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mercoledì 2 luglio 2014

A Pisa una scuola di antimafia

di ILARIA LONIGRO

A Pisa un Master prepara i ragazzi a combattere la criminalità organizzata. E c'è una docente speciale: Enza Rando, l'avvocato dei testimoni di giustizia
Nuovi paladini dell'anticorruzione e dell'antimafia crescono all'ombra della torre di Pisa. Da 4 anni un Master unico in Italia, voluto da Libera in collaborazione con Avviso Pubblico e con la facoltà di Scienze Politiche, prepara i ragazzi a combattere malavita e corruzione. È il Master in "Analisi, Prevenzione e Contrasto della Criminalità Organizzata e della Corruzione" (Apc). Alla cattedra 60 tra i migliori esperti, a partire da Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, nel 1982 trucidato con la moglie Emanuela Setti, 31 anni, dalle scariche di kalashnikov inviate dai boss. Con lui anche il pm di manipulite Piercamillo Davigo, il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo ed Enzo Ciconte, esperto di penetrazioni malavitose al Nord.
PARLANO STUDENTESSE ED EX STUDENTESSE
Finora il Master ha formato oltre 60 allievi, non solo italiani, ma provenienti anche da Argentina, Cile, Perù, Svizzera, come racconta a D.it Emilia Lacroce, 26 anni, calabrese, project manager ed ex allieva del Master. "In Italia si è reso necessario un corso di studi specifico contro la corruzione perché il contrasto al crimine organizzato e alla corruzione deve diventare l'obiettivo primario del nostro Paese e per farlo servono tanta professionalità e competenza. Il Master si rivolge a (futuri) giornalisti, operatori dell'associazionismo, della pubblica amministrazione" dice.

Il 50% degli studenti sono ragazze. Come Adriana, 22 anni, milanese, laureata in Comunicazione e Società. "Mia madre è siciliana, mio padre campano. Faccio parte della redazione di Stampoantimafioso.it. Qui si respira impegno e forza di volontà" dice. Con lei Veronica, 26 anni, fiorentina, una laurea in Scienze per l'investigazione e la sicurezza. "Le lezioni di Nando Dalla Chiesa e di Don Luigi Ciotti sono quelle che mi hanno colpito di più. Lezioni molto forti, ma di speranza".

ENZA RANDO, L'ANGELO DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA

Tra i docenti del Master Apc diverse donne, tra cui Enza Rando, l'avvocato che per conto di Libera difende i testimoni di giustizia e lavora alla costituzione delle parti civili nei più importanti maxiprocessi di mafia, da quello di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia al processo Minotauro di Torino. È considerata una star nel suo campo ma non se ne cura: si sposta col treno regionale e porta la toga arrotolata in una sportina della spesa. D.it l'ha incontrata. È piccola e muove energicamente le mani mentre parla a un gruppetto di studenti del Master, al secondo piano di un palazzo che si affaccia sull'Arno, vicino a un'edicola che pochi giorni prima Libera ha restituito alla città. Un anno fa il Tribunale di Reggio Calabria l'aveva sequestrata: in pieno centro a Pisa, la mafia ci riciclava i soldi.

"In questo momento sono un'ottantina i testimoni di giustizia in Italia, noi di Libera ne seguiamo quasi il 50 per cento, sotto l'aspetto umano oltre che giuridico. Penso alla donna che mi chiama di notte e dice: «C'è un uomo che mi piace, che devo fare?»" racconta Enza, che, tra i testimoni, segue sempre più donne. Tra queste Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia di 35 anni che nel 2009 a Milano fu torturata, uccisa e bruciata da Carlo Cosco, padre di Denise, e suo fratello Vito, e, tra gli altri, dall'ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino. "Lea voleva fare l'avvocato o il magistrato, non sembrava cresciuta in una famiglia di stampo mafioso. Ma la mamma non volle farla studiare perché sarebbe stata una scelta di rottura. Ci sono tante Lea in giro adesso in Calabria. Le donne stanno facendo la rivoluzione. Una, ad esempio, dopo il funerale di Lea, avendo sentito la sua storia, è andata dal magistrato dicendo che voleva collaborare, che aveva delle cose da dire".

Enza Rando vuole una svolta copernicana nell'antimafia: smettere di nascondere i testimoni di giustizia ma tenerli nel loro luogo, scortati; e togliere i figli ai mafiosi. "Un testimone di una città, che ha fatto una cosa importante, ha fatto arrestare delle persone, se lo sradichi dal suo territorio lo rimuovi, lo dimentichi. Noi siamo un popolo con poca memoria, gli unici che ce l'hanno buona sono i mafiosi, che ti ammazzano anche dopo vent'anni. Lo dico anche in Commissione Antimafia: ho conosciuto tanti testimoni e in un posto nuovo non stanno meglio, sono sempre molto accorti, non sono sereni. Se resti al tuo posto, protetto, fai anche un'azione di testimonianza civile. Educhi una comunità. Forse non siamo pronti per questo ragionamento. Il testimone ci consegna la sua vita. Dobbiamo tutti farcene carico, ci riguarda. Dovremmo diventare tutti testimoni con lui, accompagnandolo al processo, camminando con lui in piazza. Quando ho testimoniato per Denise non ero sola. C'era un pullman di 30 donne con me" racconta l'avvocato.

Quanto al secondo punto, il più duro, dice: "Lo so che quello che sto per dire farà arrabbiare molti ma bisogna togliere i figli ai mafiosi. In un Paese in cui si tolgono i figli a chi economicamente ha dei problemi, non esiste che lo Stato non tolga i figli ai mafiosi. Naturalmente è dura, li togli come estrema ratio, prima gli offri tutte le possibilità, ma non puoi pensare che a 5 anni gli diano in mano una pistola per provarla perché da grandi ammazzino una persona. Lo Stato ha una responsabilità. Questo può servire anche alle mamme, che possono rinunciare all'appartenenza mafiosa. Dobbiamo togliere elementi per farli crollare. I mafiosi fanno figli maggiormente per diventare più forti, anche economicamente: il figlio si sposa e si uniscono le famiglie, il figlio tradisce meno. Noi abbiamo dei ragazzi che sono stati tolti alle famiglie e dati in affidamento e oggi dicono: «Meno male che è stato fatto»".
Una studentessa la interrompe. "Si è suicidato Giuseppe Venturino" annuncia leggendo un lancio Ansa dallo smartphone, lo sguardo sconvolto. Giuseppe è il papà di Carmine, l'ex fidanzato di Denise in carcere per aver ucciso Lea. Il padre non ce l'ha fatta a sopportare e si è tolto la vita. Il primo pensiero di Enza, l'avvocato - angelo dei testimoni di giustizia, corre alla sua Denise. "Non deve saperlo dall'Ansa. Dobbiamo essere noi a dirglielo, ma di persona. Sarà un colpo durissimo". L'intervista si conclude, Enza si attacca al telefono, pronta per partire per una località sconosciuta, dove Denise vive protetta, ma mai abbastanza, da un mondo che vorrebbe migliore.

PREFETTE E MAGISTRATE: LE CIFRE
La lotta alla corruzione e alla mafia è sempre più un affare anche femminile: nel 2012 su 8678 magistrati, 4006 erano donne, mentre le donne dirigenti di uffici giudicanti erano il 18%, quasi il doppio rispetto al 2010, e nelle Procure erano l'11% ("La giudice. Una donna in magistratura" di Paola Di Nicola, Ghena, 2012 ). Su 105 prefetti, 24 sono le donne (Luigi Ricci, Centro Studi Barometro, gennaio 2013), mentre nel consiglio direttivo della Corte suprema di Cassazione ci sono 4 donne su 14 membri, secondo i dati aggiornati al dicembre 2013. 
Da: La Repubblica.it

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