sabato 20 dicembre 2014

La mafia e il silenzio della Chiesa. Quelli che non tacquero



Monsignor Cataldo Naro
di ANTONIO LA SPINA
In alcuni suoi scritti lo storico Cataldo Naro, preside della Facoltà teologica di Palermo e poi arcivescovo di Monreale, ha distinto tre periodi nell’atteggiamento della Chiesa verso la mafia: il silenzio, la parola, il grido. Nella prima fase la Chiesa (qui intesa come istituzione) non dedicò la sua attenzione al fenomeno.
Nella seconda ne riconobbe ufficialmente l’esistenza e cominciò a condannarla con sempre maggiore vigore. La terza fase “inizia con il grido di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi, ad Agrigento, nel 1993”, che ribadì l’incompatibilità tra cristianesimo e mafia usando “per la prima volta … parole e categorie cristiane: pentimento, conversione, giudizio di Dio, martirio. Quest’ultima parola confermata in modo impressionante dalla successiva morte violenta di don Pino Puglisi a Brancaccio.

Organizzazioni come Cosa Nostra o la Camorra ebbero origine ben prima dell’Unità d’Italia. Come spiegava sempre Cataldo Naro (sottolineando che una spiegazione non è una giustificazione), i mafiosi, aspirando al consenso della comunità in cui vivevano, avevano evidentemente interesse a nutrire e ostentare buoni rapporti con esponenti della Chiesa cattolica. Anzitutto con il parroco, talvolta anche con religiosi gerarchicamente superiori. In secondo luogo, il Risorgimento e l’unificazione vennero vissuti in modo traumatico della Chiesa.
Ciò portò sia il clero sia molti fedeli a vedere lo Stato unitario come un corpo estraneo (e ancor più quando si ebbe l’espropriazione delle terre e la pubblicizzazione delle Opere pie) e talora a solidarizzare con moti e bande di briganti intenzionati a restaurare il dominio borbonico. In occasione delle reazioni di rigetto contro l’unificazione verificatesi in Sicilia le autorità dello Stato italiano accomunarono taluni gruppi cattolici ai facinorosi che poi sarebbero stati individuati come esponenti della mafia, anche se resta dubbio se e quanto tale partecipazione effettivamente vi fu.
In genere, quelle liberale, mazziniana, garibaldina, massonica, poi socialista e comunista erano tutte tendenze politiche e culturali anticlericali che sfidavano la Chiesa nel suo radicamento territoriale, mentre la mafia le si presentava con un volto non minaccioso e anzi amico. Infine, i sacerdoti erano nati in genere negli stessi luoghi sui quali sarebbero poi andati a esercitare il proprio ministero. Se in tali comunità la presenza mafiosa e i connessi rapporti di potere erano vissuti dai più come normali, esponenti del clero socializzati in quella subcultura li avrebbero spesso considerati normali a propria volta, specie se sussistevano anche legami di parentela e comunque di conoscenza diretta e familiarità con gli esponenti dei clan (il che in certe realtà è scontato).
È bene anche porre mente alla situazione sociale del tempo. Per la gran parte della popolazione, nonché per le istituzioni, i mafiosi erano dei notabili ben inseriti nel tessuto sociale e la mafia non era definita come un grave problema di ordine pubblico. Raffaele Palizzolo, imputato quale mandante dell’omicidio Notarbartolo, venne difeso da un intellettuale come Giuseppe Pitrè e da Ignazio Florio, notoriamente uno degli imprenditori più importanti dell’Italia del tempo. Quest’ultimo testimoniò a suo favore e in quella occasione negò l’esistenza della mafia, ritenendola una parola di cui si faceva uso per denigrare la Sicilia. Anche per Gaetano Mosca, uno degli scienziati sociali che più acutamente si era dedicato a osservare il fenomeno (tant’è che il suo scritto del 1900 Che cosa è la mafia, recentemente ripubblicato, viene considerato un classico sull’argomento), Palizzolo era essenzialmente un politico clientelare, di quelli che stringevano la mano a tutti.
In definitiva, la mafia in certi territori esisteva e chi vi risiedeva poteva e talora doveva accorgersene, nella sua vita quotidiana. Tuttavia per paura, o per abitudine, o per convenienza, o per connivenza, il più delle volte il più delle persone preferivano tacerne. Il silenzio sulla mafia era quindi generalizzato, salve poche eccezioni, a un’intera società. La mafia non era ufficialmente – come si direbbe oggi – sull’agenda della politica e degli organi della pubblica opinione. Soltanto in rari casi, come appunto l’omicidio Notarbartolo o quello di Joe Petrosino, se ne dovette giocoforza discutere. Alle gerarchie ecclesiastiche romane il problema non perveniva. Ai vescovi delle diocesi meridionali formalmente neppure. Ma ciò valeva tanto per l’istituzione Chiesa quanto per le istituzioni dello Stato italiano (peraltro allora in contrapposizione tra loro).
Ho detto il più delle persone. Non tutte. Vi fu chi non tacque e anzi scrisse, da Turrisi Colonna a Franchetti e Sonnino, a Colajanni, Sangiorgi, Lestingi, Colacino, al già citato Mosca. Anche esponenti del mondo cattolico si scontrarono personalmente con la mafia e scrissero di essa. Tra questi, come ho già accennato, Luigi Sturzo, che lo faceva sul finire dell’Ottocento e ai primi del Novecento (dedicandovi anche un’opera drammaturgica). Ma adesso parliamo di singoli individui (rari e talora contestati come anti-siciliani), non di istituzioni.
Ancora Cataldo Naro annotava:Pino Puglisi non è il primo prete ucciso dalla mafia. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi ne sono stati uccisi altri, circa dieci, nelle diocesi di Palermo, Monreale e Caltanissetta. Tuttavia nelle precedenti uccisioni non era mai apparso evidente il motivo dell’esercizio del ministero pastorale in quanto tale. Erano uccisioni che apparivano consumate per questioni ‘private’, familiari o personali, non per vendetta di fronte ad una pubblica presa di posizione contro l’organizzazione e il costume mafioso in nome del Vangelo e dell’insegnamento morale della Chiesa. Anche in questi due o tre casi che fanno pensare fondatamente a motivi legati alle funzioni pastorali degli uccisi, furono fatte circolare ad arte voci che indirizzavano le indagini della polizia verso motivi ‘personali’, più o meno onorevoli. Il motivo pastorale, se ci fu, risultò così oscurato. Senza dire, ovviamente, di quei casi in cui, invece, ci sono elementi per pensare ad una forte forma di collusione mafiosa degli uccisi”. In Calabria, a Ortì, Don Antonio Polimeni e don Giorgio Fallara vennero soppressi nel 1862 per aver denunciato la Picciotteria (il nome che allora si dava a quella che oggi viene chiamata ‘Ndrangheta).
Anche alcuni amministratori locali esponenti della Dc – Pasquale Almerico, Vincenzo Lo Guzzo, Vito Montaperto, Vincenzo Campo – durante l’immediato secondo dopoguerra, quando era ancora in corso la fase del “silenzio”, si opposero alla mafia a tal punto da finire assassinati. Alcuni vescovi furono minacciati (anche di morte) sia da parte di mafiosi sia anche da parte di sacerdoti a essi vicini, affinché affidassero parrocchie o altri incarichi a certi soggetti e non ad altri. Il che significa che, anche in un periodo in cui le prese di posizione ufficiali mancavano, nel clero vi erano sì alcune personalità gradite alla mafia, ma anche altre a essa sgradite, che quindi andavano infastidite, intimidite, fatte sloggiare (senza che ciò dovesse necessariamente condurre alla loro eliminazione fisica). Così come anche tra i cattolici laici operanti nella società civile, nella politica e nell’amministrazione vi erano soggetti che la mafia considerava vicini e affidabili e altri che – interpretando spontaneamente il verbo cristiano – con essa non volevano avere a che fare. Altri ancora, pur sentendosi personalmente ben distanti dalla mafia, giustificavano il coinvolgimento nel campo cattolico di persone ad essa riferibili in nome della necessità di far fronte comune contro l’incombente pericolo comunista.
Siciliainformazioni.com

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