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lunedì 15 settembre 2014

Corleone, sabato prossimo sarà presentato il volume "L'immagine artistica della medicina in Sicilia"


ROBERTO LAGALLA* 
Il dolore, la sofferenza e la morte attraversano tutte le culture. Ogni cultura li vive e li interpreta secondo i parametri che le sono propri e i tempi della storia ne registrano le diversità e gli sviluppi. La consapevolezza di un tempo per vivere e un tempo per morire ha fatto sì che gli atteggiamenti dell’uomo di fronte alle malattie e alla morte si siano plasmati di volta in volta a seconda degli orientamenti delle diverse sensibilità. Se è vero che il destino ultimo da sempre l’uomo lo ha subìto, è pur vero che l’ineluttabile da sempre l’uomo lo ha ostacolato, combattuto ed esorcizzato. La malattia, segno dell’umana fragilità, diventa il nemico da sconfiggere con i rimedi della “mente” prima (credenze magiche) e i rimedi della “razionalità” poi (lo sviluppo di una scienza medica). La storia della medicina è la storia di un libro che sembra non esaurirsi mai, tante sono state le intuizioni, le cure, i tentativi, gli esiti e le delusioni che ne hanno segnato il suo divenire da empiria a scienza nel ciclico riproporsi delle vicende umane.
* Rettore dell'Università di Palermo

Se ad Empedocle si deve il primo tentativo di studiare la medicina come scienza naturale, a un gruppo di medici, affini ai sofisti, riuniti nella figura di Ippocrate, con medici filosofi quali Alcmeone e Filolao, si deve la capacità di gettare le basi dell’odierna disciplina scientifica, nel senso che compresero che, insieme alle generali teorie filosofiche, l’arte medica dovesse fondarsi sulla anatomia e fisiologia umana.
Al tema dell’arte lunga Antonino Giuseppe Marchese dedica il suo ultimo lavoro L’immagine artistica della medicina in Sicilia dalla preistoria al XX secolo, ultimo di una serie di pubblicazioni che consente alle carte d’archivio di continuare a raccontare storie lontane. L’autore, però, non si limita a guardare indietro nella storia: accanto a un excursus dettagliato e preciso dei luoghi demandati a nosocomi in Sicilia, dei momenti che hanno fatto progredire la scienza medica e degli uomini che ne hanno consentito gli sviluppi, si sofferma a scandagliare il mondo delle rappresentazioni e delle raffigurazioni sul tema preso in esame. Ne nasce una vera e propria disamina che si presta a essere letta come proiezione delle mentalità che nel corso del tempo hanno ostacolato e talvolta negato lo sviluppo della scienza medica e il sapere scientifico. Mentalità che hanno pesato non poco nell’impedire che si squarciasse il velo della conoscenza e dell’applicazione scientifica.
I nosocomi, luoghi dove convogliare i malati, legano la loro costituzione e diventano istituzioni sociali e religiose solo con lo sviluppo degli ordini religiosi, che vengono a costituirsi dopo la fuga di monaci dall’Africa invasa dai Vandali. Nei nosocomi del tempo vengono accolti i malati ma anche i pellegrini. La malattia in questo periodo della storia è intesa piuttosto come giusta punizione al comportamento umano e alle sue trasgressioni verso il divino.
Nel XII secolo il diffondersi di un certo benessere e l’affermarsi di valori nuovi determinano il mutare dell’atteggiamento dell’uomo di fronte alla malattia e alla morte: l’uomo avverte la bellezza del mondo, riscopre le gioie della vita e si avvia a un progressivo allontanamento dai beni del cielo, cosa che spinge, come spiega Jacques Le Goff, a utilizzare la paura della dannazione, più della morte stessa. Da qui la presenza in nosocomi, lazzaretti e chiese di gigantografie pittoriche inneggianti alla caducità della vita quali, ad esempio, Il trionfo della morte, note anche come Danze macabre perché il corpo è destinato a morire, le cure allontanano di poco l’inevitabile che in ogni caso è presenza che incombe. È memento mori. Le raffigurazioni che fanno propria questa tesi esprimono in tutta la loro drammaticità le conseguenze di una morte serena o di una morte in peccato.
Certamente, preoccuparsi di dare una buona morte sembrava essere l’unico valido rimedio in un tempo in cui le conoscenze e i medicamenta, che costituivano la “profilassi” (se così vogliamo definirla) del sistema concettuale sanitario del tempo, poggiavano le basi sulla ignoranza pressoché totale del contagio della morbosità. Si pensi al fatto che non c’era una separazione dei malati per tipologia di afflizione e che prima di ogni cosa si pensava a confessare e comunicare il “degente”, così come recitano le carte dell’Ospedale Maggiore di Palermo, oggi Caserma “Rosolino Pilo”.
L’alchimia predomina su quanto non può essere spiegato razionalmente, tanto è vero che, sosteneva Tommaso Campanella, quando l’uomo comprende i meccanismi del fenomeno che ha di fronte, eccoli diventare scienza, anzi volgar scienza. Quando si visita il Museo della Scienza di Parigi, dove Umberto Eco ha ambientato il suo Pendolo di Foucault, si rimane stupiti dalla coincidenza tra lo spazio degli strumenti scientifici della chimica e i tavoli alchemici provenienti dalle xilografie e manoscritti tramandatici, si rimane stupiti dallo spreco di intelligenza per un fine prettamente magico.
Alla scienza medica Antonino Giuseppe Marchese ricorda essersi ispirati artisti e grandi maestri dell’arte che si sono cimentati nella pittura, nella scultura e nelle raffigurazioni incisorie. Ma non solo. A questi, infatti, vanno aggiunti taluni “artigiani” che con la ceroplastica, ritenuta per troppo tempo un’arte minore che fa uso di un materiale umile, hanno saputo riprodurre organi del corpo umano – note, in tutti gli ambienti scientifici, le realizzazioni di Zumbo – dove questo si disvela nella sua ordinata complessità per lasciar comprendere i meccanismi che “animano” la vita. Perfetti nella resa visiva e nel colorito tali da consegnare una vividità realistica senza pari.
L’autore, nell’affiancare anche la lettura della produzione artistica della scienza medica, originale ed esaustiva nella disamina, va a costituire un vero e proprio palinsesto su cui leggere quanta strada l’arte medica abbia percorso, bruciando le tappe soltanto in tempi a noi relativamente vicini.
Il volume di Antonino Giuseppe Marchese, dunque, si pone come impegno meritorio e meritevole, perché si fa rapporto dialogico tra conoscenza storica e conoscenza artistica su di un tema tanto vasto quanto complesso, che regala di poter passeggiare tra le pieghe del tempo accompagnati da maestri e artisti che hanno contribuito a rendere grande la lezione dell’arte italiana anche in uno specifico ambito che non si perimetra soltanto nella pertinenza sanitaria.


Roberto Lagalla
Rettore dell’Università
degli Studi di Palermo

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