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martedì 20 gennaio 2015

Da Palermo a Genova, via crucis primarie. Cofferati lascia Pd


di SALVATORE PARLAGRECO
Da Palermo a Napoli, poi a Genova, per citare le tappe più significative, sono trascorsi tre anni fra le primarie democratiche del capoluogo siciliano e quelle liguri, quanto basta perché l’aspirazione alla democrazia compiuta sia, forse, definitivamente archiviata. Le primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra a Palermo furono una calamità. Vennero chiamati in causa i carabinieri, i magistrati, fu evocata la mano della mafia, denunciati brogli, intrighi. Un teatrino davvero deprimente, con un copione volgare di insulti. La lezione sarebbe dovuta servire a qualcosa. Pareva che la babilonia avesse seppellito l’esperimento e che nel Pd si trovasse il tempo per ridiscutere le primarie, invece non è accaduto niente. Di quelle giornate furibonde si è anzi persa la memoria, non c’è traccia nemmeno degli interventi ordinati dall’autorità giudiziaria.

Capitò di peggio a Napoli. Ma non è servita nemmeno l’esperienza campana per mettere giudizio. Per quale ragione? Le primarie per scegliere il segretario nazionale del partito – con Bersani prima e Renzi poi – filarono lisce come l’olio, dando anzi al Pd uno slancio notevole, che avrebbe provocato, con la scelta del segretario tuttora in carica, un ricambio generazionale senza precedenti nella storia politica d’Italia.
Grazie alle perfomances “nazionali”, le primarie hanno ripreso fiato. Fino a che non è arrivata la sfida di Genova fra Cofferati e Paita, persa dall’ex segretario della Cgil, con il suo strascico pesante. Cofferati, uno dei 45 fondatori del Pd, si è sentito tradito dai vertici del Pd. Credendo di avere subito un grave torto, per le modalità con cui sono state celebrate le primarie, ha deciso di lasciare il partito, dopo avere denunciato, inascoltato, presunti brogli, e il plateale intervento dell’opposizione di centrodestra a favore del suo avversario.
In consiglio regionale, è Cofferati a ricordarlo in una intervista a Sky 24, i consiglieri di Forza Italia avrebbero detto chiaro e tondo di partecipare alle primarie del Pd per dare una mano allo sfidante di Cofferati, con lo scopo dichiarato di costruire, all’indomani del voto, una maggioranza ed un governo di larghe intese. Non lo sanno, ma così facendo, hanno firmato la morte “civile” delle primarie.
Che i gazebo del Pd siano stati invasi dal nemico non è stato provato (ma come potrebbe essere provato?), ma acquista rilevanza la scelta pubblica delle opposizioni. Che Cofferati non ha affatto digerito la sconfitta, tra l’altro, è comprensibile, e potrebbe spiegare la sua severa ricostruzione dei fatti. Abbia ragione o meno, tuttavia, poco importa. Ciò che conta è che per la prima volta le primarie non sono state “solo” il consueto campo di battaglia di militanti ed agit prop, il terreno dei colpi bassi e degli intrighi, insulti e espedienti, ma il luogo dell’imbroglio politico “palese”. Si sarebbe compiuto, infatti, con successo il tentativo dichiarato di determinare dall’esterno, le scelte del Pd. Ciò che è avvenuto a Genova, prova dunque in modo incontrovertibile che le primarie, senza paletti e regole rigide, sono un boomerang, “inaffidabili” e dannose. La democrazia, invece che celebrare il suo apogeo, viene tradita in modo spettacolare.
I forzisti che hanno aiutato l’avversario di Cofferati a vincere forse non si sono nemmeno posti il problema, affatto secondario, degli effetti dirompenti della loro iniziativa, ma hanno messo k.o. uno degli elementi di novità, il più importante, della vita politica italiana. La partecipazione ai non iscritti allarga gli spazi di democrazia nel Paese, e non va quindi, archiviata, ma non si potrà fare a meno di modificare le regole, affinché il diritto di voto non sia concesso agli “infiltrati”.
Ora tocca al gruppo dirigente del Pd correre ai ripari, al di là della querelle genovese. Sarà inevitabile segnare una linea di demarcazione fra iscritti da una parte e simpatizzanti, in modo da offrire ai primi il diritto di scegliere i dirigenti, ai secondi, di indicare le rappresentanze istituzionali.
Insomma, primarie politicamente corrette, altrimenti finisce che da qui a poco, a dettare legge nel Pd, siano gli altri, quelli che hanno interessi contrapposti. Un maledetto imbroglio da cancellare, anche per non giustificare gli schieramenti politici che hanno abolito la democrazia interna.

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