martedì 25 marzo 2014

Commento. Lotta alla mafia, le parole di Bergoglio nella storia

L'appello di papa Francesco fa crescere la coscienza civile. Placido Rizzotto Jr.: "Ormai niente può più essere come prima. Nessuno può fare finta di non capire che con la mafia non bisogna avere niente a che fare: né a Roma né a Palermo, né a Corleone"
di Dino Paternostro
Il 24 maggio del 2012, nella Chiesa Madre di Corleone, l’Arcivescovo di Monreale Salvatore Di Cristina non autorizzò don Luigi Ciotti a portare la sua testimonianza ai funerali di Stato per Placido Rizzotto, il cui nome nell’omelìa sbaglio per ben due volte. Don Ciotti, insieme alla Cgil e ai familiari del segretario della Camera del lavoro di Corleone, che la mafia assassinò nel lontano ’48, si era battuto con forza perché si facesse verità e giustizia anche per questo giovane sindacalista, il cui corpo era stato buttato in una “ciacca” e mai più ritrovato. 


E quando – dopo 64 anni - i resti di Placido Rizzotto furono “strappati” dal ventre scuro di Rocca Busambra per ricevere gli onori dei funerali di Stato, sembrava naturale che in chiesa vi fosse un intervento di don Ciotti. Ma al presidente di Libera la Curia di Monreale impose il silenzio. A consentirgli di parlare in quella straordinaria giornata fu la Cgil, durante la manifestazione che si svolse davanti alla tomba di Rizzotto. E don Ciotti, citando il profeta Isaia, gridò: «Non mi terrò in silenzio, non mi darò pace finché non sorga come stella la giustizia e la verità non risplenda come campana».

Non sono passati nemmeno due anni da quel 24 maggio, ma sembra che siano trascorsi secoli. Infatti, la sera dello scorso venerdì, a Roma, nella chiesa di San Gregorio VII, alla vigilia della XIX Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti di mafia, che quest’anno si è svolta a Latina, don Ciotti ha accolto e abbracciato calorosamente Papa Francesco. Che poi, per impartire la benedizione ai familiari delle 900 vittime di mafia, sceglieva di indossare la stola di don Peppe Diana, martire della lotta alla camorra, che proprio don Ciotti gli porgeva. E pensare che, negli anni ’60, a Palermo, il cardinale Ernesto Ruffini sosteneva che la mafia fosse un’invenzione dei comunisti per diffamare la Sicilia. 
E fino a qualche anno fa, nella Chiesa Madre di Corleone faceva bella mostra di sé un banco “graziosamente” donato dalla famiglia di “don” Michele Navarra, che era il “padrino” di Cosa nostra ai tempi dell'assassinio di Placido Rizzotto. Erano segnali e simboli di quella “mafia devota”, che per anni ha convissuto (e in parte ancora convive) con “pezzi” della Chiesa, specie nel Mezzogiorno e in Sicilia.

Per questo, la sera dello scorso 21 marzo, Placido Rizzotto Jr., nipote del sindacalista assassinato dalla mafia, era raggiante. Insieme agli altri familiari delle vittime innocenti di mafia, aveva stretto le mani di Papa Bergoglio ed ascoltato le sue parole umili e forti rivolte agli uomini e alle donne di mafia. «Voglio dire ai mafiosi: per favore cambiate vita! – è stato il suo appello - Convertitevi fermatevi e non fate il male! Preghiamo per voi, convertitevi! Ve lo chiedo in ginocchio, per il vostro bene, questa vita che vivete adesso non vi darà piacere e gioia e felicità. Il potere e il denaro che avete adesso da tanti affari sporchi, crimini mafiosi, è denaro insanguinato e non potrete portarlo all’altra vita. Siete in tempo per non finire all’inferno, quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Avete avuto dei genitori, pensate a loro, piangete e convertitevi!».

Uno stile ed un tono diversi da quelli usati nel ’93 da Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento, ma non per questo meno efficaci. Per far crescere una coscienza civile contro la mafia servono sia l'anatema di Giovanni Paolo II che il discorso apparentemente umile di questo Papa «venuto dalla fine del mondo». Non tanto per la speranza che qualche mafioso si converta davvero e cambi vita (tutto può accadere, ma non sembra l’ipotesi più probabile!), quanto per l'isolamento sociale e culturale che queste pubbliche prese di posizione possono provocare attorno alla mafia.

In sostanza, gli autorevoli interventi di Papa Wojtyla e di Papa Bergoglio servono più a parlare al "popolo dei credenti" (che ormai non dovrebbero avere più alibi nel condannare "senza se e senza ma" le mafie e prendere le distanze da esse), che per i mafiosi in senso stretto. «Ormai niente può più essere come prima – mi ripeteva Placido Rizzotto Jr. – nessuno può più fare finta di non capire che con la mafia non bisogna avere niente a che fare: né a Roma né a Palermo, né a Corleone». 

Da: Rassegna.it, il settimanale della Cgil nazionale

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