domenica 11 maggio 2014

A proposito della "querelle" del Crocifisso di Giuliana: “Più pericoloso delle azioni degli ingiusti è il silenzio dei giusti”.

Su invito di Dino Paternostro, direttore di questo giornale on line, ho letto (ho cercato di farlo, ma…) l’esorbitante articolo del dott. Giuseppe Marchese e quello della prof. Antonella Campisi.  Dino mi diceva che mai, in anni di esistenza di “Città nuove”, e in anni di notizie e notiziole e articoli e riflessioni e analisi storiche contenuti su Città nuove, MAI si era avuto un numero così alto di cliccaggi (passatemi il neologismo) come per questa appassionante vicenda del crocifisso di Giuliana! Mille e seicento! E sempre in aumento! Incredibile! Mi sono incuriosita di fronte a cotanto fenomeno sociologico.


Non sono affatto insensibile a una dimensione “altra”, “spirituale” a dirla in una parola senza troppi altri giri di parole. E non è quindi perché mi senta priva di queste “tensioni spirituali” che trovo la questione veramente... esagerata (ho scelto, non senza una certa difficoltà, un vocabolo che risuonasse “neutro” per gli animi di quanti sono coinvolti-sconvolti da tale vicenda).
Solo poche note, le mie. Innanzi tutto perché non sono cotanto edotta né su questa né su altre storie. E poi giusto perché anch’io, con tutta la mia buona volontà e curiosità per l’evento, non sono riuscita a leggere i due precedenti articoli con l’attenzione che entrambi avrebbero meritato, proprio per l’estrema lunghezza e la trasbordante (e un po’ esibizionistica?) quantità di citazioni in essi contenute (specie in uno, e dddai!!): a un certo punto ho cominciato a sorvolare le righe, cercando di captarne il succo. Mi scuserete, quindi, se magari mi saranno sfuggiti particolari essenziali. Un’altra volta, per essere meglio letti IN UN ARTICOLO (CHE NON E’ UN SAGGIO) siate più… essenziali pure voi.

A una lettura “planante” come la mia, devo comunque dire che non sono sfuggiti aspetti interessanti in ambedue le tesi, purtroppo considerate (a giudicare anche dalle note più o meno anonime a seguire) come antitetiche l’una all’altra. Uno sguardo mooolto meno coinvolto (e quindi moooolto meno fazioso) come il mio in questo caso, ha riscontrato invece in entrambe le tesi elementi di riflessione condivisibili, che diventano invece invisibili agli occhi di chi “patrocina” le fazioni e anche di chi tifa per l’una o l’altra. Accaniti ciascuno a difesa del proprio pensiero, si diventa incapaci della benché minima attenzione alle ragioni, anche parziali, dell’altro. Non è in sé niente di negativo l’esporre tesi opposte, quanto l’incapacità di ascoltare con più apertura ed elasticità le ragioni dell’altro. E tifare su temi religiosi O PRESUNTI TALI, di per sé spesso ammantati da quest’aura di verità assolute! (Dio, se esiste, ci scampi e liberi dalle verità assolute) mi pare sia veramente quanto di più integralista e pericoloso si possa fare.

Non faccio appelli alla parola dirimente né di preti, né di vescovi, né di papi, né di santi, che reputo, nella migliore delle ipotesi, esseri umani non al di sopra né al di sotto ma al pari di altri,  degni del rispetto che si deve ad ognuno, ma non detentori di una Parola maiuscolata IN VIRTU’ DELLA LORO CARICA (caso mai solo in virtù del loro esempio).
Le manifestazioni religiose in sé possono rappresentare tutto e il contrario di tutto.
A Palermo (non a Giuliana, per carità!), dove abito, la questua per le feste di santi e madonne rionali, attuata da certe confraternite (in competizione fra loro per chi apparecchia la festa più più più) è spesso un modo camuffato di chiedere una sorta di pizzo, in mancanza di una seria e pubblica gestione del denaro raccolto. Denaro che, nella migliore delle ipotesi, viene speso per cantanti napoletani, luminarie, fuochi d’artificio, ricchi premi e cotillons, senza che un solo centesimo venga devoluto per creare qualcosa di meno effimero ed utile in quartieri spesso deprivati di molte cose necessarie.
E non posso non pensare alle letture “religiose” di Provenzano, o alle messe fatte posto-casa al latitante boss Aglieri, e fino ad oggi vedo sul giornale la foto del cardinale Romeo accanto al capo di una confraternita “religiosa”, tale mafioso Comandè. SENZA FARE DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO, non posso non pensare che, a partire dai boss a finire alle mezzetacche dei loro accoliti, sono stati e sono ancora abituali frequentatori di processioni, messe, battesimi e quant’altro.
E non posso non pensare a chi (facendo appello alle imprescindibili radici cristiane dell’Italia!) butterebbe a mare le migliaia di esseri umani che premono alle nostre porte, fuggendo da guerre e povertà spesso causate dallo sfruttamento e dall’arricchimento della nostra civiltà (cristiana?!?!) assorbi-energie, divora-risorse e vendi-armi.
Insomma, far parte di confraternite, andare a processioni, battersi il petto e recitare miserere, non è in sé garanzia proprio di niente.

Nel nome di dio (di un dio che volutamente voglio scrivere con la minuscola), e di un dio “trasversale” e “interreligioso”, si sono fatte crociate, eretti campi di concentramento, fatti genocidi… e fino ad oggi si rapiscono centinaia di ragazze da una scuola per farne non si sa  cosa se non schiave. A certi livelli le tifoserie, da stadio o da chiesa che siano, non portano che distruzione e morte. Certo, a Giuliana nessuno si farà esplodere da kamikaze, nessuno erigerà campi di sterminio o proclamerà guerre “sante”! A Giuliana, semplicemente, ci si appiattirà su questioni come questa, secondo me veramente irrilevanti (non solo per me, che non lo sono, ma anche, suppongo, agli occhi di un vero cristiano) “semplicemente” avvitandosi a un pur giusto concetto di tradizione o al suo opposto. Punto e stop.

Dimenticando che, come disse non so chi (ecco, non so fare le citazioni!) “Più pericoloso delle azioni degli ingiusti è il silenzio dei giusti”. Silenzio sulla miriade di violenze e guerre e fame e schiavitù e povertà che percuotono il nostro comune pianeta, di fronte alle quali magari non levare un dito o una voce, intenti come siamo ad imbullonarci nel nostro microcosmo, fatto di microcosette e microquestioncelle che il resto del mondo lo lasciano brutto e ingiusto, così come troppo spesso è, anche grazie al nostro semplice, buono, quotidiano fottercene.

Maria di Carlo

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