venerdì, maggio 24, 2013

E' morto Don Gallo. Gesù, gli ultimi e il Concilio tradito



Don Andrea Gallo
È morto don Andrea Gallo, amico e collaboratore di MicroMega. Da molti anni, a Genova, chiunque si trovava in una situazione di difficoltà o marginalità - italiano o straniero, tossicodipendente, alcolista, prostituta, transessuale, ex detenuto, eccetera - sapeva che poteva contare su di lui. Con la sua comunità di San Benedetto al Porto ha incarnato il sogno di una "Chiesa povera fra i poveri". Lo ricordiamo con l'intervista uscita nel recente volume di MicroMega dedicato a "La Chiesa gerarchica e la Chiesa di Dio".
Intervista a don Andrea Gallo di Luca Kocci, da MicroMega n. 7/2012
Prete di strada, parroco dei centri sociali, l’immancabile prete-comunista: si sprecano le definizioni utilizzate dai media per descrivere don Andrea Gallo, il sacerdote genovese della Comunità di San Benedetto al Porto, amico di un altro genovese doc, Fabrizio De André, per il quale ha pronunciato l’orazione funebre durante il funerale. Spesso, però, ne manca una: prete del Concilio. E don Gallo ci tiene a ricordarlo: «Io sono un prete del Concilio. Quando Roncalli viene eletto papa, nel 1958, ero diacono; poi il 25 gennaio 1959, papa Giovanni annuncia di voler convocare un Concilio ecumenico per la Chiesa universale e pochi mesi dopo, il primo luglio, vengo ordinato prete. Quindi nasco prete con il Concilio».
Prete giovanissimo, perché don Gallo, che è nato a Genova nel 1928, all’apertura del Vaticano II aveva 34 anni. Prima della vita religiosa c’era stato l’antifascismo – nel 1944, quando la Repubblica sociale italiana richiama alle armi anche i nati nel 1928, sceglie di disertare – e la Resistenza, come staffetta partigiana, con il nome di battaglia di Nan, diminutivo di nasan, in genovese nasone. Finita la guerra l’incontro con i salesiani e l’ingresso nella Congregazione fondata da don Bosco, da cui però decide di uscire nel 1964: «La congregazione salesiana si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale», racconta don Gallo che, incardinato nella diocesi di Genova, viene nominato viceparroco della chiesa del Carmine, nel centro storico, fra gli epicentri della contestazione sessantontina – la facoltà di Lettere, il liceo classico “Cristoforo Colombo” e la sede di Autonomia operaia – e la Genova dei sottoproletari e degli irregolari cantati da De André. Don Gallo sceglie di stare dalla parte degli emarginati e partecipa al movimento: «Ho saputo che vai spesso in processione», lo rimprovera il cardinal Siri, arcivescovo di Genova, riferendosi ai cortei e alle manifestazioni a cui il “suo” prete prendeva parte; «io conosco le litanie dei santi, ma non ho mai visto né sentito quel santo che continui ad invocare con i tuoi parrocchiani, Ho Ci Minh».

Il cardinale, rappresentante della parte più conservatrice della Curia romana e dell’episcopato lo allontana dalla parrocchia e don Gallo si rifugia nella parrocchia di San Benedetto al Porto: nasce la comunità di base e la comunità di accoglienza, che apre le sue porte a chiunque capiti da quelle parti, italiano o straniero, tossicodipendente, alcolista, prostituta, transessuale, ex detenuto. «Nella vita mi hanno apostrofato in ogni modo», racconta don Gallo, ma spesso «si sono dimenticati che sono anche amico delle prostitute, dei devianti, dei balordi, dei border line, dei migranti, di tutti coloro che viaggiano ai margini della società. Un prete da marciapiede, insomma. È lì che vivo, ogni giorno e ogni notte, cercando la speranza insieme alla persone che incontro». Ed è lì che continua a sognare una «Chiesa povera e dei poveri», come vuole il Vangelo, come sperava il Concilio.

«Il Concilio aveva suscitato in me, e in molti miei confratelli, grande entusiasmo e forti speranze – ricorda don Gallo –. Soprattutto mi avevano colpito gli interrogativi posti dal cardinal Suenens, uno dei moderatori del Concilio, e da Montini, allora arcivescovo di Milano: “Chiesa chi sei? Cosa dici di te stessa?”. Sono le domande fondamentali. Oggi la Chiesa non se le pone più, non riflette più su se stessa, perché è “sazia” e ha assunto nella società un ruolo dominante e una posizione di potere. La Curia romana e le gerarchie ecclesiastiche lo sanno, ma tacciono. In questo modo la Chiesa abbandona la profezia e dimentica la forza eversiva del Vangelo.

Non si mette più in discussione perché la tentazione del potere ha avuto la meglio?
Esatto. E così il Concilio, che è stato una “rivoluzione copernicana”, dopo cinquant’anni, è morto.

Sarà possibile riportarlo in vita?
Quella della Chiesa è una crisi di sistema, strutturale. Per risolverla ci vorrebbe una risposta teologica, invece si preferisce organizzare i raduni di massa, i pellegrinaggi, le offensive mediatiche, che però sono solo fumo negli occhi, perché la crisi rimane intatta. L’unica speranza per salvare la Chiesa sono il popolo di Dio e i cattolici di base. Lo ha scritto in uno dei suoi ultimi libri anche Hans Küng, il grande teologo a cui la Congregazione per la dottrina della fede ha proibito di insegnare nelle università cattoliche: Salviamo la Chiesa.

Ma per salvarsi è necessario che la Chiesa avvii delle riforme radicali, perché non si salverà mai una Chiesa verticistica, patriarcale, maschilista, misogina, sessuofobica ma molto attenta a coprire cardinali e pretini pedofili, una Chiesa eurocentrica che chiama la guerra ingerenza umanitaria o missione di pace, che benedice le portaerei e non si oppone alle basi militari – come a Vicenza con il Dal Molin -, una Chiesa che difende l’esclusivismo cristiano e l’imperialismo romano. «Osare la speranza» era il motto della mia brigata partigiana. E io non abbandono la speranza di una Chiesa evangelica, non di potere.

Di chi sono le maggiori responsabilità? Chi ha affossato il Concilio e addomesticato la forza eversiva del Vangelo?

Le responsabilità sono di tutti i cattolici, ma è ovvio che bisogna partire dall’alto, ovvero dalla gerarchia ecclesiastica. Ai tempi del Concilio avevo un amico che stava a Roma e che era molto vicino a Roncalli. E Roncalli un giorno gli confessò: sai perché non spingo troppo l’acceleratore per le riforme? Perché questi venerabili uomini della Curia romana si rivolterebbero a tal punto che, dopo di me, eleggerebbero come mio successore un uomo che affosserebbe tutto quello che ho cominciato. Ecco di chi sono le responsabilità.

Pare che la “profezia” di Roncalli si sia avverata…

Completamente. Già Paolo VI, successore di Giovanni XXIII, fece qualche passo indietro, ad esempio con l’enciclica Humanae Vitae, quella contro la pillola. Con Wojtyla, poi, è iniziata la vera e propria restaurazione. Chi ha scelto per sostituire i vescovi che si ritiravano e che raggiungevano l’età pensionabile? Nuovi vescovi totalmente allineati a Roma. Ha decapitato la teologia della liberazione, che invece aveva pienamente abbracciato il Concilio: appena eletto, nel 1979, Wojtyla è andato a Puebla, per la III Conferenza generale della Celam (il Consiglio episcopale latinoamericano), dieci anni dopo la “nascita” della teologia della liberazione, a Medellin, nel 1968, e lì ha attaccato duramente la teologia della liberazione; negli anni successivi, poi, ha tolto le cattedre a tutti i principali teologi della liberazione

E poi arriva Ratzinger…

L’ultima enciclica di papa Ratzinger è la Caritas in veritate: un bellissimo titolo, ma falso, perché a me sembra che non ci sia né amore né verità. ComunqueRatzinger non fa altro che continuare la restaurazione avviata da Wojtyla, prendendo sempre più le distanze dal Concilio, ma anche allontanandosi dalla maggioranza del popolo di Dio. Poi però, con i grandi raduni organizzati dall’alto, come per esempio l’ultimo Incontro mondiale delle famiglie lo scorso giugno a Milano, in televisione si vede un milione di persone in piazza con Ratzinger e si pensa che tutti i cattolici stiano con il papa e i vescovi. La struttura ecclesiastica è seriamente malata, e la causa della malattia è il sistema di governo romano, che si è affermato nel corso del secondo millennio grazie soprattutto alla riforma gregoriana che ha concentrato tutti i poteri nelle mani del papa e della Curia, e che ancora resiste. Ma questo è un vero e proprio scisma, il più grave di quelli che la Chiesa ha conosciuto.

Uno scisma?

Esattamente. Nella storia della Chiesa ci sono stati tre scismi. Il primo nell’XI secolo, con la divisione fra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente; il secondo nel XVI secolo, con Lutero e la seprazione fra cattolici e protestanti; il terzo nei secoli XVIII e XIX, tra il cattolicesimo romano e il mondo moderno. Il Concilio Vaticano II aveva tentato di ricomporre questo scisma, perché la Chiesa era ancora quella della Controriforma, nemica della modernità. Benché il suo pontificato sia durato meno di cinque anni, Giovanni XXIII era riuscito ad aprire le finestre della Chiesa sul mondo, nonostante la forte resistenza della Curia, e ad indicarle, con il Concilio, la via del rinnovamento e dell’aggiornamento, in direzione di un annuncio del Vangelo al passo con i tempi, di un’intesa con le altre Chiese cristiane, di un’apertura nei confronti delle altre religioni, a cominciare dall’ebraismo, di una riconciliazione con la democrazia.

Questa finestra però è stata immediatamente richiusa dalla macchina della Curia, che ha fatto di tutto per tener sotto controllo il Concilio, e così lo scisma si è riaperto. Papa Giovanni è morto troppo presto, e il sistema romano ha vinto. E comanda soprattutto oggi, che siamo tornati indietro, ad una Chiesa preconciliare.

Si riferisce a papa Ratzinger che ha ripristinato una serie di elementi preconciliari, dalla messa in latino alla celebrazione liturgica con il prete che dà le spalle ai fedeli?

Non solo a Ratzinger, perché il processo di restaurazione è iniziato già con Wojtyla, che io paragono a Ronald Regan: un attore, con un grande carisma e un fascino potente, un comunicatore eccezionale, capace di gesti dall’alto valore simbolico, che, in questo modo, è stato in grado di rendere accettabili le dottrine e le pratiche più conservatrici, così da frenare il movimento conciliare e arrestare le riforme.

Viene ribadita integralmente la dottrina cattolica. Invece dell’apertura al mondo moderno, si rinnovano, con grande insistenza l’accusa, il rammarico e la denuncia di un presunto adattamento a esso. Si incoraggiano le forme di devozione più tradizionaliste. Si rafforza una nuova Inquisizione. Si rifiuta la libertà di coscienza. Si azzera l’ecumenismo e si pone l’accento su tutto ciò che è cattolico, facendo coincidere la Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica romana. Siamo in un’epoca non solo di ricattolicizzazione, ma di riromanizzazione.

Il Concilio ha segnato, tra l’altro, l’apertura della Chiesa al mondo moderno. Questo ambito sembra essere quello in cui l’arretramento è maggiore, soprattutto su alcuni temi, per esempio la morale sessuale…

L’affossamento del Concilio inizia proprio da lì, con l’Humanae Vitae, nel 1968. Paolo VI ignora non solo la Gaudium et spes, che mette al centro le donne e gli uomini del nostro tempo, ma anche il parere della Commissione preparatoria nominata da lui stesso, favorevole alla pillola. Si torna indietro, a quello che ci facevano studiare prima del Concilio: fine principale del matrimonio procreatio est, diceva il professore di teologia in aula magna. Basta, chiuso il discorso. Poi aggiungeva che era anche remedium concupiscentiae e poi mutuum auditorium. Dal 1968 ad oggi, in tema di morale sessuale non è cambiato nulla, siamo ancora all’Humanae Vitae, che pure terminava dicendo che la Chiesa avrebbe dovuto interessarsi di questo tema. Ma da allora non è successo nulla. Una dottrina più comprensiva sul controllo delle nascite è necessaria, ma la Chiesa è sorda, non ne vuole sapere. In occasione del trentesimo anniversario dell’enciclica, nel 1998, papa Wojtyla l’ha ribadita parola per parola, senza togliere e senza aggiungere una virgola. Una chiusura totale e immotivata, tanto che una volta chiesi ad un cardinale: scusi eminenza, ma la sessualità è un dono di Dio alle donne e agli uomini oppure è un dono del demonio?

Eppure il centro di qualsiasi unione, di qualsiasi tipo di unione, è l’amore. Addirittura nella celebrazione del sacramento del matrimonio non ci sarebbe nemmeno bisogno del prete, perché quello che conta è il sì degli sposi, e basta.

E poi ci sono le altre questioni: il «rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale» – ovvero non solo i temi della contraccezione ma anche della fecondazione assistita, del testamento biologico, dell’accanimento terapeutico, della ricerca sulle cellule staminali -, «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» – con l’altolà alle unioni di fatto e alle unioni omosessuali -, « la libertà di educazione dei figli» – cioè i finanziamenti alla scuola cattolica -. Tutte riassunte e codificate nella formula dei «principi non negoziabili» coniata da Ratzinger e utilizzata spessissimo dalla Conferenza episcopale italiana, soprattutto quando, nel dibattito politico, sembra farsi strada qualche legge non gradita ai vescovi.
Esattamente. Si tratta di argomenti “tabù”, non trattabili, sui quali non si può nemmeno discutere. E fra l’altro mostrano una Chiesa cieca che non solo non vuole dialogare con la scienza, ma che nemmeno la rispetta.

Non rispetta nemmeno la libertà di coscienza?
No. E non la rispetta nonostante il Concilio, torniamo di nuovo lì, abbia chiaramente affermato il primato della coscienza, che non è subordinata a niente e a nessuno. Invece capita spesso che questa libertà sia negata e anzi che quella stessa coscienza venga resa prigioniera con la minaccia dell’inferno. Perché se è vero che la Chiesa ha delle convinzioni alle quali non può rinunciare e ha il diritto di esprimerle pubblicamente, di discuterle e di proporle nel dibattito politico sulla formazione delle leggi, è altrettanto vero che in una società pluralista e democratica le regole e le norme si costruiscono insieme agli altri. Si può proporre, senza arroganza, ma non imporre. Invece sembra proprio che la Chiesa voglia imporre ad ogni costo i propri principi, in una società che è postcristiana. La Chiesa potrebbe essere un presidio di autentico umanesimo e svolgere un servizio alla libertà e alla dignità dell’uomo, invece non riconosce i valori che provengono dall’esterno, dal mondo laico, e questo è molto grave. Ma quando la Chiesa nega la possibilità di un’etica a chi non è credente in Dio, quando vede nella società odierna solo frammentazione di valori, nichilismo, cultura di morte, allora contribuisce non al confronto ma alimenta lo scontro. Si è tanto parlato di scontro di civiltà: dobbiamo stare attenti che non siano proprio i cattolici a fomentarlo all’interno delle nostre società, perché sarebbe anche questo un segno delle barbarie, una barbarie sempre più invadente.

La laicità è un valore?
Certo che lo è, ed esiste un’etica laica molto profonda. Non c’è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento all’istanza di laicità. La laicità non è laicismo, al contrario: è il rispetto di tutte le fedi da parte dello Stato che assicura il libero esercizio delle attività cultuali, spirituali, culturali, creative delle diverse comunità. E in una società pluralista, la laicità è l’unico spazio di dialogo e di comunicazione tra la religioni.

I «principi non negoziabili» sembrano essere molto lontani da quella forza eversiva e liberatrice del Vangelo di cui parlavamo in precedenza. Che fine hanno fatto temi evangelici come la giustizia sociale, l’attenzione agli emarginati e agli oppressi, la ricchezza e la povertà?
L’attenzione per il potere e per i privilegi li ha eclissati. La Chiesa, compreso il mio arcivescovo che è anche presidente della Cei, per anni ha sostenuto Berlusconi. Adesso sostiene Monti. Comunione e Liberazione applaude il potente di turno, l’ha scritto perfino Famiglia Cristiana parlando del Meeting di Rimini di questa estate. Più che la difesa dei principi non negoziabili, c’è l’attenzione alla difesa dei privilegi. Del resto, me l’hanno detto anche dei santi monaci, la Chiesa è governata dall’Opus Dei e dalle altre truppe scelte: Comunione e Liberazione, Comunità di Sant’Egidio, i Legionari di Cristo, con il loro fondatore, il pedofilo padre Maciel, protetto alla fine da papa Wojtyla. Anche in questo caso bisogna tornare al Concilio, dove si parlava di «Chiesa povera e dei poveri», e alla teologia della liberazione – decapitata da Wojtyla e Ratzinger – che ha proclamato l’opzione fondamentale per i poveri.

Però c’è una parte di Chiesa e molte organizzazioni cattoliche che aiutano i poveri…
È vero, ma bisogna fare molta attenzione. Ci sono due strade: sembrano simili, in realtà vanno in direzioni opposte. La gerarchia ecclesiastica e alcuni settori del mondo cattolico propongono una solidarietà che ha degli aspetti positivi ma che si limita all’assistenzialismo, e in questo modo conferma, anzi rafforza, il sistema economico dominante di sfruttamento, il neocolonialismo sui diseredati del mondo. La strada da percorrere è quella della solidarietà liberatrice, che mette in discussione il neoliberismo. Dom Helder Câmara, il grande vescovo di Olinda e Recife, aveva capito tutto: quando do da mangiare ai poveri, diceva, mi battono le mani; quando domando perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista. La Chiesa non ha ancora fatto una scelta chiara e netta. Ma se la Chiesa vuole essere cattolica, deve essere cristiana, se vuole essere cristiana deve essere povera, altrimenti sarà un apparato che governa nel mondo, ma non è certo l’ecclesia di Gesù.

Parliamo di alcuni temi ecclesiali emersi nel Concilio e nel post Concilio, su cui è stata posta una pietra tombale: ad esempio il ruolo della donna nella Chiesa, fino alla possibilità dell’ordinazione sacerdotale.
Su questo aspetto la chiusura è totale. Quest’anno, sempre nell’omelia del Giovedì santo, Ratzinger, a proposito dell’ordinazione femminile, ha detto che nostro Signore non ci ha dato nessuna «autorizzazione». Se fossi stato presente avrei voluto chiedergli: santo padre, forse Gesù vi ha autorizzato o suggerito di fondare lo Ior, la banca del Vaticano? Poi, come impone la prassi pontificia, ha citato Wojtyla – «il mio predecessore, il beato Giovanni Paolo II», ha detto Ratzinger – che ha ribadito il no al sacerdozio femminile «in maniera irrevocabile». Qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria eresia: come è possibile dire «in maniera irrevocabile»? Il pontefice è il vescovo di Roma, il successore di Pietro, ma il più delle volte i papi credono di essere degli dei. Il Concilio ha affermato la libertà religiosa e il primato della coscienza, dopo secoli di oscurantismo e di condanne che non sono finite nell’800 ma che sono continuate fino a Pio XII, ovvero il predecessore di Giovanni XXIII. Ha spezzato tutti i vecchi paradigmi, ora invece si procede di restaurazione in restaurazione. Allora chiedo: è lecito per un cristiano come me invocare l’applicazione dei documenti del Concilio Vaticano II? Non posso fondare la mia fede sul principio di autorità del magistero pontificio, come se la mia fede fosse autentica solo se obbedisco ciecamente al papa. È un’assurdità, non sta in piedi né filosoficamente, né ontologicamente, né teologicamente, né biblicamente. «Non giurate mai», dice Gesù nel Vangelo, «dite sì quando è sì e no quando è no: tutto il resto viene dal diavolo». Quindi non ci sono dogmi, non possono esserci.

Che fine ha fatto la collegialità episcopale, anch’essa auspicata dal Concilio?
La collegialità episcopale esiste solo sulla carta. Poi arrivano le “veline” da Roma e i vescovi devono obbedire. I vescovi, ormai da anni, non si fanno carico della responsabilità collegiale nei confronti dell’intera Chiesa, conferita proprio dal Concilio, sono ridotti a semplici funzionari, a meri destinatari ed esecutori degli ordini vaticani. Lo stesso giuramento che i vescovi fanno al papa è in contrasto con il Vangelo dove è scritto, lo ripeto, «non giurate».

Ma c’è molto altro. Il matrimonio dei preti? Guai a parlarne. La comunione ai divorziati? Ancora no. Un nuovo ordinamento per la nomina dei vescovi? No. La riforma del papato e della Curia? No.

In Italia ci sono diversi preti e religiosi, noti ed autorevoli, schierati nettamente dalla parte degli emarginati e degli esclusi, che però, di fatto, scelgono di intervenire e di impegnarsi solo su temi e questioni sociali, dall’acqua agli inceneritori, dalle mafie al disarmo. Del sistema di potere ecclesiastico, della Curia vaticana e delle gerarchie, di quello che non funziona nella Chiesa, delle mancate riforme parlano poco o per niente, come se non volessero mettere il dito nelle piaghe. Per quale motivo?
Quello che dici è vero. Sono davvero pochi quelli che pongono questioni ecclesiali sostanziali e strutturali, che hanno il coraggio di affrontare nodi teologici e pastorali. Un tempo c’erano padre Balducci e padre Turoldo, fino a pochi mesi fa c’era don Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto di Firenze: grandi personalità, che ora non ci sono più. Quasi nessuno parla al posto loro. Oggi è rimasto fratel Arturo Paoli, che a novembre compirà 100 anni; c’è mons. Bettazzi, che però è messo in un angolo, come se fosse una reliquia del Concilio, invece è un grande vescovo; è rimasto don Franco Barbero, e infatti è stato dimesso dallo stato clericale da Wojtyla. I teologi tacciono, i preti pure. Il problema è che in Italia c’è una forte repressione: se parli liberamente e criticamente ti emarginano, ti tolgono la cattedra, ti fanno fare la fame. È una repressione che non dà scampo, quindi non è facile decidere di prendere la parola su questioni ecclesiali, decidere di criticare la Chiesa: hanno molta paura.

Alcuni gruppi ci provano, con grande coraggio: c’è la sezione italiana di Noi Siamo Chiesa, ci sono le Comunità di base, a volte c’è Pax Christi, ma in questo clima è difficile organizzare il dissenso e il pensiero critico. E questo silenzio è un grande problema, perché non aiuta la conversione della Chiesa.

Il recente “Appello alla disobbedienza” dei 300 preti austriaci che chiedono riforme radicali nella Chiesa cattolica – dalla comunione ai divorziati risposati alla celebrazione eucaristica senza prete, dal sacerdozio femminile alla fine del celibato ecclesiastico obbligatorio – in poco tempo ha fatto il giro d’Europa e ha raccolto migliaia di adesioni. Forse dall’estero, lontano da Roma e dal Vaticano, è più facile affrontare questi nodo ecclesiale e anche muovere critiche alla Chiesa?
Non a caso quell’appello non è stato firmato da preti e religiosi italiani. Poi però cosa è successo? Durante la celebrazione della messa del Giovedì santo, in san Pietro, Ratzinger li ha rimproverati e li ha richiamati all’obbedienza, senza nemmeno entrare nel merito delle cose che chiedevano.

Prima ancora, nel 1996, c’era stato l’“Appello dal popolo di Dio”, lanciato in Austria dal Movimento internazionale Noi Siamo Chiesa, che chiedeva al Vaticano una serie di riforme lungo la linea tracciata dal Concilio – dal riconscimento del ruolo della donna nella Chiesa al celibato facoltativo del clero, dal superamento delle discriminazioni verso gli omosessuali alla libertà di coscienza per quanto riguarda la regolazione delle nascite – e che ha raccolto oltre 2 milioni di firme, di cui più di 30mila in Italia…
E che sono state completamente ignorate. Questo significa che in Vaticano il popolo di Dio non conta nulla. Non c’è altra spiegazione. Eppure si dice che la Chiesa è semper gloriosa, semper paenitens e semper reformanda: quest’ultimo aspetto è stato cancellato e dimenticato del tutto.

Tutto questo mi amareggia molto: sono prete da 53 anni, amo la mia Chiesa e vedo che viene impedito che il messaggio rivoluzionario e liberatorio di Gesù raggiunga le donne e gli uomini. Ma continuo a sperare e a sognare

Cosa?
Un Concilio Vaticano III, con tre temi: la povertà della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio, il sacerdozio femminile.

(Micromega, 22 maggio 2013)

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