martedì 3 giugno 2014

Ecco come si muove la criminalità organizzata al Nord

A svelarlo “Mafie del Nord” un volume della Fondazione RES a cura di Rocco Sciarrone

PALERMO – L’espansione delle mafie in aree diverse da quelle di genesi storica è ormai di lunga data. Il fenomeno è stato spesso spiegato equiparando la diffusione mafiosa a una patologia contagiosa che aggredisce un corpo sano, oppure rappresentando i gruppi mafiosi alla stregua di eserciti in armi che invadono e conquistano nuovi territori. Un’analisi approfondita mostra una situazione alquanto diversa, assegnando un ruolo cruciale alle condizioni economiche e politiche delle società locali.

Il libro della Fondazione RES “Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti sociali”, a cura di Rocco Sciarrone (Donzelli editore), si colloca in questa prospettiva, presentando un’ampia indagine empirica, condotta in aree specifiche di alcune regioni del Centro-nord (Lazio, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana e Veneto). Emergono modelli differenziati di insediamento, in cui prevalgono organizzazioni riconducibili alla ’ndrangheta e alla camorra, che riescono ad affermarsi utilizzando non solo competenze di illegalità ma anche risorse di capitale sociale. In alcuni contesti si osservano infiltrazioni nel tessuto economico, in altri risultano in crescita situazioni di vero e proprio radicamento territoriale. In tutti i casi sembra essere decisiva la presenza di soggetti «esterni» – imprenditori, politici, professionisti – disponibili a intrecciare rapporti di scambio con i mafiosi.

È questa la vera novità delle mafie in aree «non tradizionali»: la presenza di un’area grigia in cui pratiche di illegalità, spesso preesistenti, favoriscono relazioni di complicità e collusione nella sfera legale dell’economia, della politica e delle istituzioni. Un fenomeno autonomo che chiama in causa tratti peculiari delle società del Nord. In questa chiave, la ricerca consente anche di valutare criticamente gli interventi antimafia sul piano politico, giudiziario e sociale, mettendo in luce la necessità di un salto di qualità non più rinviabile.
«L’obiettivo principale – spiega Sciarrone – dovrebbe essere quello di mettere a sistema le conoscenze sul fenomeno mafioso, in modo da predisporre interventi più efficaci su diversi piani, compreso quello della cosiddetta antimafia sociale. Occorre razionalizzare e coordinare le azioni delle forze dell'ordine e della magistratura, anche con un miglioramento qualitativo delle competenze (ad esempio a livello di intelligence). Infine, - conclude lo studioso – è necessario intervenire sul piano legislativo incidendo sul rapporto mafia e imprese, e più in generale colpendo i rapporti di contiguità e di collusione facendo leva sugli strumenti di confisca e gestione dei beni confiscati».

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