione) e 5,7 milioni in Inghilterra, che corrispondono al 10,9% della popolazione britannica.

E dopo aver scoperto che ci sono paesi dove il settore pubblico viene sostenuto senza timore, invece di essere minacciato con ipotesi di licenziamenti giustificati solo dalle esigenze della macelleria sociale, possiamo chiederci quali possono essere i rischi potenziali legati ad un crollo del pubblico impiego.

Se il settore pubblico diventa “licenziabile a prescindere” anche se non ci sono motivi di licenziamento, la conseguenza è che i dipendenti pubblici diventeranno ricattabiili e corruttibili, perdendo ogni potere di contrattazione e ogni rivendicazione di diritti di fronte alla minaccia di licenziamento. Visto che non sono dipendente della pubblica amministrazione italiana potrei anche fregarmene se la scure dei macellai cadrà su altri, ma azzerando le tutele del pubblico impiego crollerà inevitabilmente anche il reddito, con l’applicazione della collaudata formula “se non ti sta bene così ti licenzio, ti demansiono finché non ti stufi o ti trasferisco anche se hai figli a carico, tanto ne trovo a migliaia disposti a fare la fila per condizioni peggiori delle tue“. E se crolla il reddito in un settore che genera il 14,8% del lavoro in Italia c’è il rischio concreto che crolli l’intera economia del paese e che la crisi acuta si trasformi in una depressione economica esplosiva, che a quel punto colpirà tutti, dipendenti pubblici e non.

E da qui le domande cruciali di fronte al vento di tempesta che sta soffiando sul pubblico impiego: cari innovatori, rottamatori, cambiatori di verso, costruttori di futuro, twittatori, coraggiosi visionari di governo e profeti dell’ideologia renziana: vale davvero la pena di rischiare la depressione economica per battere cassa in modo miope con tagli che generano risparmi sul breve periodo ma negano lo sviluppo economico sul lungo termine? Vale davvero la pena di colpire un settore strategico del nostro sistema economico e lavorativo, legittimando questo azzardo con il risentimento atavico indirizzato verso il settore pubblico? Vale la pena di cavalcare questo risentimento per l’ennesimo attacco ai lavoratori tra i più deboli e ai redditi tra i più bassi? Ha senso negare che questo risentimento nasce anche da una classe politica che oggi pretende di colpire l’assenteismo altrui con il licenziamento, ma ieri non è stata in grado di arginare il proprio assenteismo nemmeno con delle semplici sanzioni morali, che avrebbero evitato di affidare il governo del Paese al sindaco più assenteista d’Italia?

A tutte queste domande solo il tempo potrà dare risposta. Nel frattempo si apra pure il dibattito sulle sorti del pubblico impiego, anche se postumo e con decisioni già prese altrove.
2 gennaio 2015 
matita rossa - blog d'autore L'Espresso

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