martedì 1 aprile 2014

Pietro Ingrao, il comunista poeta che ha fatto scoprire il dubbio alla sinistra

Pietro Ingrao
di PAOLO FRANCHI
Ieri ha compiuto novantanove anni Pietro Ingrao, uomo del Novecento che il secolo lo ha attraversato e vissuto intensamente tutto ma, per quanto gli hanno consentito e gli consentono le forze, pure sul secolo e sul millennio nuovi ha continuato a interrogarsi. Senza rinserrarsi nel conservatorismo e nella nostalgia, senza alzare bandiera bianca. Ma ostinandosi a cercare risposte alle sconfitte: «Pensammo una torre/scavammo nella polvere». È stato rappresentato in tanti modi, spesso astiosi. Cocciuto, anzi, tetragono, nonostante quel suo permanente arrovellarsi nel dubbio.
Oppure, al contrario, astratto, sognatore, fumoso come se in testa avesse (si è sentita anche questa) i soffioni di Larderello. Ma anche le definizioni giornalistiche («padre nobile della sinistra comunista») non gli rendono giustizia. Forse perché è insensato incasellare un personaggio così. Il giovane poeta che, «con dei brutti versi» (dice lui) sulla bonifica delle paludi pontine arriva terzo ai Littoriali del 1934, dove «incontra l’antifascismo», e continua a scrivere e a pubblicare libri di poesia (Il dubbio dei vincitori , L’alta febbre del fare , Variazioni serali ) fino al 2000. Il giovane appassionato di cinema che si innamora dello Chaplin delle Luci sulla città e di Tempi moderni («Ci ha sconvolto e trascinato l’immagine della macchina, e di come l’operaio sta dentro la macchina»), ma nel 1936, allo scoppiare della guerra di Spagna, scopre che, senza dimenticare le altre, la sua passione più forte è la lotta politica. L’antifascismo. E il comunismo che, ancora nell’89, rivendica (proprio lui, così critico verso l’Urss e il cosiddetto «socialismo reale») come «orizzonte» e, nello stesso tempo, come insopprimibile «grumo di vissuto». Suo, e di una comunità che è stata e continua a pensare sua. Molti di noi, allora ragazzi, ricordano le parole (a quel tempo drammatiche) con cui concluse, nel 1966, il suo intervento all’undicesimo congresso del Pci: «Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto convinto…». E ricordano pure quella grande platea che applaudiva commossa, e quella presidenza immobile, muta, ostentatamente ostile. Probabilmente aveva torto, Ingrao, sul piano politico. Ma da quel giorno la rivendicazione del diritto al dissenso e la pratica del dubbio sono diventate, in una sinistra che non le tollerava, la sua cifra. Auguri, Pietro.

Corriere della sera, 30.3.14

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