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martedì 20 gennaio 2015

Cofferati lascia il Pd. "Da Renzi neanche una telefonata..."



Sergio Cofferati
Neanche una telefonata. L’ultimo dettaglio che Sergio Cofferati aggiunge alla ragioni della sua fuoriuscita dal Pd è personale: «Renzi non mi ha chiamato, dal punto di vista politico non sarebbe cambiato nulla, ma dal punto di vista umano sì». E dice molto, la telefonata che non arriva, del clima che c’è nel partito democratico, e di quanto una parte del Pd, con le sue critiche, si senta ignorata. Bellamente ignorata. È così che la vicenda di Sergio Cofferati e delle primarie liguri diventa un punto di svolta per i destini della sinistra del Pd, dei civatiani ma non solo. Sotto i colpi del brogli e delle incursioni degli esponenti del centrodestra, la frattura con il partito del premier si allarga: «Restare è difficile» ripete per l’ennesima volta Giuseppe Civati, con forza crescente, «spero se ne rendano conto anche gli altri». «Renzi non lo sento da un anno» racconta a Un giorno da Pecora, su Radio Due. Si ferma ancora un passo prima della porta, Civati, sì, ma la indica convinto: «Non ho chiesto ai miei di uscire, ma come me c’è chi non regge più» dice a Qn. Un nome su tutti, non a caso, Luca Pastorino, deputato genovese.


Pastorino, in effetti, già da mesi lo dice apertamente, e quando i civatiani si sono incontrati a Bologna il 13 dicembre l’ha ripetuto dal palco: «Fosse per me saremmo già andati via». In Liguria, dopo lo scontro Paita-Cofferati, finalmente può farlo: «L’abbia detto e lo stiamo facendo» dice all’Espresso, «abbiamo già cominciato a lavorare per un’altra lista e un altro candidato», che non è però Cofferati («Penso dovrebbe fare il padre nobile di questa operazione» dice Pastorino dell’ex sindacalista) e neanche Carlo Freccero («Il suo nome l’ho solo letto sui giornali»).

Non Cofferati, forse «un nome di profilo elevato», forse invece lo stesso Pastorino, perché no? «Ricevo molte telefonate, ma a tutti sto dicendo che non sono sicuro di essere la persona giusta, e che dobbiamo aprire il più possibile». Che sia civatiano il candidato, o che sia un nome più civico, comunque poco cambia: per trovare il nome «ci vorranno un paio di settimane, abbiamo il tempo per fare le cose fatte bene» continua Pastorino, ma la sostanza è che un pezzo del Pd alle regionali di maggio non farà campagna elettorale per il Pd e anzi si impegnerà per far nascere una coalizione, «o anche un’unica lista», con i partiti di sinistra, Sel su tutti.

Mercoledì c’è una riunione ufficiale, preceduta già in queste ore da molti vertici. Per lo statuto del Pd il tutto è motivo di espulsione.

Esser accompagnati alla porta, però, per i civatiani potrebbe non essere un dispiacere. Anzi avrebbe il valore di una medaglia al merito. Una coccarda per chi si è opposto alla deriva destrorsa del partito: «Non siamo noi ad esserci spostati» nota ancora Pastorino, che fa eco alle parole di Civati. «Il Pd ormai è un partito di centrodestra» è l’analisi di Pippo. «Qui in Liguria è arrivato il ministro Pinotti a dirci che il modello delle larghe intese non è più un’eccezione romana, “inevitabile”, ma un obiettivo» ricorda Pastorino, «Pinotti, sostenuta dal premier, ha detto che non c’è nulla di male ad allearsi con gli alfaniani visto che Renzi ci governa insieme: peccato che qui oltre a Ncd si siano imbarcati anche veri e propri fascisti».

L’espulsione toglierebbe la fetta più radicale della minoranza Pd dall’imbarazzo. Tant’è che sembra quasi auspicata, e viene denunciata più di quanto ne parlino i vertici renziani. Non a caso Civati prevede una microscissione in primavera, dopo il passaggio intermedio rappresentato dalla conferenza di Sel a Milano, la prossima settimana, e a ridosso delle regionali, a maggio: «Saremo sotto i dieci» dice ancora a Qn, «perché siamo al governo», e il governo ha il suo fascino.

Pastorino quasi non vede l’ora: «Per come stanno le cose è inevitabile. Io sono convinto che le cose da dentro non si possono cambiare, tra manine e manone, jobs act e riforma costituzionale, ormai c’è poco a cui aggrapparsi». Ecco allora le espulsioni salvifiche: «A Guerini, che è un amico, l’ho detto» anticipa Pastorino, «se espelli me ne espelli tanti». In Liguria e non solo.

Va così in scena l’ennesimo penultimatum, che tanto fa arrabbiare il sottosegretario Davide Faraone («Questa abitudine logora chi minaccia continuamente scissioni» dice). Replica Pastorino: «Capisco l’ironia ma non ci vuole fretta, queste sono cose importanti, e comunque in Liguria siamo già un po’ più avanti. Per ora siamo dentro al Pd e vogliamo rimanerci pur facendo un altro percorso alle regionali. Poi decidano loro». E altrove? Qual è l’approdo nazionale della rottura? «Il punto naturale sarebbe un partito nuovo, non una confederazione, una cosa di sinistra, chiara» dice sempre Pastorino che è il più scissionista dei civatiani. Il modello evocato anche da Civati è però Tsipras, come noto: «L’esperienza greca di Syriza va tenuta in considerazione».

Espulsi o accompagnati alla porta, dunque, ci si potrà concentrare sulla ricerca di una casa nuova e di un leader. «Se Tsipras vincerà in Grecia» aggiunge Cofferati, dalle poltroncine di Coffebreak, su La7, «può darsi si creino processi imitativi in altri paesi, in Spagna, in Italia». Il segretario della Fiom Maurizio Landini, opportunatamente stimolato, con il paragone suggerito dall’intervistatore, sul Corriere della Sera, condivide il sogno. Tsipras, Syriza, Grecia: «Lei continua a chiedermi se lo strappo di Cofferati può esser la scintilla per far nascere un nuovo partito a sinistra: ma io non penso a un nuovo partito, io penso a nuove forme di aggregazione, penso a tante persone che possono finalmente tornare a partecipare».
Fonte: L’Espresso, 19.01.2015

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