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lunedì 11 agosto 2014

Un viaggio tra cronaca e storia, per onorare la memoria di Filippo Intili ed Andrea Raia

Al cimitero di Caccamo sulla tomba di Intili
di DINO PATERNOSTRO
A Caccamo non c’era nessun familiare di Filippo Intili alle iniziative dello scorso 7 agosto per ricordare il sindacalista e dirigente comunista, che la feroce mafia di don Peppino Panzeca assassinò proprio 70 anni fa in contrada Piani Margi. Non c’era nessuno perché in questi lunghi settant’anni la compagna di Intili, Giuseppa Campisi, e i loro tre figli Benedetto, Antonina e Giovanni sono tutti morti. Ma c’era l’amministrazione comunale, col sindaco Andrea Galbo, diversi consiglieri, l’associazione “Caccamo domani”, i giovani del circolo Pd, che hanno suggerito l’iniziativa. E poi c’era lei, l’ospite d’onore, Vera Pegna, arrivata appositamente a Caccamo, dove negli anni ’60 era stata la prima consigliera comunista donna. E in quegli anni difficili, lei “straniera”, era riuscita a contrastare la mafia, fino al punto di far togliere dalla sala consiliare la poltrona riservata al boss Panzeca. C’ero anch’io, invitato dal sindaco, da Vera e dai giovani del circolo Pd, perché ho ritenuto doveroso (e gratificante) essere presente all’iniziativa per ridare memoria e dignità ad una vittima dimenticata della mafia come Filippo Intili.L'ALBUM DEL VIAGGIO A CACCAMO / L'ALBUM DEL VIAGGIO A CASTELDACCIA

In contrada Piani Margi, davanti alla targa dedicata a Intili
La mattina presto eravamo al cimitero, dove il sindaco ha fatto collocare sulla nuda terra, accanto alla targhetta con la croce e il n. 50, una piccola lapide con la scritta “Qui giace Filippo Intili (1901-1952) “Ucciso da mano mafiosa si battè per la legalità e la giustizia. La sua memoria spezzi ogni pavido silenzio”. E proprio accanto a questa lapide l’associazione “Caccamo domani” ha deposto una corona di alloro, mentre la tromba suonava il silenzio. Poi la benedizione di padre Giorgio Scimeca, secondo cui Intili fu assassinato da “mano cruenta” (ma perché, 70 anni dopo, non dire “da mano mafiosa”?). Per fortuna a contrada “Piani Margi”, a quasi mille metri d’altezza, dove siamo saliti con i fuoristrada, il frate domenicano Giovanni Calcara è stato molto più “sciolto” e coraggioso: “siamo qui riuniti – ha esordito, davanti alla targa collocata sul luogo del delitto -   per riflettere e pregare. Per ricordare un uomo, il nostro fratello Filippo Intili, trucidato per mano della mafia di Caccamo…”. Un ottimo intervento, chepubblichiamo integralmente, nel corso del quale ha definito Intili “un crocifisso della storia”. Poi l’intervento dell’assessore regionale Giuseppe Bruno, che ha rappresentato il governo siciliano, la testimonianza di Vera Pegna e l’accorato appello del sindaco Galbo a “voltare pagina”, a segnare una necessaria discontinuità per costruire la Caccamo della legalità e della giustizia. Per 70 anni a Caccamo nessuno aveva più avuto il coraggio di parlare/ricordare Intili. E ancora oggi la città ha il liceo intitolato a don Teotista Panzeca, fratello del boss mafioso don Peppino ed lui stesso “schedato” mafioso dalla prima commissione antimafia. Da ieri qualcosa è cominciato a cambiare. Caccamo sta recuperando la memoria e con la memoria sarà più facile costruire il futuro.
Il mio intervento a Casteldaccia per ricordare Raia
Contemporaneamente, nella vicina Casteldaccia, un comitato cittadino ha voluto ricordare Andrea Raia, assassinato la sera del 5 agosto 1944 da quella stessa mafia della zona di Caccamo, capeggiata da Peppino Panzeca. Una tre-giorni (5-6-7 agosto), animata dalla presenza dell’anziana figlia di Andrea, Santa Raia, 87 anni, che è intervenuta ed ha presenziato a tutti i momenti. Di ritorno da Caccamo, mi sono voluto fermare a Casteldaccia per partecipare a questo significativo momento. Raia è stata la prima vittima della violenza mafiosa e padronale nel secondo dopoguerra. Ma non è mai stato adeguatamente ricordato. Solo nel 2000 gli è stata dedicata una via ed una targa. Niente nei 56 anni precedenti, niente nei 14 anni successivi. Quest’anno si è voluto ricominciare, grazie anche ai nipoti di Andrea Raia, che hanno animato l’iniziativa, chiamando testimoni d’eccezione: Vito Lo Monaco, attuale presidente del centro Pio La Torre, casteldaccese e primo segretario della sezione Pci; Adriano Sgrò, dirigente nazionale della Fp-Cgil, Pippo Oddo, storico del territorio, ex segretario della Federbraccianti Cgil; Nicola Cipolla, presidente del Cepes, più volte parlamentare regionale, nazionale ed europeo, che nel ’44 era segretario della Camera del lavoro di Palermo. E Nicola, 92 anni ben portati, ha avuto anche il coraggio dell’autocritica: “Forse Raia è stato dimenticato anche per lo scontro all’interno della Cgil tra comunisti e socialisti e tra comunisti dell’area bordighiana e dell’area togliattiana”. Raia era comunista bordighiano. Ma oggi, 70 anni dopo, anche Andrea Raia deve trovare il suo posto stabile nel ricordo e nell’impegno di coloro che si battono contro la mafia e per la democrazia. L’ho detto nel mio intervento: proporrò alla Camera del lavoro di Palermo di trovare il modo per ricordare “tutte” le vittime della lotta contro la mafia, in ogni paese, in ogni borgata. Perché solo così potremo costruire un futuro vero, senza silenzi complici”.
Con Santa Raia, i suoi figli e i suoi nipoti
Indimenticabile e, per me, commovente l’incontro e l’abbraccio con Santa Raia. Una donna ancora energica, forte, con tanta voglia di raccontare e denunciare. Mi ha voluto portare sulla strada, davanti la porta dove il padre era stato assassinato il 5 agosto 1944, in via Butera n. 5. Con Santa al braccio, siamo andati in via Butera. “Vedi, mio padre era seduto davanti questa porta, al n. 5, per prendere un po’ di fresco; verso le 23,30 si è alzato, ha preso la sedia per entrare a casa e andare a letto; appena ha girato le spalle, gli assassini gli hanno sparato alle spalle”. Conoscevo questa storia, avevo letto i verbali dei carabinieri, ma sentirla raccontare dalla figlia di Andrea Raia è stata un’altra cosa. “Pochi minuti dopo – ha continuato Santa – sono arrivati i due assassini di mio padre (i fratelli Francesco ed Onofrio Tomasello, mafiosi e separatisi - nda), per sincerarsi che fosse morto davvero. Mia madre li ha aggrediti, urlando loro in faccia: “Assassini! Assassini!”. Ma non vi fu un processo, nessuno fu condannato”. 
Santa Raia ci indica il luogo
dove fu ucciso suo padre
Era questa, allora, la fine che facevano i sindacalisti coraggiosi. Nonostante le coraggiose testimonianze dei familiari, che denunciavano gli assassini, sfatando il luogo comune di una Sicilia omertosa e succube della mafia. Basta ricordare Francesca Serio, la mamma di Salvatore Carnevale, Felicia Bartolotta, la mamma di Peppino Impastato, ma anche Rosa Mannino, la mamma di Placido Rizzotto, e adesso anche Rosalia Tomasello e Assunta Canale, rispettivamente madre e moglie di Andrea Raia. Una strana terra la Sicilia, dove spesso gli eroi vengono dimenticati e gli assassini onorati. Da qualche decennio pare che si stia invertendo la rotta, ma senza la rinnovata volontà di ciascuno di noi le inversioni di rotta non durano per sempre. Noi abbiamo il dovere di continuarla! (d.p.)

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