martedì 20 gennaio 2015

“La Sicilia è una Nazione”, le 9 tesi del movimento: documento



“La Sicilia è una Nazione. Una Nazione con un popolo, un territorio, una lingua, una cultura, un’identità e antiche tradizioni”. Questo l’incipit del documento presentato dal comitato promotore di “Sicilia Nazione”. Il movimento sottolinea che la Sicilia è “Una Nazione senza un proprio Stato che vive oggi una crisi drammatica e che da oltre 150 anni viene ripetutamente depredata delle proprie risorse e costretta a un pesante divario di opportunità e di sviluppo rispetto alle aree del Nord-Italia. Una Nazione dentro lo Stato italiano che solo formalmente ne ha riconosciuto le peculiarità attraverso lo Statuto dell’Autonomia, ma che, in effetti, ne ha sempre disconosciuto i contenuti”.

La Sicilia non ha ottenuto alcun reale vantaggio nei 150 anni di unità con l’Italia.
Fin dai primi giorni dell’annessione, la Sicilia ha ricevuto un trattamento da colonia. La repressione e l’occupazione militare dei primi anni e la decisione di “normalizzare” il popolo siciliano procedendo a un’unificazione forzata hanno determinato un rapporto di subalternità che non è mai più stato superato. La spoliazione delle risorse ha poi condannato la Sicilia a una situazione di perenne arretratezza rispetto al Centro-Nord. E’ da quel periodo che si è creato quel profondo divario economico, sociale e infrastrutturale dell’isola che cresce oggi in termini esponenziali.
Quello che è più grave è che nel secolo successivo la questione siciliana non è stata neppure affrontata e il gap si è sempre più allargato. La Sicilia ha così pagato un prezzo altissimo sull’altare della cosiddetta unità nazionale, con un pesante drenaggio di risorse umane, finanziarie e produttive.
Anche l’Italia repubblicana porta responsabilità gravissime con la decisione di mantenere il divario e lo spostamento di risorse dalla Sicilia in cambio della nascita di un’economia di assistenza e di elemosina, con l’incentivazione di forme di precariato assistito divenuto adesso insostenibile sul piano economico e con l’insediamento di alcune grandi industrie, vere e proprie cattedrali nel deserto, gravemente inquinanti che hanno devastato larga parte del territorio.
La Sicilia non è più nei fatti una Regione a Statuto speciale.
Lo Statuto è stato il frutto delle lotte autonomiste e indipendentiste e del ruolo di alcuni dirigenti politici siciliani che furono capaci di determinare le scelte dello Stato; non fu quindi una concessione. E’ stato una conquista del popolo siciliano basata su un accordo tra la Sicilia e lo Stato italiano che negoziava autonomia speciale e autogoverno in cambio della rinuncia alle richiesta d’indipendenza.
Va da sé che ogni riduzione delle competenze statutarie, rappresenta una violazione della natura pattizia di quell’accordo e legittima la volontà di autodeterminazione dei siciliani.
Lo Stato italiano ha sempre cercato di ridurre la portata dello Statuto, com’è dimostrato dall’abolizione dell’Alta Corte. In questi ultimi anni poi gli attacchi all’Autonomia hanno fortemente ridotto i poteri di autogoverno della Sicilia e si spingono, oggi, sino alla minaccia di soppressione della specialità, purtroppo condivisa anche da alcuni ascari politici siciliani che, dopo averla utilizzata in termini clientelari e di privilegio, cercano di scaricare le proprie responsabilità attribuendone le colpe all’Autonomia.
La Sicilia possiede le risorse e le energie umane e materiali per vivere in autonomia.
Ciò non si è verificato soltanto perché è stata continuamente depredata delle sue ricchezze, determinandone persino la sudditanza psicologica.
Gli stessi siciliani si sono spesso fatti convincere dalle menzogne propinate da quei politici italiani che sostengono che lo Stato versa alla Sicilia più di quanto riceve.
Gravi sono poi le responsabilità della classe politica siciliana che è rimasta in gran parte subordinata ai partiti italiani e ne ha condiviso vizi e atteggiamenti da casta. La Sicilia doveva diventare per loro, com’è purtroppo progressivamente avvenuto, un bacino elettorale a basso costo, dipendente dalla politica e da intermediari sindacali e pseudo-imprenditoriali.
La Sicilia deve prendere in mano il proprio destino.
La disoccupazione a livelli ormai altissimi, quella giovanile in particolare, l’emigrazione che riprende, le piccole e medie imprese schiacciate da una tassazione altissima e da crediti non compensati nei confronti dello Stato, un sistema produttivo pesantemente penalizzato dal profondo gap infrastrutturale, le grandi multinazionali che inquinano e pagano le tasse altrove, le immense risorse ambientali e artistiche assolutamente non valorizzate, la mancata previsione di una fiscalità di vantaggio che possa rendere conveniente investire in Sicilia e il rifiuto di qualsiasi altra forma di riequilibrio territoriale, lo storno verso il Centro–Nord di risorse economiche destinate dalle norme europee alla nostra Isola; sono la prova che lo Stato italiano ha deciso ancora una volta che la Sicilia è solo territorio di conquista e di saccheggio.
Le ultime umilianti vicende, che vedono il Governo nazionale chiedere in modo ricattatorio alla Sicilia di rinunciare a circa quattro miliardi di crediti in cambio di appena 500 milioni di liquidità e una politica siciliana imbelle che accetta il ricatto e che è incapace di reagire alla successiva ulteriore sottrazione di un miliardo di investimenti, testimoniano della necessità di cambiare rapidamente rotta.
Tocca quindi ai siciliani porre fine alle umiliazioni e decidere di rompere la spirale di rassegnazione e costruire un progetto capace di andare oltre l’autonomia speciale.
La Sicilia ha interesse all’autodeterminazione.
Impegnarsi per garantire concrete forme di autogoverno alla Nazione Siciliana non è più soltanto una questione identitaria o ideologica. Gli interessi economici e di sviluppo dell’isola hanno bisogno dell’autodeterminazione.
L’applicazione dei parametri europei di rigore economico, dietro i quali spesso si maschera la volontà dello Stato italiano di non riconoscere alla Sicilia la piena autonomia finanziaria e una fiscalità di vantaggio, impedisce di creare per un’unica regione un sistema differenziato a livello economico, fiscale e legislativo tale da consentirgli di ridurre il divario con altre parti dello Stato e di rendere competitivi cittadini e imprese.
Vincoli regolamentari e di finanza pubblica non consentono inoltre, almeno per i prossimi trent’anni, di stanziare l’enorme mole d’investimenti finanziari e infrastrutturali necessari per determinare minime condizioni di riequilibrio.
Solo una nazione sovrana può essere in grado di utilizzare leva fiscale e meccanismi legislativi per creare sviluppo senza entrare in conflitto con gli standard europei, come avviene già per altre Isole nel mediterraneo che hanno una loro dimensione statale.
Appare quindi evidente che l’assenza di autodeterminazione e di autogoverno rappresenta un danno per la Sicilia e la conduce alla desertificazione e alla povertà.
La Sicilia deve diventare una Nazione federata o uno Stato indipendente.
L’Autonomia speciale che ha rappresentato un accordo fortemente innovativo e che poteva trasformarsi, se attuato, in una leva per lo sviluppo è stata indebolita dalla pervicace volontà dei governanti italiani di proseguire sulla strada della subalternità della Sicilia.
Una straordinaria opportunità si è trasformata, a causa dell’opportunismo di pochi, in un feticcio dietro il quale alcuni tentano di coprire ridicoli privilegi e un distorto uso clientelare delle istituzioni autonomistiche.
E’ necessario a questo punto andare oltre l’Autonomia speciale e lo Statuto regionale, recuperandone lo spirito originario e traendo le conseguenze dalla loro mancata attuazione.
E questa prospettiva è coerente peraltro con la dimensione europea dell’insularità. Non vi è in Europa una grande isola, o un arcipelago, che non sia uno Stato o una Regione con forti elementi di autonomia politica, finanziaria e fiscale.
Occorre una nuova fase con obiettivi definiti e nettamente innovativi.
Esiste una sola alternativa all’indipendenza della Nazione siciliana e questa stessa alternativa ha tempi molto ristretti.
Si tratta di stabilire un nuovo accordo pattizio tra la Sicilia, non più regione, e lo Stato italiano: un patto tra due Nazioni a pari titolo che si federano fra loro attribuendo a ognuna di esse pieni poteri di autogoverno e attribuendo alla federazione esclusivamente i poteri riguardanti Esteri, Difesa e poche altre competenze definite con assoluta precisione.
In alternativa a questo nuovo accordo pattizio non resta che la richiesta di una piena indipendenza da negoziare in tempi relativamente brevi e che deve essere decisa dai siciliani attraverso un referendum popolare.
Si decida serenamente con le regole della democrazia – come già sperimentato da altri popoli europei. Siano i siciliani a scegliere se il loro destino debba continuare a essere affidato all’Italia o se debba essere invece ripreso nelle loro mani.
La Sicilia può diventare il cuore del Mediterraneo e di una diversa Europa.
La posizione strategica della Sicilia al centro del Mediterraneo e crocevia naturale tra l’Europa, l’Africa e l’Asia ci consegna responsabilità e opportunità straordinarie.
Una Nazione di pace, d’incontro, di scambi culturali ed economici. Una Nazione che può diventare piattaforma logistica del Mediterraneo e al contempo ambasciatrice di una diversa Europa dei popoli.
Un’Europa dei diritti e non delle burocrazie, tantomeno finanziarie, un’Europa che sappia contrastare mafie e corruzioni, un’Europa dei cittadini europei e non delle banche.
Un’Europa che torni alle ispirazioni e alle ambizioni di Sturzo e Spinelli, che abbia il coraggio di eliminare vincoli rigidi e patti di stabilità e che consenta la circolazione di strumenti finanziari complementari per consentire sviluppo attraverso forti iniezioni di liquidità.
Un’Europa che, ritrovando la propria dimensione mediterranea, difenda l’agricoltura isolana, stracciando ogni accordo a scapito dei nostri prodotti.
Sono queste le opportunità di una Nazione siciliana, federata o indipendente, in un’Europa confederale e democratica, ricondotta ai valori di solidarietà che ne ispirarono la fondazione.
La Sicilia ha bisogno di un Movimento Nazionale Siciliano.
Vogliamo costruire un Movimento Nazionale che unisca i siciliani nell’impegno per forme più avanzate di autogoverno. Un movimento che metta insieme cittadini dei più diversi orientamenti politici e ideali, con l’obiettivo di restituire alla nostra terra l’orgoglio e la responsabilità di essere Nazione e le opportunità garantite dalla sua storia, dalle sue tradizioni culturali, dalla sua posizione geografica e dalle sue risorse.
Un movimento di indipendenza e riscatto nazionale che abbia al centro del suo programma la Sicilia, il suo sviluppo e il benessere dei siciliani.
Un movimento che abbia un’unica pregiudiziale indiscutibile: la lotta alla mafia che ha sfruttato, traendone enormi profitti illeciti, il peso del sottosviluppo e il bisogno di lavoro, schiacciando le speranze dei siciliani onesti.
Non può e non dev’esserci spazio alcuno per la mafia, nemica della Sicilia, infamia per la nostra storia e macchia sul nostro onore. Tutti devono sapere che la lotta per l’autodeterminazione della Nazione Siciliana è alternativa alla criminalità mafiosa.
Il nuovo movimento deve nascere in un tempo breve e deve coinvolgere la maggioranza dei cittadini siciliani. Deve essere profondamente diverso dai partiti italiani e basato su criteri amplissimi di democrazia diretta.
E’ con questo spirito e con l’obiettivo di costruire un movimento che rappresenti la maggior parte del popolo siciliano che rivolgiamo un appello a tutte le energie, le passioni e le culture della nostra Terra.
La nostra storia e il futuro dei nostri figli ci chiedono di sentirci cittadini della Nazione Siciliana.
Per questo rivolgiamo il nostro appello a tutti i siciliani liberi”.
Il Comitato promotore di “Sicilia Nazione”

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