domenica 23 dicembre 2012

Giuseppe Montalto, la sua vita come regalo alla mafia



di Rino Giacalone
Non è una invenzione né giudiziaria né giornalistica il tentativo della mafia di rivolgersi allo Stato, alla sua solita maniera, senza bussare alla porta ma spalancandola a colpi di di stragi, per ottenere un “41 bis” (le norme per il carcere duro) meno restrittivo. La “trattativa” tra lo Stato e Cosa nostra oggi è oggetto di un processo a Palermo, sicuramente trattativa ci fu e il lavoro inquirente sta servendo a individuare i responsabili.
Ma non ci sono stati soltanto i “papelli” o i proclami come quello fatto da Bagarella, il cognato di Riina, nel 2002 durante un processo a Trapani, o ancora non ci sono stati solo gli striscioni come quello comparso un giorno al «Renzo Barbera», lo stadio di Palermo, che aveva chiare parole di rimprovero per quei politici che sulla riduzione del carcere duro non avevano mantenuto i patti; sul fronte della guerra dichiarata sul 41 bis ci sono anche i morti ammazzati, anzi c’è un morto ammazzato che non ha mai suscitato sufficiente indignazione. Giuseppe Montalto era un agente penitenziario, lavorava all’Ucciardone, a Palermo, dopo avere prestato servizio a Torino. Fu ucciso il 23 dicembre 1995. Antivigilia di Natale. Giuseppe Montalto non è stato mai considerato una vittima eccellente, perché non era uomo che sedeva nei posti alti delle istituzioni. Era una persona semplice, un “cittadino” che lavorava facendo l’agente di polizia penitenziaria, secondino si diceva una volta, oppure guardia carcere, fredda dizione cancellata dalla modifica di norme e regolamenti che hanno finito con il dare a questi agenti maggiori e precise responsabilità. Giuseppe Montalto era soprattutto un servitore dello Stato, fedele sempre: comportamento che, dopo la sua morte, gli è valsa una medaglia alla memoria che non ha restituito pieno onore, perché sono mancate nel tempo memoria e ricordo del suo sacrificio. Montalto ha pagato con la vita il suo essere onesto e il rispetto per la divisa che indossava, come altri hanno pagato con la vita la loro dedizione alla legalità e contro le mafie. Una morte che è stata patrimonio doloroso e sconvolgente della società civile e delle istituzioni solo per poche ore, per poi rimanere ricordo solo dei suoi familiari. Un eroe da ricordare solo velocemente nella data della ricorrenza del delitto, il 23 dicembre, senza mai interrogarsi sul perché di quel delitto efferato, violento. Un omicidio che per i mafiosi era “una cosa buona”, parole di Matteo Messina Denaro, il superlatitante, capo di Cosa nostra trapanese e forse non solo.
Giuseppe Montalto fu ammazzato l’antivigilia di Natale di 17 anni fa. Quando fu ucciso era in procinto di salire sulla sua auto, una Fiat Tipo targata Torino, dopo essersi fermato davanti alla casa dei suoceri, in contrada Palma, per portare loro delle bombole di gas. In auto era rimasta seduta sul sedile anteriore del passeggero la moglie, la giovanissima Liliana Riccobene, che ancora non sapeva di essere in attesa della seconda figlia, Ilenia, che mai conoscerà il padre; in braccio Liliana teneva la primogenita, Federica, di 10 mesi. Arrivarono i killer, due uomini, con giubbotti neri e passamontagna: uno di loro sparò, Giuseppe vide sicuramente quelle canne di fucile che minacciosamente gli venivano puntate contro, Liliana invece sentì solo uno, due colpi, dei botti che dapprima le sembrarono dei petardi, per poi vedere invece Giuseppe caderle addosso, come a proteggere lei e la bambina. Liliana chiese al marito cosa stesse accadendo mentre vedeva andare in frantumi il vetro dello sportello del lato guida, ma non ebbe risposta perché nel frattempo ci fu un altro colpo ancora, quello di grazia, alla testa. Il killer era Vito Mazzara, valdericino, professionista che vestiva la divisa azzurra nei campionati nazionali di tiro a volo. Ma era un uomo della mafia e non dello sport. Il processo ha sentenziato che fu lui a uccidere, ma non era solo quella sera. A raccontare il delitto è stato il pentito Francesco Milazzo, ex uomo d’onore di Paceco, uomo d’onore che aveva allevato i suoi figli con i valori dell’onorata società, figli cresciuti tanto bene da rinnegare il padre quando questi decise di collaborare con la giustizia. Milazzo ha fatto i nomi di Vito Mazzara e Franco Orlando, consigliere comunale del Psi a Trapani, all’epoca segretario particolare del deputato regionale Bartolo Pellegrino, che in Corte di Assise andò a testimoniare a suo favore. La cosidetta “monochiamata” di Milazzo non servì alla condanna e Orlando fu assolto dal delitto, ma condannato per associazione mafiosa. Oggi il “punciutu” dal boss Vincenzo Virga è tornato libero, abita nella sua Dattilo, frazione di Paceco, e pare che vada in giro a vendere i famosi cannoli di ricotta che si fanno in quella zona.
Vito Mazzara e l’ignoto (sic!) complice dopo avere ucciso andarono via con freddezza, lasciandosi alle spalle il dramma di una giovane madre e della sua piccola bambina che in quella macchina si stava consumando. Maria Gabriella Riccobene, sorella di Liliana, ha raccontato al processo di avere visto distintamente due uomini allontanarsi solo dopo che uno dei due si era proteso dentro l’auto come a volersi accertare dell’effettiva morte.
Giuseppe Montalto è stato una vittima della mafia. In quei giorni i killer agli ordini del capo mafia di Trapani Vincenzo Virga si stavano preparando a commettere un altro omicidio. Il pentito Francesco Milazzo, che raccontò i retroscena dell’omicidio Montalto, raccontò che obiettivo della mafia erano due investigatori, il maresciallo dei carabinieri Bartolo Santomauro e uno dei poliziotti che aveva cominciato a dare filo da torcere alla cupola, il dirigente della Squadra Mobile Giuseppe Linares. In seguito arrivò una richiesta specifica da Palermo attraverso i mafiosi di Salemi. Milazzo ha ricostruito un colloquio avuto con Vito Mazzara al quale disse che era arrivato «l’ordine di fermarsi, bisognava fare altro, si doveva uccidere uno “sbirro” per fare un regalo di Natale a qualche amico che si trovava in carcere». C’era stata una riunione di mafia a Salemi, un summit, durante il quale un mafioso palermitano parlò per dire ai mafiosi trapanesi che era arrivato un messaggio da “Ninuccio”, ossia Nino Madonia, indiscusso capo mafia di Palermo. “Ninuccio manda a dire, dice, che vuole fatta una cortesia, voleva eliminata una guardia carceraria” perché “si comportava male”. Il pentito Giovanni Brusca, anche lui presente, in Corte di Assise ebbe a spiegare che “questa eliminazione aveva un valore simbolico di monito nei confronti delle altre guardie carcerarie in quanto in quel periodo circolava la voce che nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara si verificavano maltrattamenti ai danni dei detenuti”. Proprio nei mesi precedenti, in carcere Nino Madonia aveva avuto modo di dire: “Non ci dimentichiamo quello che ci stanno facendo passare, dobbiamo, finché viviamo, non dimenticare tutte queste cose che ci stanno facendo”.
Il passa parola tra i mafiosi trapanesi fu immediato: “Dobbiamo vedere di fare il più presto possibile, così per Natale ci facciamo un regalo a qualche amico che è in carcere…”. Con il delitto di Giuseppe Montalto i detenuti al 41 bis “si facevano il Natale più allegro”.
Giuseppe Montalto lavorava all’Ucciardone, il carcere di Palermo, si occupava dei mafiosi al 41 bis. Nell’aprile del 1995, durante l’ora d’aria, si trovarono a distanza ravvicinata alcuni pezzi da novanta: Mariano Agate, il capo della mafia di Mazara, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e Raffaele Ganci, tutti e tre boss palermitani. Un agente notò uno strano movimento, decise di mettere a parte i quattro per la perquisizione, in questo frangente Giuseppe Montalto vide Raffaele Ganci far scivolare dietro una tubatura un foglietto, lo prese e lo consegnò al suo superiore raccontando quello che aveva visto. Per avere intercettato quel «pizzino» fu segnato a morte dai boss e per questa ragione fu ucciso (l’ordine venne dato con un altro pizzino alla maniera mafiosa). E in questa morte c’entrano proprio la mafia violenta e la mafia che trattava con i politici… eletti dai boss. Oggi proprio mentre si parla di 41 bis e trattative, la morte di Giuseppe Montalto sembra dimenticata. Solo grazie all’associazione Libera quella morte appartiene ad una fetta di società civile e non solo ai familiari dell’ucciso. Il super boss (latitante) Matteo Messina Denaro, il capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, il killer valdericino Vito Mazzara, e il palermitano Nicolò Di Trapani, boss di Resuttana, sono stati condannati all’ergastolo per questo delitto.
Anni dopo, nel 1999, un’intercettazione della squadra Mobile colse il colloquio tra due cugini di Virga, Franco e Baldassare: «A pecora mia “dammaggio” non ne fa, ma sempre pecora è», così, con questa frase tipicamente trapanisi, Vincenzo Virga spiegava a loro perché Giuseppe Montalto era stato ucciso, nell’immaginario crudele dei mafiosi la pecora era lui, lui era l’animale, perché faceva il suo lavoro onestamente, e aveva fatto tanto danno da meritare di essere ucciso, una frase calzante nello scenario di Trapani, dove l’illegalità è diventata sistema legale, e chi vuole essere onesto finisce per passare per disonesto. Montalto, perché onesto, aveva fatto e poteva fare ancora danno a Cosa nostra.
I mesi precedenti al delitto erano stati ad alta tensione dentro il carcere dell’Ucciardone, circostanza che si apprenderà non durante le indagini sul delitto Montalto, ma durante il processo. Liliana Riccobene, sentita dai giudici, raccontò di quello che alcuni colleghi del marito andarono a dirle facendole visita per il lutto, anche se alcuni in seguito negarono, tanto che in Corte di Assise furono necessari imbarazzanti confronto tra qualcuno di loro e la vedova dell’agente. E così durante il dibattimento si apprese che “girava voce” dentro il IX braccio dell’Ucciardone, quello del 41 bis, che “era giunta l’ora di farla pagare a qualcuno”. Si apprese che due agenti penitenziari erano stati intimiditi, ad uno fecero trovare una foto dei giudici Falcone e Borsellino, ritagliata dai giornali, sul sedile della sua auto; ad un altro dapprima dei proiettili, poi falsi colleghi erano andati a cercarlo a casa della madre che però insospettita non aprì loro la porta dell’abitazione. Tutto questo era accaduto dopo una perquisizione nella cella di due “mammasantissima”, Salvatore Biondino (l’autista di Totò Riina, arrestato dai carabinieri del Ros il 15 gennaio 1993 assieme al capo dei capi di Cosa nostra) e Francesco Tagliavia (uno degli ultimi ad essere stato scoperto essere stato stragista mafioso di quel tragico 1993, l’anno della trattativa a suon di bombe). Agli atti del processo si continuerà a parlare di “voci dentro al carcere”, perché gli agenti penitenziari chiamati a testimoniare non ebbero il coraggio di parlare.
Ci sono, in questo omicidio, l’efferatezza del latitante Matteo Messina Denaro e la freddezza del sicario, Vito Mazzara, che il pentito di Marsala Antonio Patti ha definito “un pericolo con la scupetta”. Matteo Messina Denaro viene celebrato dai suoi complici – ma non solo – come una persona da adorare; Giuseppe Montalto non ha mai ricevuto una adeguata celebrazione, e fino a quando avremo a che fare con queste contraddizioni la lotta alla mafia sarà sempre una strada in salita.
La storia della provincia di Trapani insegna che nel territorio non sono mai state poste molte resistenze contro la mafia: ci hanno provato in pochi, qualcuno è passato per untore, qualcun altro è stato isolato, qualcuno è stato trasferito o cacciato dal posto occupato, qualcun altro è stato ammazzato. «Giuseppe – ci racconta la vedova – non si è piegato alla volontà di chi all’interno di quella sezione voleva eseguire alcuni favori. È morto da uomo libero portando con sé il contenuto di quel messaggio da lui intercettato e mai arrivato al destinatario».
«Eroe silenzioso di questa terra» disse nella sua requisitoria in primo grado del relativo processo (che si svolse nell’aula bunker del carcere di San Giuliano in territorio di Erice) uno dei due pm, Ignazio De Francisci; l’altro era Andrea Tarondo. Quel delitto era l’ultimo degli attacchi sferrati dalla mafia allo Stato, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992, dopo le bombe del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Un omicidio da inserire nel contesto della strategia stragista di Cosa nostra. «Eppure – si legge nella sentenza che ha ripreso molti passaggi della requisitoria dei pm De Francisci e Tarondo – siamo in presenza di uno Stato che è pronto a piangere i suoi servitori uccisi dalla mafia, ma che spesso non fa nulla per evitare che la comunità finisca con il dimenticare». «La metà degli anni 90 – ha ricordato in diverse occasioni il pm Tarondo – furono anni di una guerra che Cosa nostra condusse anche nel trapanese, approfittando anche di uno Stato che si comportava in modo anomalo, diceva di combattere le mafie e invece cercava il dialogo, in centro come nelle periferie del Paese. Oggi la mafia è più pericolosa perché cela la sua presenza, è una mafia sommersa, non uccide perché segue in modo diverso i suoi affari». Ma questo non significa che gli omicidi non fanno più parte dei suoi piani, la mafia sparerà di nuovo, quando sarà il momento di sparare.
«L’evocazione del martirio di Montalto – ha scritto in un libro l’ex capo della Procura di Palermo, Gian Carlo Caselli, che all’epoca coordinò le indagini degli investigatori della squadra mobile di Trapani guidata allora dal vice questore Giuseppe Linares – ripropone poi l’interrogativo che sempre ci si deve porre di fronte a una vittima della violenza mafiosa. I tanti morti di mafia, sono forse morti anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi? Perché tutti noi (noi cittadini, noi Stato) non ci siamo abbastanza indignati? Non abbiamo vigilato a dovere? Coloro che sono morti hanno visto la sopraffazione, l’illegalità, lo scialo della violenza, la ricchezza facile e ingiusta, la debolezza delle istituzioni. Questo hanno visto e per questo sono morti. Noi invece pur vedendo le stesse cose, quante volte ci siamo accontentati dell’ipocrisia? Quante volte abbiamo sentito e praticato, invece di spezzarlo, il giogo delle mediazioni e degli accomodamenti, magari solo per quieto vivere? La storia del servizio di Montalto nel carcere dell’Ucciardone è anche storia di isolamento e di solitudine e quindi di sovraesposizione alla rappresaglia criminale. Storia di una morte che deve costituire – per tutti noi – una condanna».
La morte di Giuseppe Montalto è una ferita, e in questi giorni che si sente parlare tanto di «trattative» con la mafia, di 41 bis da modificare o revocare, è una ferita che è tornata a sanguinare, una ferita che mai potrà davvero rimarginarsi.
A Giuseppe Montalto sono oggi intitolate le caserme degli agenti dei reparti di Palermo Ucciardone e Agrigento e la Sala Convegno del Reparto di Ragusa. A Trapani la piazza nella frazione di Palma. Poi nient’altro nella sua città, che in un battibaleno, invece, nell’autunno del 2005 ricordò le fantastiche regate della Coppa America chiamando una strada come “via dei grandi eventi”. Ci sono voluti 20 anni e passa per dare una strada a Mauro Rostagno, per Montalto andò bene una piazzetta di campagna, non una scuola, non una via centrale, la Provincia gli ha dedicato una borsa di studio ogni anno consegnata a studenti meritevoli. Ma a Trapani accade che c’è chi guarda alla morte di Giuseppe Montalto e pensa che grazie a quella morte la sua famiglia ha trovato, come si dice dalle nostre parti, una “sistemazione”, a proposito di lavoro. Di questo se ne sente talvolta parlare quasi con indignazione, con quella indignazione che non si concede a chi la merita, a chi ha ucciso.
«Niente è stato ed è come quando lui era tra noi – ricorda Liliana Riccobene –. Giuseppe vivrà per sempre nei nostri ricordi e nei nostri cuori, ci ha lasciato un grande vuoto e tanta sofferenza. Non ho mai chiuso con quel passato, penso a lui solamente rivivendo i momenti più belli. Non si può morire per un ideale di giustizia. La mia amarezza è che uno dei due sicari non ha ancora pagato il conto con la giustizia. Non è facile andare avanti, ci vuole molto coraggio e il mio desiderio è che le mie figlie realizzino i loro sogni e che il Natale possa tornare ad essere per noi un giorno di festa. La mafia dimostra di sapere scegliere bene le date per i suoi eccidi, perché il 23 dicembre non è solo una data prossima al Natale, ma per noi segnava anche i 10 mesi della nostra primogenita Federica». Nel giorno del suo primo compleanno Federica di suo padre poté avere solo la foto. Guardandola esclamò “papà!” quasi a chiedere dove fosse. Anni dopo, studentessa oramai cresciuta, consapevole di quello che era accaduto al padre, scrisse queste parole: “Caro Papà, mi manchi. Siamo stati insieme per pochi mesi e non mi ricordo niente di te. Ho imparato a conoscerti solo attraverso i racconti della mamma che mi diceva molte cose belle sulla nostra vita insieme. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e trascorrere dei bei momenti con te, come tutti i papà fanno con i propri figli. Ma questo non ci è stato permesso perché ti hanno portato via da me quando ancora non potevo capire cosa stava succedendo. Non mi ricordo il momento in cui hanno detto che non c’eri più e sono cresciuta con il vuoto della tua assenza. Quella sera quando te ne sei andato, io la mamma e Ilenia, che era nella sua pancia, abbiamo corso un grande pericolo e tu sei morto per salvarci. Tante volte mi sono chiesta perché ti hanno portato via da me e a questa domanda non ho mai saputo rispondere. La mia vita con te sarebbe stata più facile perché è molto difficile crescere senza un padre. Ogni volta che ti penso, ti immagino felice e sorridente, come nelle poche foto che abbiamo insieme. Per quello che sei stato, ti voglio bene e sei il mio eroe”. Eroe, perché ancora oggi in questa società chi fa il suo dovere passa per eroe. Questo perché altri non fanno il proprio dovere: la coscienza civile, la corresponsabilità, ancora non sono patrimonio di tutti. E invece la morte di Giuseppe Montalto come altre morti è questo che pretende e ancora oggi attende che si compia.
21 dic 2012

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