mercoledì, aprile 24, 2013

Papa Francesco: "Ior necessario fino a un certo punto. La Chiesa non è un'organizzazione"

Papa Francesco
di ANDREA GUALTIERI
Il Pontefice interviene in merito alla banca vaticana: "La Chiesa non è un'organizzazione. Un cristiano che si chiude in se stesso tenendo nascosto ciò che Dio gli ha donato, non è un cristiano". E saluta gli operai della E.On di Sassari augurandosi "equa e rapida soluzione"
CITTA' DEL VATICANO - Lo Ior? "Tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino a un certo punto". Papa Francesco lo afferma durante l'omelia della messa quotidiana nella Casa Santa Marta. Ci sono alcuni dipendenti della banca vaticana in cappella e il pontefice si rivolge a loro: "Scusate eh", dice con un sorriso. "Noi, donne e uomini di Chiesa  -  puntualizza  -  siamo in mezzo ad una storia d'amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d'amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa". Cita persino Stalin, nell'omelia: "Un capo di Stato ha chiesto quanto sia grande l'esercito del Papa". E aggiunge Francesco:  "Alcuni cristiani hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione". Ora invece si tratta di imparare "con i nostri sbagli come va la storia d'amore" perché la Chiesa "non cresce con i militari, ma con la forza dello Spirito Santo. Perché la Chiesa non è un'organizzazione".

Cosa sia importante perseguire, il pontefice lo ribadisce poco dopo, nell'udienza generale alla quale hanno partecipato circa centomila fedeli in una piazza San Pietro gremita: "Specie in questo tempo di crisi", dice, non ci si deve chiudere in se stessi "nascondendo ricchezze spirituali e materiali, ma aprirsi, essendo solidali". Porta anche un esempio concreto, citando il brano evangelico del giudizio 
universale che parla di accogliere i forestieri: "Penso ai tanti stranieri che ci sono nella diocesi di Roma: cosa facciamo per loro?" chiede il Papa.  E al termine dell'udienza, salutando i fedeli italiani e in particolare gli operai sardi della E.On, che mercoledì scorso non erano arrivati in piazza per un ritardo aereo ("sembra che stavolta l'aereo sia arrivato", ha scherzato il Papa) e che da mesi sono al centro di una vertenza lavorativa, Francesco parla anche della situazione economica che "in Sardegna è in tutto il Paese è particolarmente difficile": "Serve un incisivo impegno per aprire vie di speranza", esorta il pontefice, raccomandando il "rispetto dei diritti di tutti e specie delle famiglie".

Tutte le parole pronunciate oggi da Bergoglio viaggiano sui temi sociali: "Questo  -  ha insistito  -  è il tempo dell'azione, in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi ma per lui e per gli altri, è il tempo in cui far crescere il bene nel mondo". Francesco ha ripreso la parabola dei talenti e lanciato un monito duro: il brano evangelico, ha detto, "fa riflettere su come impegniamo i doni ricevuti da Dio" e "un cristiano che si chiude in se stesso tenendo nascosto ciò che Dio gli ha donato, non è un cristiano". Sullo sfondo c'è ancora ancora il discorso del giudizio universale, che il Papa torna a citare ricordando che alla fine dei tempi "saremo giudicati sulla carità". Ma, ha chiarito, non è una prospettiva che deve fare paura: deve invece spingere a vivere il presente un'esistenza "fatta di azioni, fede, amore". E se la fede è un dono, gli uomini "per portare frutti" devono vivere un'esistenza "aperta a Dio". I cristiani, in particolare, devono essere concentrati sull'incontro con il Creatore, "che significa saper vedere i segni della presenza di Dio".
 

Francesco si è rivolto anche ai giovani, continuando nello stile di dialogo con la piazza inaugurato nelle recenti apparizioni pubbliche. "In piazza ho visto molti giovani, è vero? Dove sono questi giovani?", ha chiesto per far levare il grido dei gruppi presenti tra i due bracci del colonnato. Poi ha lanciato un appello accorato anche per i ragazzi. "La vita ci è data per donarla", ha detto. Aggiungendo poi: "Cari giovani, non abbiate paura di sognare cose grandi".
 
(La Repubblica, 24 aprile 2013)

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