martedì 11 marzo 2014

Veltroni e il film su Berlinguer: «Preparatevi a piangere»

Enrico Berlinguer
di PIETRO SPATARO
Ce la ricordiamo ancora quella foto di Berlinguer sorridente dietro la sua scrivania di direttore de l’Unità in via Due Macelli. Era accanto all’immagine di Bob Kennedy ritratto sulla spiaggia con il suo cane. Due simboli, due mondi lontani. Walter Veltroni è «ossessionato» dalla memoria, la coltiva con un pizzico di nostalgia ma cercando di guardare al futuro. E anche l’idea di fare un film su Enrico Berlinguer nasce da questa sua ostinazione. «È un atto d’amore verso un uomo che per me è stato importante», dice. Il film si chiama Quando c’era Berlinguer, arriverà nei cinema il 27 marzo e il 6 giugno passerà sui canali Sky. «Preparatevi a piangere», dice sorridendo, mentre riannoda i fili del suo lungo viaggio.
Veltroni, perché un film su Berlinguer proprio oggi? Secondo un sondaggio per il 38% degli italiani è solo un uomo del passato...
«Le racconto come mi è venuta l’idea. Tempo fa fui invitato a presentare un documentario sul leader socialdemocratico svedese Olof Palme. Pensai che era strano non ci fosse un lavoro così su Berlinguer e sulla nostra storia. E allora ho cercato di puntare non solo sull’elemento biografico ma di ricostruire, attraverso le immagini, una pagina straordinaria dell’Italia in una fase che fu crocevia tra due momenti storici. Non a caso il film si intitola Quando c’era Berlinguer. Quel titolo ha un doppio significato: raccontare di che cosa è stato quel periodo e rivivere la forza di un grande disegno strategico».


Ma com’è il film? Che cosa vedremo di Berlinguer?
«Ci sono tre elementi. C’è un ricco materiale d’archivio, con pezzi inediti su Berlinguer politico. Poi ci sono le interviste ai protagonisti e cito quelle a Napolitano e a Gorbaciov. Infine ho girato una parte del film nei luoghi di Berlinguer, nella Sardegna che lui amava».

Quindi sarà un film che segue tutto il percorso umano del leader del Pci?

«No, ho scelto di concentrarmi sul tempo della sua segreteria, dall’inizio degli anni Settanta fino alla sua morte nell’84. E sono partito da una domanda che per me è essenziale: come riuscì Berlinguer a trasformare un partito sempre fermo attorno al 25% dei consensi e che non aveva prospettive di governo in un partito che fu votato da un italiano su tre e che, pur chiamandosi comunista, arriva a un passo dal governo? Quello era un tempo aspro, più di oggi. C’era la guerra fredda, i blocchi militari contrapposti. E qui da noi c’era il terrorismo. È in quel contesto che Berlinguer cerca, attraverso un’innovazione impressionante, di portare il Pci vicino al governo. Poi c’è il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro che spezza la storia. Il compromesso storico nasce come tentativo di sbloccare la democrazia italiana verso l’alternanza, senza rischiare un esito cileno».

Non pesarono in quegli anni, oltre alla paura cilena, anche i torbidi tentativi di golpe?
«Certo, non dimentichiamo che il tintinnio di sciabole c’era stato nel 1964 e poi nel 1970. Berlinguer capisce quel passaggio delicatissimo. E lo affronta con l’innovazione. Dice con chiarezza che per l’Italia è meglio stare sotto l’ombrello della Nato. Poi rompe il flusso dei finanziamenti sovietici al partito. Insomma, trasforma il Pci in un grande partito nazionale nel quale si riconoscono elettori comunisti e non comunisti. Questo è il miracolo di Berlinguer. 

Nel film cerco di far capire come ciò sia potuto accadere e perché poi quel processo sia stato drammaticamente interrotto».

Ma quale immagine di Berlinguer viene fuori dal film? Fu davvero un innovatore?
«Devo dire la verità, per me questo film è un atto di risarcimento. La scelta politica fondamentale della mia vita è avvenuta perché c’è stato Berlinguer. Nel corso della lavorazione, più entravo nella sua vita e più riuscivo a mettere a fuoco il perché a 15 anni mi iscrissi al Pci. Il mio film vuole esaltare di Berlinguer proprio la sua capacità di innovazione ma anche la sua solitudine. Parlo della solitudine dei grandi, di chi ha in testa un percorso e principi a cui essere fedele».

Non si corre il rischio di fare un santino?
«No, il mio non è un santino. È un film che racconta la grandezza di una leadership ma anche i suoi errori. Viene fuori dal racconto che quel partito, pur con limiti e ombre, era una comunità. Non era un partito monolitico, Ingrao e Amendola se le dicevano. Ma quel mondo, che leggeva l’Unità, ascoltava e ragionava con la propria testa era una vera comunità con valori, regole e un’etica. Una comunità in cui ognuno sentiva di avere un ruolo importante per promuovere il consenso».

Per le riprese lei è stato in Sardegna, ha ripercorso le strade dell’uomo Berlinguer. Che cosa ha scoperto di lui?
«Berlinguer non era triste come si dice. Era serio, timido. Ma era un uomo a cui piaceva la vita. Gli piaceva il mare, il calcio, amava leggere, stare con gli amici. Sono stato all’isola Piana, a Stintino, nella sua scuola e ho capito quanto era forte il suo legame con quella terra aperta al mondo. Berlinguer fin da ragazzo parlava di Hegel e di Kant con la stessa facilità con la quale oggi un ragazzo parla di Balotelli».

Ecco, ma che cosa può dire a un ragazzo di oggi un film su Berlinguer?
«Il mio è un film per i giovani. Come sa ho l’ossessione per la memoria, perché ci permette di riannodare i fili per il futuro. Mi terrorizza una società acefala, mi spaventa la fretta bulimica che consuma le cose e trasforma il passato in una scoria. Per questo ho voluto ricostruire il senso di una memoria per raccontare Berlinguer ai ragazzi che non sanno chi era. Ho cercato di restituire la grandezza e il travaglio di un uomo che ha incarnato un grande sogno. Pensi ai suoi funerali, a quel fiume immenso di popolo. Sarebbe una cosa impensabile oggi per qualsiasi leader».

Ma non sarà che Veltroni prova nostalgia per un mondo in cui tutto era più chiaro?
«Oggi è tutto diverso, ma no, non dobbiamo avere nostalgia. Oggi leader come Berlinguer o Moro, assediati da Twitter, da Facebook o dalle tv, farebbero fatica ad esprimere i loro pensieri lunghi. Basta dire che Berlinguer scrisse tre articoli in tre settimane per proporre il compromesso storico. Quello e questo sono due tempi storici diversi, non sovrapponibili. E io non immagino proprio Moro e Berlinguer in un talk show..».

Eppure proprio in un’intervista all’Unità, parlando del romanzo di Orwell «1984», Berlinguer ragionò sul mondo dei computer, sulle opportunità e sui rischi...

«Sarebbe bello se in occasione dell’anniversario della sua morte l’Unità ripubblicasse quell’intervista. Partendo da Orwell Berlinguer rifletteva sull’ambiguità dei mezzi di comunicazione e riteneva ci fosse bisogno di un “di più” di democrazia per evitare che la rivoluzione tecnologica avesse un contenuto autoritario. Quell’intervista è di assoluta attualità, Berlinguer vide in anticipo le questioni che viviamo oggi nell’epoca di Internet».

Ci sono immagini che restano negli occhi di chi visse la fine drammatica di Berlinguer: quel comizio a Padova, la voce che si incrina, la gente che urla «basta». Immagini strazianti..
«Quelle immagini del palco di Padova danno l’idea della coerenza integrale di Berlinguer. Chiunque si sarebbe fermato, lui invece arriva alla fine e appena chiude il comizio riesce persino a sorridere. Ho sempre pensato che la politica non è un mestiere, è una missione che richiede sacrificio. Berlinguer ce lo ha detto».

Da Berlinguer a oggi: che cosa resta della sinistra?
«Attenzione, nulla nel film è leggibile per parlare all’oggi. Voglio tenere al riparo questo atto d’amore dalle tentazioni delle metafore. È solo la ricostruzione di un uomo e del suo tempo. Detto questo, penso però che il senso di comunità valga anche oggi. Un grande partito di massa come il Pd non può non essere una comunità. Anzi, ha il dovere di esserlo».

Ma lei pensa che la generazione che prese quel partito dopo Berlinguer sia stata all’altezza?
«Quella storia finisce con i funerali di Berlinguer. Gli anni seguenti sono stati difficili e quel patrimonio è stato messo a dura prova. Sì, certo di errori ne abbiamo fatti tanti, ma se oggi abbiamo un partito che può avere il consenso di un italiano su tre è perché allora avemmo il coraggio di fare la svolta. Abbiamo salvaguardato una grande forza e l’abbiamo portata al governo. Non dobbiamo dimenticare che la sinistra non è mai stata maggioranza in questo Paese. Questo è il nostro problema, anche oggi. Ma la politica non è tattica e non si sfugge alla necessità di dare per la prima volta, unico Paese europeo, almeno il 51 % a una politica riformista. Bisogna conquistare i cittadini alla sfida del riformismo e dell’innovazione. E quell’obiettivo è possibile solo se c’è di nuovo una comunità che si mette in cammino».

Pubblicata su “L’Unità” del 12.02.2014

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