domenica 15 dicembre 2013

NIGLIACCIO RILEGGE IL RISORGIMENTO : “QUANDO LA SICILIA DIVENTA ITALIA…”

di Pasquale Hamel 
L’Accademia non ha sicuramente amato lo storico Francesco Brancato che, diversamente da molti altri, non si può dire che abbia sgomitato per farsi strada in un ambiente difficile dove, molto spesso, privilegiano i rampanti e che da sempre è stato segnato dal nepotismo. Da serio studioso, Brancato, viveva la sua passione per la ricerca molto in disparte e, con un certo distacco, guardava lo sviluppo delle carriere altrui anche quando delle stesse faceva le spese. Anche oggi, a dieci anni dalla morte, solo alcuni fidati amici lo ricordano e ne ripropongono il pensiero mentre molti, che magari hanno attinto alla sua opera, preferiscono dimenticarlo. A proporne un ricordo attraverso un’esegesi puntuale di quanto questo ricercatore ha scritto sul Risorgimento, è un giovane non accademico, Giuseppe Nigliaccio, con un colto libretto, preceduto da approfondita, e altrettanto colta, prefazione del professor Manlio Corselli, un valente allievo dello storico scomparso.

La prima parte di questo volume si diffonde sulla fondamentale influenza che Giovambattista Vico, autore del De antiquissima italorum sapientia, ha avuto, sulla formazione culturale degli uomini del Risorgimento. Sostiene infatti lo storico Brancato che il filosofo napoletano, sicuramente sensibilizzato con il meglio della cultura europea del suo tempo, abbia apprestato gli strumenti a cui attinsero, anche da prospettive diverse, pensatori come il Cuoco, il Romagnosi, il Gioberti, il Balbo e anche il Cattaneo, inopportunamente rivendicato come nobile riferimento dal movimento leghista di questi ultimi anni. Dunque Vico, per Francesco Brancato, sarebbe stato un punto di riferimento unitario, lo sintetizza bene Corselli, per “consolidare una sorta di coesione spirituale della nazione colta italiana”.
La seconda parte, che porta il significativo titolo “Mezzogiorno, Unità e spirito nazionale”, si diffonde sulle idee che Brancato mettendo sotto esame il controverso processo che portò all’unità nazionale e ponendo, soprattutto, l’attenzione sul Mezzogiorno e sulla Sicilia in particolare. Alle semplificazioni enfatiche, accreditate da certa storiografia nazionalista, che vedono uno sviluppo lineare della vicenda, Brancato risponde con una realistica riflessione sulla complessità che intrama l’epopea risorgimentale ; infatti, la riflessione su quel momento storico ci rende consapevoli che vi furono spinte talora opposte, vi furono sensibilizzazioni diverse, vi furono pensamenti discordi per cui “i moti risorgimentali non possono essere letti, come evidenzia Nigliaccio riflettendo sulle pagine di Brancato, in una prospettiva univoca. Esiste una pluralità di piani e di fattori… che non sono riconducibili a principio comune.” concludendo, in termini forti, che “non vi è stato, soprattutto nel meridione, una reale comunione d’intenti fra le varie fasce della popolazione”.
La terza parte del volume affronta il tema delle ricerche di Brancato sulla rivolta del 1866. E’ ancora fresco l’eco di una frase che ha contrappuntato il discorso che Lucio Villari ha fatto, a Storia patria, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità nazionale. Con una non perdonabile superficialità lo storico liquidò, infatti, la rivolta del “Sette e mezzo” come espressione di una congiura “borbonico mafiosa”mortificando, in questo modo, la forte carica sociale che animò quella vicenda. Un vecchio (pre)giudizio, quello di Villari, in linea con quello che accolse “al di fuori dell’isola, e soprattutto nei centri di potere, il moto palermitano. Brancato, che alla rivolta aveva dedicato uno dei suoi più interessanti saggi. Lo storico ciminnese, indagando sulle ragioni che portarono a quell’esplosione, apparentemente inaspettata, di violenza rivoluzionaria, non trascura infatti le condizioni in cui la Sicilia si era venuta a trovare subito dopo l’unità, una terra che “ a metà degli anni sessanta del XIX secolo, scrive Nigliaccio, era teatro di una forte escalation di rabbia e malcontento, che la ponevano in stato di perenne fibrillazione politica e popolare…”. Nessuna sorpresa, dunque per Brancato, che quella rabbia e quel malcontento trovassero sbocco in una vera e propria rivolta popolare. La rivolta sarebbe stata il frutto delle promesse tradite e del palese disinteresse espresso dalla nuova dirigenza nazionale nei confronti della Sicilia, comportamento estensibile all’intero Mezzogiorno.
L’apprezzabile libro di Giuseppe Nigliaccio come anche rileva Corselli, partendo da Brancato, al quale rende un doveroso omaggio, va dunque oltre e offre al lettore una doverosa e intelligente rilettura dei fatti del Risorgimento che soddisfa per la qualità dell’analisi e per la profondità del pensiero”
Giuseppe Nigliaccio, Quando la Sicilia diventa Italia. Il Risorgimento nelle opere di Francesco Brancato fra storia e filosofia, edizione Herbita, €.12,00

Da: Siciliainformazioni.com

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