giovedì 9 ottobre 2014

La radio pubblica compie 90 anni, le radio libere 40

Novanta anni fa, in ottobre, nasceva la radio pubblica; quaranta anni fa, a cavallo fra il 1974 ed il 1975, nasceva la radio privata. La Rai ha ricordato l’anniversario con programmi che ne hanno rievocato gli episodi, le stagioni, le performances più importanti. Un omaggio doveroso, la radio è il gioiello della Rai, il prodotto più amato e più prezioso. Ha fatto la storia del Paese, l’ha aiutato a crescere e vivere meglio, a costruirsi una identità, a non sentirsi mai solo. La radio privata meriterebbe, tuttavia, qualche riconoscimento. Nacque grazie ai “pirati” dell’etere, si conquistò il diritto di esserci dopo essere passata per tribunali e il banco degli imputati. Trascorse un’infanzia inquieta ed incerta: pionierismo, volontariato puri. Né stipendi, né affari. Solo lavoro, creatività, spericolate invenzioni. Tanti giovani si cimentarono in un mestiere che non conoscevano: divennero dj, tecnici, fonici, giornalisti.Qualcuno è finito in galera, qualche altro in Sicilia ci ha lasciato la pelle. Un’epopea misconosciuta, dimenticata, ingiustamente rimossa.

Quando nacquero, le “private” furono battezzate radio libere. Non solo perché abbattevano il monopolio della radio pubblica e conquistavano il diritto di abitare l’etere, ma perché aprivano i microfoni alla gente comune. Le radio libere diedero voce a quelli che non l’avevano. Cadde un tabù, fu smantellato l’ordine del discorso, la consuetudine all’emarginazione di coloro che non contano niente: solo chi ha un ruolo ed un luogo “deputato” ha diritto a parlare, spiegò Foucault, a ragione.
Con le radio libere fu permesso alle casalinghe di lamentarsi dei netturbini che non pulivano le strade, a professori di lamentare della scuola malmessa, alle giovani donne di protestare contro il maschilismo imperante, agli operai di denunciare l’insicurezza nel posto di lavoro e ai ragazzi di fare ascoltare la musica che prediligevano. In ogni comunità – piccola, grande, media – dirigenti politici e sindacalisti, uomini e donne ebbero l’opportunità di confrontarsi e dire la loro su tutto: l’arte, la politica, la musica, lo sport.
Fu un’autentica rivoluzione, un’esplosione di democrazia che cambiò le abitudini degli italiani e costrinse la radio pubblica ad aprire anch’essa i suoi microfoni a coloro che non avevano voce. Se la radio Rai conserva ancora oggi l’affetto e l’interesse degli italiani, lo deve anche alle radio libere, che fecero da battistrada nel mondo nuovo.
La Sicilia e la Liguria furono le regioni più prolifiche di radio libere. Ne sorsero come funghi nell’Isola: a Gela, Ragusa, Palermo, Catania. La Polizia postale denunciava, perché era suo dovere farlo, ed ai magistrati toccò di giudicare. Alcuni non lo fecero e mandarono le carte alla Corte costituzionale, aprendo la strada alla fine del monopolio.
Le radio libere furono, in definitiva, il prologo della rete. Il primo “social”, un passo decisivo verso la fruizione di massa degli strumenti di comunicazione. Se la Rai è la radio mamma, come dice Rosario Fiorello, le radio libere sono i suoi figlioli più intraprendenti.
Salvatore Parlagreco
Siciliainformazioni.com

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