lunedì 17 dicembre 2012

Beni confiscati, bloccato l'emendamento del governo che ne facilitava la vendita

Locandina dei campi antimafie
di VITO LO MONACO
Un emendamento alla legge di stabilità, presentato dal Governo l’altra sera in Commissione Giustizia del Senato, minacciava di liberalizzare la vendita dei beni confiscati ai mafiosi, travalicando l’obiettivo della loro restituzione alla società tramite il riuso sociale previsto dalle leggi Rognoni-La Torre del 1982 e 109 del 1996. Appena la notizia è uscita dalla Commissione è stata criticata e stoppata unitariamente dalle organizzazioni che congiuntamente avevano proposto al Governo e al Parlamento misure di rafforzamento dell’Agenzia dei beni confiscati e di concertazione tra Governo, Agenzia e forze sociali e dell’antimafia per superare i gap procedurali e amministrativi constatati in questi anni di gestione.
I lunghi tempi che intercorrono dal sequestro alla confisca definitiva molto spesso non hanno consentito una destinazione virtuosa dei beni. È bene ricordare che lo schieramento, al quale ha contribuito il Centro La Torre, comprende Anm, Arci, Avviso Pubblico, Cgil, Cna, Confindustria, Fondazione Progetto Legalità, Fondazione Rocco Chinnici, Legacoop, Libera, Osservatorio su confische e sequestri dei beni e delle aziende. Esse si erano poste l’obiettivo di ottenere modifiche legislative e miglioramenti del cd Codice Antimafia, ove possibile, anche con decreti. Tra le criticità evidenziate, c’era la contraddizione tra i tempi brevi per la confisca e quelli lunghi del processo, la mancata previsione del coordinamento tra i soggetti preposti alle misure di prevenzione personali e patrimoniali, la difficoltà di assicurare la continuità produttiva dei beni sequestrati e confiscati, la tutela dei diritti deidipendenti, la destinazione delle risorse finanziarie confiscate alla gestione dei beni confiscati, l’adozione del diritto fallimentare nella delicata gestione dei sequestrati, ecc, ecc. Le organizzazioni sottoscrittrici delle proposte, presentate a Roma al Ministro Cancellieri il 30 agosto e da questa accolte positivamente, non hanno mai rifiutato pregiudizialmente la vendita finale di quei beni non riconducibili a un’immediata gestione economica, ma esse hanno sempre respinto la logica della vendita tout court per fare comunque cassa, considerate le condizioni critiche del Tesoro.
In Commissione l’altra sera, tale opzione è stata tentata, nottetempo. Il gioco di squadra messo in campo in poche ore tra le componenti più sensibili della Commissione e lo schieramento delle associazioni ha ottenuto significative modifiche dell’emendamento che migliorano il testo. Sono state introdotte condizioni e paletti più stringenti per la vendita dei beni confiscati, sono stati sospesi i termini brevi della Confisca durante le indagini sull’origine dei patrimoni illegali particolarmente complessi, è stata rafforzata l’Agenzia unica dei beni confiscati. Non è stato affrontato il nodo politico della concertazione con gli interessi sociali(sindacati, enti locali, associazioni antimafia) per la tutela dell’interesse pubblico nella destinazione e gestione dei beni confiscati. Vendere un’azienda o liquidarla, mandando a casa i dipendenti come nel caso della Riela Group di Catania, senza aver saputo esperire ogni possibilità per una gestione sociale di recupero alla legalità, è un boomerang che colpisce il lavoro prezioso di quella parte dello Stato e della società più impegnata nel contrasto alle mafie. Appare un’antimafia che non paga. Abbiamo da sempre sostenuto che la gestione dei beni confiscati, pur dovendo mirare a criteri di economicità, sconta tutte le difficoltà e i costi di uscire dal mercato illegale. Questi costi vanno sostenuti con l’aiuto dello Stato. Un ragionamento puramente ragionieristico brucia in partenza tal esigenza sociale. Ci auguriamo che l’emendamento così migliorato sia approvato; siamo, però, consapevoli che rimangono sul tappeto tutte le criticità segnalate del Codice Antimafia e l’esigenza di rendere più incisiva la legge anticorruzione con la reintroduzione delle norme penali sul falso in bilancio e sui reati fiscali. Inoltre, com’era già stato anticipato anche da A Sud’Europa, la fine anticipata della legislatura, voluta dal Pdl, rinvia l’attuazione della legge sull’incandidabilità che, a noi garantisti storici, appariva già molto generosa avendo previsto l’incandidabilità solo dopo la sentenza di due gradi di giudizio. Sarebbe stato sufficiente sospendere la candidabilità del soggetto dopo un rinvio a giudizio per i reati gravi e infamanti sia fiscali sia corruttivi o mafiosi. Dovremo sperare che il nuovo Parlamento deliberi subito dopo l’insediamento su questi temi prioritari per ridare fiducia alla gente. La Riforma della politica prevede partiti rigenerati e democratici come ordina la Costituzione prefigurando una democrazia parlamentare fondata su di essi. La più grande innovazione consisterà nell’attuazione del principio costituzionale.
Vito Lo Monaco

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